Chi sceglierà il prossimo Parlamento?
E così la riforma elettorale voluta da Giorgia Meloni è stata approvata. Premio di 70 deputati e 35 senatori alla stessa coalizione prima arrivata (con almeno il 42%) in entrambe le Camere, con un tetto di 220 deputati e 113 senatori (poi si aggiungono gli eletti all’estero); altrimenti riparto proporzionale. Voto di preferenza, ma con capilista bloccati: e quindi, come vedremo, i parlamentari “nominati” dai partiti potrebbero essere ancora più di oggi, e con la grande maggioranza di questi da oggi senza tetti di genere. E infine, quadruplicano le firme necessarie per nuove liste.
Partiamo dal punto chiave: la riforma nasce dalla volontà di Meloni di evitare un pareggio. È una scommessa: meglio vincere in modo netto – ma anche poter perdere in modo netto – rispetto a pareggiare. Scommessa comprensibile: un pareggio la renderebbe molto più debole negli equilibri complessivi.
Ora: non è per forza antidemocratico l’intento “maggioritarista” della riforma, cioè la volontà di evitare un pareggio dando a chi vince la possibilità di governare. Democrazia, infatti, non è solo fotografare fedelmente tutte le opinioni della società; è anche tradurre il voto in decisioni.
In questo, i sistemi maggioritari possono favorire la responsiveness – la rispondenza del governo a ciò che chiedono i cittadini – perché consentono di governare in linea con il mandato ricevuto. Storicamente, maggioranze “fabbricate” dal maggioritario uninominale hanno reso possibili trasformazioni profonde: nel 1945 nel Regno Unito il Labour di Attlee ottenne il 61% dei seggi con il 48% dei voti, conquistando la forza politica per costruire il welfare state e il servizio sanitario nazionale.
E, pensando all’Italia, chi ritiene migliore il proporzionale dovrebbe pensare a scenari reali: governi centristi (tecnocratici o di grande coalizione) fondati su compromessi fragili, condizionati dai grandi interessi e con opposizioni radicalizzate. Storia già vista nella Prima Repubblica e oggi, con forme diverse, in Germania.
Nulla contro le formule maggioritarie, dunque, in teoria. Il problema è il come.
Due modi molto diversi di “fabbricare” una maggioranza
Come nel caso di Attlee, i sistemi con collegi uninominali “fabbricano” maggioranze parlamentari da prevalenze di voti anche molto sotto il 50%: in UK nel 2024 il Labour ha conquistato 411 seggi su 650 (il 63%, più di Attlee) con appena il 33,7% dei voti.
Una distorsione enorme. E tuttavia – qui sta la forza politica dell’uninominale – quella maggioranza nasce da 411 vittorie in altrettanti collegi: 411 laburisti che gli elettori hanno visto sulla scheda e che, in ciascun collegio, hanno votato più di tutti gli altri. La sproporzione tra voti nazionali e seggi rimane, ma c’è una legittimazione territoriale forte e riconoscibile.
Invece il premio di maggioranza ha una logica completamente diversa. Intanto, è rarissimo; c’è in parte in Grecia, ci fu in Romania tra le due guerre; ma poi di fatto solo in Italia con la legge Calderoli del 2005 (che lo scelse al posto dei collegi uninominali perché il centrodestra era meno efficace nei collegi).
Ma perché il premio è così raro? Forse perché ha un grave problema: scatta anche quando tra primo e secondo ci sono pochissimi voti. Così anche un incertissimo quasi-pareggio produce una netta maggioranza parlamentare. Ma quanto è difendibile una maggioranza di seggi del 55% contro il 45%, se nasce magari da una frazione di punto percentuale, e non è legata a tante vittorie territoriali?
Non è un caso teorico: basta ricordare il 2006. Prodi superò Berlusconi per appena 25.000 voti su 38 milioni: 49,81 contro 49,74%. Grazie al premio della Calderoli, ottenne però il 55% dei seggi della Camera. Di qui: settimane di tensione, accuse di brogli, richieste di riconteggio e il rifiuto di Berlusconi di riconoscere immediatamente la sconfitta. Cosa potrebbe accadere oggi, in caso di premio che magari dà una larga maggioranza parlamentare per poche migliaia di voti di scarto.
Due leggi elettorali dentro la stessa legge
C’è poi un ulteriore problema. Il premio scatta solo al 42%, sapendo che la Corte Costituzionale bocciò quello della legge Calderoli, che non aveva una ragionevole soglia minima.
Ma così nasce un’ambiguità. Al 42%, scattano 70 seggi di premio alla Camera; sotto, quei seggi tornano nel riparto proporzionale. In pratica, dentro la stessa legge convivono due principi alternativi. Con il 42% vale una logica maggioritaria; con il 41,9% una logica proporzionale. Poche migliaia di voti separano maggioranze e strategie politiche completamente diverse.
Al CISE abbiamo realizzato alcune simulazioni da un sondaggio recente. A parità di consensi, un “campo largo” ampio sarebbe attualmente al 44%: col premio avrebbe un’ampia maggioranza. Con un perimetro più ristretto, ancora in testa ma col 41,6%: nessun premio, 171 seggi contro i 167 del centrodestra e nessuna maggioranza.
Questa ambiguità spingerà quindi i partiti a preparare contemporaneamente un piano A maggioritario e un piano B proporzionale; e quindi a non presentare ai cittadini alternative davvero trasparenti su ciò che faranno dopo il voto. E la soglia potrebbe perfino incoraggiare strategie “corsare”. Uno o più partiti centristi potrebbero uscire dalle coalizioni alla vigilia della presentazione delle candidature, puntando a spingerle sotto il 42% per avere un Parlamento senza maggioranza immediata, in cui sarebbero indispensabili.
Ma questa complessità non è casuale. Quando una riforma viene ritagliata intorno a interessi contingenti di una maggioranza, per tenere insieme i partner nascono soglie, eccezioni, clausole di salvataggio (avvenne con la Calderoli e in parte anche con la Rosato): ma così il funzionamento è meno prevedibile, le strategie dei partiti meno trasparenti, le scelte meno decifrabili dagli elettori. E la democrazia ne soffre.
Lo scettro restituito soltanto sulla carta
C’è poi la questione decisiva delle preferenze e della rappresentanza. Sulla carta, la riforma riporta le preferenze per “restituire lo scettro ai cittadini”. In pratica, 1) i 70 seggi del premio saranno attribuiti attraverso liste bloccate (con un massimo di 60% di prevalenza di genere); 2) per gli altri seggi ci saranno sì le preferenze, ma il capolista sarà invece “bloccato” in ciascun collegio.
E qui sta il punto chiave: perché in realtà, nei collegi, la grande maggioranza degli eletti potrebbero essere i capilista bloccati (per i quali, tra l’altro, la riforma abolisce il tetto del 60% di genere: un partito potrà anche candidare capilista solo uomini). Ad esempio, nello scenario CISE con attivazione del premio e senza pluricandidature, nei collegi soltanto 74 deputati su 314 – il 23,6% – entrerebbero grazie alle preferenze, contro 240 capilista. Aggiungendo i 70 candidati bloccati delle liste circoscrizionali del premio, gli eletti con preferenza sarebbero appena 74 sui 384 deputati simulati (mancano solo Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta ed Estero) – il 19,3% – mentre gli altri 310, quasi l’81%, sarebbero eletti senza preferenze.
Anche in uno scenario non implausibile di pluricandidature, gli eletti con preferenza salirebbero solo al 25–35%: comunque meno del 37% oggi eletto nei collegi uninominali (sia pure in collegi grandi e con un rapporto elettore-eletto meno diretto). E in ogni caso i partiti piccoli e medi eleggerebbero quasi solo capilista.
Il paradosso è quindi notevole: una riforma che promette di restituire lo scettro ai cittadini in realtà darà quasi certamente ancora più forza ai vertici dei partiti. E con un’ulteriore restrizione: solo ai partiti già in Parlamento, esentati dalle firme. Per gli altri, le firme necessarie in ogni collegio quadruplicano (e vanno presentate in metà dei collegi invece che in un terzo): molto più difficile quindi presentare le liste per nuovi partiti (servono ormai 450.000 firme per correre in tutti i collegi).
Leader sempre più forti, partiti sempre più deboli
E sullo “scettro ai cittadini” c’è forse il paradosso più profondo, legato a una delle grandi trasformazioni che ho raccontato in Democrazia addio. Vertici di partito sempre più forti nel decidere chi entra in Parlamento, ma partiti sempre più deboli nel raccogliere le domande dei cittadini, formare politici competenti, studiare le misure da prendere, dare agli eletti l’autonomia per confrontarsi con interessi potenti.
Negli anni Cinquanta DC e PCI avevano insieme oltre tre milioni di iscritti; funzionari, scuole di formazione, uffici studi, sezioni sul territorio, comunicazione continua base-vertici. Un parlamentare non era solo un nome in lista, ma stava in un’organizzazione che dava conoscenze, produceva proposte, ne sosteneva la carriera politica e l’autonomia dai condizionamenti. Oggi molti partiti hanno pochi iscritti, strutture minime, spesso nessun vero ufficio studi. E nessun finanziamento pubblico diretto (abolito nel 2013, unici in Europa), con eletti quindi più deboli: ostaggi della ricandidatura “concessa” dal leader e, per competenze e risorse, legati a finanziatori e gruppi d’interesse.
Di fronte a una legge che esaspera ulteriormente queste dinamiche, ci si trova perplessi. Soprattutto sapendo che la prossima legislatura sarà chiamata, con ogni probabilità, a scegliere il prossimo Presidente della Repubblica. Staremo a vedere.
