Casa, lavoro, salute: le parole perdute della sinistra


Articolo tratto dal N. 106 di Meloni, i conti non tornano Immagine copertina della newsletter

Casa, lavoro, salute, istruzione. Se ci sono parole che la sinistra deve rimettere al centro del suo vocabolario sono queste, parole antiche che ne hanno connotato la storia nel lungo e medio periodo e che si ripropongono oggi con un nuovo protagonismo, ma anche con una nuova impellenza, come bisogno oltre che come prospettiva. Un bisogno e una prospettiva reale che riguardano un pezzo importante del corpo sociale, le classi popolari e le classi medie, e questa impellenza è destinata a crescere nei prossimi mesi e anni, se la situazione politica ed economica non cambierà. 

Sono parole che riguardano la quotidianità della vita degli italiani e le italiane (intesi come tutti quelli che abitano questo paese), ma anche i loro (i nostri) orizzonti di attesa – e parole che sono attraversate da fatti, quotidianamente, che ne mettono in discussione il portato e l’universalismo, la loro dimensione pienamente democratica e pubblica.

Lo vediamo nell’esodo dai centri storici delle classi popolari e medie, nelle liste di attesa di case di edilizia pubblica e sociale, ma anche in quelle per visite specialistiche e operazioni negli ospedali, nei morti sul lavoro e nel lavoro senza garanzie e diritti, nella crisi e nello svuotamento progressivo dell’istruzione pubblica a livello medio, superiore e universitario.

Sono parole che riguardano la dignità di tutti i giorni di chi vive in questo paese, ma che riguardano anche gli abitanti del nostro continente e più ampiamente le condizioni di vita locale, e che, per quanto riguarda l’Europa, mettono in discussione profonda e definitiva quel sistema di welfare state costruito nel dopoguerra con il fine di coniugare il tema della democrazia e dei diritti politici con i diritti sociali, consapevoli che senza i diritti sociali, anche l’Europa avrebbe rischiato di cadere nuovamente nel baratro del nazionalismo, dell’autoritarismo e della guerra. Oggi abbiamo la certezza che le classi dirigenti fondatrici di questa prospettiva non avevano torto.

La sinistra ha perso forza e legittimazione

Casa, lavoro, salute e istruzione rimettono oggi in moto, in modo molto concreto, un orizzonte di principi, ma anche una quotidianità di azione che attraversano contesti locali, nazionali e internazionali. Sono temi sui quali, sicuramente a partire dagli anni ‘90 (ma forse anche un po’ prima), la sinistra istituzionale ha per lo più perso la bussola e anche la credibilità, mentre perdeva anche un pezzo della sua capacità e della sua volontà di agire e radicarsi nei territori, di guardare in faccia le esigenze del suo elettorato di riferimento, di dare risposta, dignità e fiducia a uomini e donne. 

In questi quarant’anni se questi temi, e questi piani – che sono piani identitari oltre che capaci di toccare il quotidiano -, non sono completamente spariti dall’orizzonte politico, questo è stato soprattutto perché un reticolo, più o meno fitto a seconda dei contesti, di comitati, associazioni, sindacati e movimenti ha continuato ad agire e a costruire comunità, nei conflitti, nelle perdite di senso e di orizzonte, e di fiducia che la sinistra attraversava.

Comitati, associazioni, sindacati e movimenti sono sempre stati – ben prima che la forza dei partiti si dissolvesse – spazi fondamentali di costruzione del rapporto tra la società e i suoi corpi intermedi, e continuano e continueranno ad esserlo.

Tuttavia, nell’assenza di un’azione più efficace e radicata dei partiti, hanno perso anch’essi un pezzo della loro capacità di incidere profondamente a livello istituzionale e più generalmente politico, di creare orizzonti più ampi, mettendo in connessione battaglie micro con prospettive più ampie e strutturate.

Senza i partiti questi organismi hanno perso anche forza e legittimazione, spazi di operatività e capacità di essere terreno di coltura per il rinnovamento della classe dirigente politica e amministrativa della sinistra. Una débâcle che pesa diversamente a seconda delle storie di lungo periodo dei contesti locali e regionali, ma che si avverte un po’ ovunque, e che credo sia una delle fondamentali ragioni della fase difficile che stiamo attraversando.

Ricreare una rete sociale con le persone

In questo contesto, riprendere in mano l’ordito e la credibilità di un percorso politico efficace che rimetta la sinistra al centro del discorso e dell’orizzonte politico, richiede di coltivarne la capacità di parlare con comitati, associazioni, sindacati e movimenti, senza usarli e senza essere subalterni.

Ma richiede anche di coltivare culture e pratiche amministrative efficaci, di concentrarsi particolarmente sulle parole e le battaglie che hanno a che fare con questi temi, di ripartire dai conflitti e dalle capacità di interlocuzione e proposta che essi richiedono. Un lavoro stratificato e multiforme che però è la precondizione per tornare al centro dell’agenda pubblica e dalla capacità di incidere nelle microdinamiche di potere a livello locale e anche nazionale. 

Questo richiede di riattivare reti efficaci, continue e strutturate tra amministratori locali in contesti diversi, di rimetterli però al tempo stesso in connessione con la funzione politica oltre che con quella gestionale, di costruire un orizzonte di attesa più ampio, a livello nazionale e internazionale.

Nella mia esperienza, c’è un grande bisogno e una vera attesa di una politica che sappia riappropriarsi di queste parole, tenendo assieme la capacità di radicamento dentro queste battaglie; valorizzando le tante capacità amministrative e gestionali e le tante competenze di generazioni che sono state poco attratte dalla politica istituzionale per la sua assenza di orizzonti e rimettendole in moto verso orizzonti più pienamente politici per sognare – concretamente e non solo utopisticamente – un mondo più giusto, più equo e più rispettoso dei diritti e del diritto, tra le persone e anche tra gli stati.

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