Meloni, l’interesse nazionale di chi? 

Promesse per tutti, vantaggi per alcuni: quattro anni di scelte politiche


Articolo tratto dal N. 106 di Meloni, i conti non tornano Immagine copertina della newsletter

Il 25 ottobre 2022, chiedendo la fiducia alla Camera, Giorgia Meloni promise di governare «anteponendo sempre l’interesse della Nazione a quello di parte e di partito». Il 4 settembre 2026, a Bari, festeggiando il governo più longevo della storia repubblicana, ha spiegato che solo un governo stabile può «far valere il proprio interesse». Tra le due frasi ci sono quattro anni di scelte, tenute insieme da una parola che promette unità e scoraggia le domande. 

La domanda da fare è quella di Harold Lasswell sul definire la politica: chi riceve cosa, quando e come? Una nazione è attraversata da conflitti fra lavoro e impresa, fra generazioni, fra territori. Tolta la difesa fisica del territorio e dei cittadini, l’interesse nazionale è quasi sempre la proiezione degli interessi di una coalizione dominante sull’intero paese. Stabilire che cosa sia un interesse vitale è una questione politica e morale, non un calcolo neutrale.

Chiamarlo «nazionale» ha un effetto preciso: trasforma una scelta di parte in un dovere collettivo e chi la contesta in qualcuno che rema contro. Il discorso del 2022 indicava già quale coalizione. «Non disturbare chi vuole fare» sarebbe stato il motto del governo, perché «la ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato».

Le promesse e la realtà del governo Meloni 

Il welfare. La promessa è stata mantenuta: il reddito di cittadinanza non c’è più, e a Bari non se n’è parlato. Secondo l’Istat il passaggio all’Assegno di inclusione ha ridotto nel 2024 il reddito di circa 850 mila famiglie, quasi tutte tra le più povere, in media di 2.600 euro l’anno.

Nel 2025 soglie e importi sono stati corretti, a beneficio di un milione di famiglie. Nello stesso 2024 taglio del cuneo e riforma dell’Irpef hanno portato in media 586 euro a 11,8 milioni di famiglie di lavoratori dipendenti, mentre circa 300 mila ne hanno persi in media 426 con la fine del vecchio bonus Irpef. Per effetto delle misure del 2024 l’indice di Gini dei redditi disponibili sale da 30,25 a 30,40. Poco? Forse. Le correzioni del 2025 lo riportano giù, da 31,41 a 31,17, ma intanto il conto l’avevano pagato i più poveri. 

Il lavoro. A Bari la premier ha rivendicato oltre 1,3 milioni di contratti a tempo indeterminato in più e ha ammesso che gli stipendi restano troppo bassi. Nel 2025 la disoccupazione è scesa al 6,1%, mentre il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali restava inferiore dell’8,6% a quello del 2019. Agli autonomi è andata meglio: la soglia del regime forfettario è salita a 85 mila euro, contro i 100 mila promessi.

L’inflazione non l’ha prodotta questo governo, ma più occupati e lavoratori più ricchi sono obiettivi diversi, e il secondo è rimasto indietro. E non calano i lavoratori poveri: il 10,2% degli occupati, come un anno prima.

L’immigrazione. A Bari Meloni ha rivendicato il calo degli arrivi irregolari e la trasformazione delle proposte italiane in «legge europea». Intanto il governo ha programmato 497.550 ingressi regolari di lavoratori extra-Ue per il 2026-2028, per coprire un fabbisogno di manodopera «indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale». Sono però circa 165 mila l’anno, un terzo di quanto stimano i demografi per non perdere popolazione in età da lavoro e nel 2025 meno di una quota su dieci è diventata un permesso.

Imprese e famiglie esprimono un interesse diverso da quello della retorica della chiusura e il governo lo ha riconosciuto, almeno sulla carta. Anche qui l’interesse nazionale si rivela plurale.

Le istituzioni. Nel 2022 Meloni annunciava una riforma in senso semipresidenziale, sul modello francese. È diventata il premierato, approvato dal Senato nel 2024 e da allora fermo. L’unica riforma costituzionale arrivata al referendum popolare, la separazione delle carriere, è stata respinta nel marzo 2026 con il 53,7% di no.

La promessa di stabilità è arrivata per altra via, con la legge elettorale approvata l’8 ottobre: a farla, paradossalmente, il governo più longevo della storia repubblicana.

Quello che doveva cambiare la Costituzione è diventato ingegneria elettorale. Così, a Bari, la stabilità ha smesso di essere lo strumento per riformare il paese ed è diventata essa stessa «la prima grande riforma». Si riforma perché nulla cambi.

Una coalizione che esclude i più deboli 

Messe in fila le scelte disegnano una coalizione: lavoratori dipendenti a reddito medio-basso, compensati con il cuneo; autonomi; imprese che chiedevano manodopera e meno vincoli; creditori rassicurati dai «conti in ordine». Ai margini restano le famiglie più povere, i salari reali, i giovani che rinviano casa e figli, con una fecondità scesa nel 2025 a 1,14 figli per donna. Anche i conflitti che non si scelgono, o che si sopprimono, definiscono vincitori e perdenti. 

La politica estera, per alzare lo sguardo: a Bari Meloni ha rivendicato un’Italia che non è più «il caso sorvegliato» d’Europa. Contro molte attese, il governo si è rivelato atlantista e poco antieuropeo. La scommessa è stata un’altra: una relazione con Donald Trump che doveva essere speciale ed è diventata solo spiacevole.

Quando Meloni ha giudicato «inaccettabili» i suoi attacchi al papa, Trump ha replicato: «Inaccettabile è lei». Inseguirlo ha reso difficile al governo parlare con la voce europeista di Sánchez o Macron, o con quella multilateralista di Carney, e lo ha spinto a un’eccessiva accondiscendenza verso un presidente che bombarda senza mandato e disprezza il diritto internazionale. Quasi otto italiani su dieci ne danno un giudizio negativo. Si rifletta sull’interesse nazionale secondo Giorgia Meloni riguardando due eventi.

Il libico Almasri, arrestato a Torino su mandato della Corte penale internazionale, liberato due giorni dopo e riportato in Libia con un volo di Stato; la Corte ha deferito l’Italia per inadempienza. Infine, mentre circa 130 leader aprivano l’Assemblea generale dell’Onu, Meloni ha mandato Tajani e ha rivendicato la cena della Settimana della moda, per un settore «che vale oltre 36 miliardi di export».

Misfatti verso due istituzioni internazionali di cui l’Italia fa parte, quindi interesse nazionale di chi? 

 

Tirare le somme di un governo “indipendente” 

Il dato più interessante di Bari, però, è un altro. Per anni questa destra si è detta sovranista, intendendo la sovranità come indipendenza: decidere da soli, dentro i propri confini. Ma la sovranità che conta è la capacità di controllare i risultati e di rispondere ai bisogni delle persone, e l’indipendenza non la garantisce. Mettere in comune la sovranità, come si fa nell’Unione europea, può accrescerla; i rigurgiti nazionalisti, al contrario, ci rendono meno sovrani. Essere realisti oggi significa essere internazionalisti.

È la traiettoria che in Nazionalismo e internazionalismo (Donzelli 2026) ho riassunto così: si vincono le elezioni da nazionalisti, ma si governa solo da internazionalisti. Resta da capire chi paga la distanza fra le due cose. 

Il bilancio di questi anni di governo Meloni, allora, non si fa chiedendo se il governo abbia difeso o tradito l’interesse nazionale. Quella domanda accetta già la premessa che ne esista uno solo. Conviene chiedere quali conflitti sono stati messi al centro, quali lasciati ai margini, e quali gruppi sono riusciti a far passare il proprio interesse per quello della nazione. Le conseguenze della destra al governo sono sul capire chi è finito in fondo alla fila. «Prima noi», certo. Ma se qualcuno passa per primo, qualcun altro resta in fondo. Ultimi chi? 

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