«È la curiosità che vale la pena coltivare con una certa ostinazione: non quella che cerca di assimilare ciò che è opportuno conoscere, ma quella che permette di prendere distanza da sé stessi (se déprendre de soi-même)»
Il 15 ottobre 1926, a Poitiers, nasceva Michel Foucault. Una delle stelle più lucenti del pensiero del Novecento. Una stella che continua a mandare luce anche se si è spenta, un bagliore sagittale che ancora ci consente di fare inchiesta sul presente, di proseguire, a modo nostro, l’ontologia critica di noi stessi e dell’attualità. A modo nostro, basti pensare alla sterminata letteratura che ancora si produce su e a partire da Foucault. E forse è così che avrebbe voluto arrivare ai suoi cent’anni: essere letto, usato, deviato, saccheggiato. Tradito, se necessario.
Non siamo quello che siamo per sempre
Per questo, tra i tanti modi di svaligiare la sua “boîte à outils”, si potrebbe rilanciare una formula che fa la sua comparsa nelle sue ultime ricerche: se déprendre de soi-même. Prendere distanza da sé, disfare la presa che esercitiamo su di noi e che, di continuo, ci viene cucita addosso.
Sfuggire alla trappola del sé. Non aderire mai a sé stessi fino al punto di restare prigionieri delle proprie convinzioni. Ogni chiusura identitaria, infatti, è terreno fertile per la cristallizzazione di nuovi rapporti di potere.
Quando, negli ultimi anni, gli fu chiesto perché avesse lasciato lo studio del potere per un ritorno al soggetto, Foucault rispose che il soggetto era sempre stato al centro del suo lavoro. Ma è un soggetto che non precede mai l’esperienza: è semmai l’esperienza – il corpo a corpo, il conflitto – a sfociare, provvisoriamente, in un certo tipo di soggetto.
Non è il soggetto della confessione cristiana (chi sono?), né quello che si pensa come istanza pura della conoscenza (che cosa posso conoscere?). Foucault ha in testa un’altra domanda, se vogliamo più pratica: quale forma dare alla mia esistenza?
È un lavoro critico sulle condizioni stesse che rendono possibile la nostra esperienza: una frizione serrata con le pratiche, le relazioni e le condizioni materiali attraverso cui diventiamo i soggetti che siamo. Un attrito nel segno dell’incompiutezza: se déprendre de soi-même, non lasciare che il processo si chiuda e ci inchiodi. «È molto noioso essere sempre gli stessi», dice in un’intervista.
Un’etica iridescente del sé, quella che si intravede nell’ultimo Foucault, che tuttavia non è ripiegamento individuale. Lo dice chiaramente nell’Ermeneutica del soggetto: se non esiste altro punto di resistenza al potere che il rapporto di sé con se stessi, la resistenza comincia dalla distanza che sappiamo prendere dalle identità cui il potere ci assegna.
Questo esercizio, negli ultimi corsi al Collège de France, prende il nome di prova. Una messa in questione che passa dal rendere ragione delle proprie scelte.
Quando l’identità diventa una gabbia
La prova è qui l’opposto del conformismo. Al conformista basta ripetere i rituali condivisi e controllare che gli altri facciano lo stesso. Il potere ha bisogno del conformista perché si trova confermato e riprodotto nella prevedibilità compiacente del suo gesto. La prova spezza questo circolo perché mette un punto interrogativo: ciò che faccio – e il modo in cui lo faccio – regge se lo metto in questione?
La domanda scocca fino a noi, a una società percorsa da radicamenti identitari e appartenenze che si fanno trincea. In un mondo che ha trasformato l’identità in un’insegna abbacinante H24 sui propri feed, il se déprendre de soi-même è un’esortazione al fuori fuoco. A ciò che straborda dal profilo e resiste alla profilatura.
Ma il problema non riguarda soltanto le identità su cui ci arrocchiamo. Riguarda anche, e forse soprattutto, quelle che ci vengono prescritte. Quali condotte sono lecite e regolari, quali vite eccepiscono la norma, quali corpi non sono degni di protezione, quali legami non hanno nemmeno diritto a un nome?
Per chi è stato escluso dalla norma, per chi ha scontato una distribuzione diseguale del riconoscimento, darsi un nome è stato spesso il primo gesto per contestarla. Sarebbe un fraintendimento, dunque, leggere il se déprendre de soi-même come condanna di ogni appartenenza. Per chi ha dovuto lottare per essere riconosciuto, l’identità è stata anche una condizione di visibilità, di forza e di orgoglio: Foucault lo sapeva bene.
La libertà non si conquista da soli
Il punto è non sigillarsi nella certezza di ciò che siamo: perché è lì che il potere ci scova e produce nuove forme di assoggettamento. Si tratta semmai di condividere pratiche e modi di vita.
Il se déprendre non è un esercizio solitario. Parlando dell’amicizia come modo di vita, Foucault osservava che “un modo di vita può essere condiviso fra persone di età, condizione e attività sociale diverse, e dare luogo a relazioni intense che non somigliano a nessuna di quelle istituzionalizzate, e perfino a una cultura e a un’etica”.
Il comune che ne nasce non è un «noi» definitivo ed escludente. È un comune che zampilla dalla condivisione di stili di esistenza che tagliano in diagonale il piano delle appartenenze ufficiali, che viene rinfocolato da sensibilità, intelligenze, condotte, pratiche che non si lasciano ridurre ai dispositivi che ci governano e che trovano un varco per inventare forme di resistenza e spazi di libertà.
Anche dopo di lui, anche dopo di noi. Foucault muore di Aids senza che la malattia gli fosse stata chiaramente diagnosticata e senza che avesse potuto, o voluto, dichiararla. Daniel Defert, compagno di una vita, per vent’anni si è rifiutato di parlarne: solo nel 2004 accetta un’intervista a «Libération», e racconta il proprio lutto come attraversato da due impossibilità. La prima è legittimare il dolore.
Per una moglie o un marito, dice, tutti sanno quale comportamento adottare; per lui non c’era una parola, e nulla di simile ai gesti con cui, all’università, si va a trovare un collega che ha perso il coniuge. La seconda è dire la causa della morte: parlare al posto di Foucault sarebbe stato contrario all’etica medica a cui Defert aderiva, ma tacere voleva dire cedere alla paura dello scandalo.
Da queste due impossibilità nasce Aides, la prima associazione francese di lotta contro l’Aids e di sostegno ai malati e ai loro familiari. Defert non voleva parlare per conto di Foucault, ma nemmeno restare senza far nulla: voleva che il suo fosse «un lutto di combattimento».
Tra il silenzio da un lato e l’ingiunzione alla confessione dall’altro, si apre così lo spazio di una parola politica: pubblica, collettiva, di lotta, di mutuo-aiuto.
Inventare altri modi di vivere
Ciò che Foucault ci ha lasciato, dice Defert, è la presa di parola di chi è escluso dalla parola, nella forma di un sapere trasgressivo che agisce come contro-potere e inventa relazioni, forme affettive, atti di sollevazione, esperienze di solidarietà.
Vivere diversamente, legarsi agli altri in forme che nessun copione ha ancora previsto, riprenderci dei modi di vita, inventarne di nuovi, farne un luogo di cura e di conflitto. Non lasciare che siano le identità disponibili a decidere in anticipo quali forme possa assumere la nostra vita in comune. A cent’anni dalla nascita, il modo migliore di festeggiare Foucault è non farne un ritratto. Ma cercarlo fuori dai bordi, tra gli arricciamenti. La sua stella non ingiunge una destinazione. Fa luce su strade ancora da scovare.
