“Attualmente qui al Policlinico le attività di IVG sono sospese”. È, in sintesi, il contenuto di un avviso scritto a mano affisso dal 29 settembre davanti alla porta al Policlinico di Palermo, per accedere al servizio di Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG). Sul foglio si legge una lista di strutture a cui rivolgersi, una delle quali a pagamento, come ha riportato la giornalista Eugenia Nicolosi su Repubblica.
È successo esattamente il giorno dopo la giornata internazionale per l’aborto sicuro, una ricorrenza voluta dall’Onu per portare l’attenzione delle istituzioni.
“Perché? Da quando? Fino a quando?” si chiedono le attiviste siciliane della campagna Non è un veleno, che promuove la mappatura delle strutture che garantiscono l’aborto farmacologico, e che per prime hanno denunciato il fatto.
Quando la legge 194 resta sulla carta
In Sicilia l’81,5% dei ginecologi è obiettore di coscienza e meno della metà delle strutture con un reparto di ostetricia e ginecologia pratica l’interruzione volontaria di gravidanza.
Nel resto d’Italia le percentuali variano moltissimo ma nessuna scende sotto il 50%: secondo il ministero della Salute, nel 2022 in Italia si è dichiarato obiettore il 60,7% dei ginecologi e delle ginecologhe (con picchi del 90,9% in Molise e 79,2% in Basilicata), il 37,2% degli anestesisti e delle anestesiste e il 32,1% del personale non medico.
In almeno venti strutture, secondo l’ultimo monitoraggio di Mai dati, l’inchiesta realizzata da Chiara Lalli e Sonia Montegiove per l’associazione Luca Coscioni, la percentuale raggiunge il 100%.
L’assenza di questi dati non è solo una questione tecnica, ma, secondo le autrici, “un atto di violenza contro le donne e una violazione dei diritti fondamentali”, perché si impedisce l’effettivo accesso alla prestazione sanitaria.
Il caso di Palermo, anche se può sembrare estremo, è una dimostrazione di come, nel nostro paese, l’applicazione della legge 194 del 1978, che regola l’interruzione di gravidanza, non è scontata. “Quando un diritto viene trattato come una concessione e reso incerto, l’accesso al servizio si svuota”, come hanno ribadito ancora le volontarie di Non è un veleno.
L’associazione Medici del mondo raccoglie da anni le testimonianze di donne italiane e straniere che, anche quando trovano medici disposti a praticare un’IVG, si scontrano con barriere burocratiche ed economiche. Tra queste, la storia di una donna italiana che scopre di essere incinta dopo essere stata lasciata dal compagno. I due convivevano, ma quando lei lascia la casa dell’uomo perde la residenza e, di conseguenza, l’accesso al Servizio sanitario nazionale.
Quando si rivolge all’ospedale, le viene chiesto di pagare 1100 euro per l’intervento chirurgico. Disperata e ormai alla decima settimana di gravidanza, riesce ad abortire grazie al sostegno economico di un progetto promosso dall’associazione: un fondo pensato per aiutare chi desidera interrompere una gravidanza ma incontra ostacoli economici o amministrativi.
Aborto in Italia, i dati che mancano e quelli che arrivano in ritardo
La legge 194 del 1978 non solo regola l’accesso, ma impone al ministero della Salute di presentare ogni anno al parlamento una relazione sulla sua attuazione, obiezione di coscienza inclusa. Negli ultimi anni questa relazione arriva sempre più tardi: quella trasmessa a febbraio 2025 conteneva dati del 2022, non del 2024. A dicembre 2024 il ministero ha pubblicato con quasi un anno di ritardo un report privo delle 32 tabelle regionali, diffuse prima da una rete di associazioni pro-choice.
Basti pensare che il primo elenco ufficiale delle strutture italiane che praticano l’aborto è stato pubblicato dall’Istituto superiore di sanità solo nel 2025. Manca ancora il tasso di obiezione per singola struttura: si sa quali ospedali fanno le IVG, non quanto sia difficile, al loro interno, trovare chi le esegue.
I pochi numeri disponibili raccontano una fotografia molto diseguale: secondo la relazione del 2021, in Italia si dichiarava obiettore il 63,4% dei ginecologi, il 40,5% degli anestesisti, il 32,8% del personale non medico.
Obiezione di coscienza e fondi pubblici: il ruolo dei movimenti antiabortisti
I dati disponibili confermano che il ricorso all’aborto volontario in Italia rimane tra i più bassi a livello internazionale, ma non è necessariamente una buona notizia: non è un caso che nella risoluzione dell’11 aprile 2024 sul diritto all’aborto e sul suo inserimento nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, l’Italia sia stata chiamata in causa per due aspetti: gli elevati tassi di obiezione di coscienza tra i medici e l’aumento dei finanziamenti ai movimenti anti-scelta.
Solo una settimana dopo, come ha raccontato Valigia Blu, il Senato ha approvato un emendamento nell’ambito di un decreto sul PNRR che consentiva alle regioni di coinvolgere le associazioni antiaborto nei consultori.
Ecco che senza modificare formalmente la legge 194, vediamo interventi diretti (e ostacolanti) sulle modalità della sua applicazione. Il governo guidato da Giorgia Meloni e i partiti della destra italiana sostengono sì formalmente di non voler modificare o abolire la legge, ma puntano alla sua “applicazione integrale”, ossia concentrarsi sulla prima parte della normativa dedicata alla prevenzione e al supporto alla maternità.
A dicembre 2024 un’inchiesta di Domani aveva ricostruito legami finanziari tra il fondatore di Pro Vita & Famiglia, Antonio Brandi, e il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore: assegni, bonifici, conti svizzeri, immobili di Pro Vita messi a disposizione del partito neofascista per la sua attività politica. Dopo l’inchiesta, l’eurodeputato Alessandro Zan (Pd) ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea e il Registro di Trasparenza dell’Ue ha aperto una verifica sull’iscrizione di Pro Vita & Famiglia. Angelo Bonelli (Avs) ha interrogato Meloni e Nordio sui rapporti tra Fratelli d’Italia e l’associazione.
I finanziamenti ai movimenti antiabortisti, dall’Italia all’Europa
Nel frattempo, i fondi pubblici italiani verso queste realtà continuano ad aumentare.
In Piemonte, il nuovo Fondo Vita della regione (guidata dalla destra) finanzia dal 2022 associazioni antiabortiste presenti anche dentro un ospedale, nella cosiddetta “Stanza dell’ascolto”: secondo le rendicontazioni ottenute da L’Espresso tramite accesso agli atti, buona parte dei soldi è stata usata per rimborsi diretti alle donne.
Anche a livello europeo l’European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights (EPF), una rete di parlamentari che dal 2021 pubblica report sui finanziamenti ai movimenti anti-gender, ha monitorato questi legami: nel primo documento, Tip of the Iceberg, tracciava 707 milioni di dollari tra il 2009 e il 2018, quadruplicati nel periodo, da 22 a 96 milioni l’anno. L’aggiornamento del 2025, The Next Wave, portava il totale a 1,18 miliardi di dollari tra il 2019 e il 2023, di cui almeno 171 milioni da fondi pubblici, inclusi fondi collegati all’Ue. L’Italia è il sesto paese per finanziamenti ricevuti: quasi 19 milioni di dollari.
L’influenza di questa rete si misura anche a Strasburgo: a metà settembre Pro Vita & Famiglia ha curato, insieme all’eurodeputato Paolo Inselvini (FdI/ECR), la mostra “Just EUman – Come nasce un cittadino europeo”, allestita dentro al Parlamento europeo. Per la Fondazione Libellula questo progetto propone “una rappresentazione dello sviluppo embrionale e fetale nella quale rischia di rimanere sullo sfondo la persona che quella gravidanza la vive. Il punto non è mettere in discussione la possibilità che all’interno delle istituzioni convivano posizioni differenti, ma interrogarsi su come la scienza venga utilizzata per sostenerle e, soprattutto, su chi rimanga visibile e chi scompaia dal racconto”.
A Palermo, intanto, almeno fino al 6 ottobre, le donne che hanno provato ad accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, hanno trovato una porta chiusa. Per le attiviste di Non è un veleno la risposta deve essere collettiva: mappare, raccogliere dati e creare una rete di mutuo aiuto: “È proprio in queste contraddizioni che si misura la necessità del nostro lavoro”. E della sorellanza transfemminista.
