«Chi ha l’oro fa le regole». William Gyude Moore, ex ministro e funzionario della Liberia tra il 2009 e il 2018, è un economista che da anni studia i “piani per l’Africa” e i loro effetti. Non li fanno né i Paesi africani né le istituzioni finanziarie del continente, ma Paesi ed enti finanziatori stranieri: Russia, Cina, Stati Uniti, ma anche l’Unione europea, con iniziative di singoli Stati come Francia e Italia. Come il Piano Mattei.
Moore ha espresso da subito dubbi sul Piano soprattutto per le grandiose ambizioni dichiarate da Giorgia Meloni. Tra le recenti, «ridurre la malnutrizione, creare lavoro per i giovani e rendere l’agricoltura più resistente al clima in tutto il continente africano»1 e «fare di Roma l’hub europeo per gli investimenti in Africa, in sinergia con la Strategia Global Gateway dell’Unione europea».
I numeri del Piano non quadrano con gli obiettivi. Da un lato ci sono 3 miliardi del Fondo italiano per il clima che a ottobre del 2024 sono stati assegnati al Piano Mattei. Denaro che, come scrive la Corte dei conti in una relazione pubblicata a inizio maggio, rischia di finanziare solo i progetti economicamente più promettenti (più “bancabili” in gergo) e non quelli in grado di contrastare il cambiamento climatico. Dall’altro lato ci sono gli istituti finanziari africani che dovrebbero fare da moltiplicatore del Piano Mattei, ma si trovano a loro volta a pagare le loro linee di credito a un prezzo eccessivo.
Più che “cambio di paradigma” nei rapporti con l’Africa, il Piano ha solo modificato i prodotti finanziari destinati al clima. E il recente passato insegna che la finanziarizzazione delle risorse naturali africane produce risultati spesso deludenti. Al netto della vaghezza degli obiettivi, però, Meloni ha spiegato all’assemblea di Assolombarda che in Africa è importante prima di tutto «esserci», perché «significa non lasciare ad altri un’opportunità che può essere soprattutto nostra».
Da dove vengono i soldi italiani del Piano Mattei
Il budget italiano dedicato al Piano Mattei proviene da risorse precedentemente allocate altrove. Tre miliardi di euro sono del Fondo italiano per il clima: istituito nel 2021 e operativo dal 2023, è gestito da Cassa depositi e prestiti (Cdp). Il 95% di questi soldi prevede un rientro finanziario, mentre gli aiuti sono tradizionalmente a fondo perduto.
La Quota Mattei pesa per il 70% del Fondo clima e finanzia vari strumenti. Uno è la Mattei Plan/Rome Process Financing Facility (Rpff), la cui regia è in mano alla Banca africana per lo sviluppo (AfDB). Intende combattere le cause della migrazione e finanziare progetti positivi per il clima. Nel 2025 ha ricevuto 100 milioni di euro dal Fondo clima più altri 20 provenienti dai ministeri di Ambiente ed Esteri. Prima erano allocati per progetti di cooperazione.
C’è poi il Plafond Africa, uno strumento in cui Cdp aveva intenzione di sostenere piccole e medie imprese coperto in gran parte da una garanzia emessa dallo Stato. Invece un terzo del budget è stato speso per operazioni promosse da grandi gruppi: 110 milioni di euro per il progetto fotovoltaico Abydos II in Egitto (promosso dalla società emiratina AMEA Power) e 50 milioni di euro per il potenziamento delle reti di produzione e fornitura agricola in undici Paesi del continente.
Un’altra parte della Quota Piano Mattei – circa 38 milioni di euro – è investita nell’Alliance for Green Infrastructure in Africa (AGIA), altra iniziativa dell’AfDB per accelerare progetti su rinnovabili e trasporti sostenibili. Tra le grandi infrastrutture rientra anche il Corridoio di Lobito, la ferrovia di 1.300 chilometri per cui nel 2025 Cdp ha deliberato, con un prestito separato, 250 milioni di euro con durata decennale. Oltre a gestire Fondo Clima e Plafond Africa, Cdp nell’arco di cinque anni si impegnerà anche con 200 milioni di euro nel Growth and Resilience Africa Fund (GRAf), fondo di private equity dedicato, stando alle carte, alle piccole medie imprese africane.
La zavorra del costo del capitale
Secondo quanto stabilisce il Piano, l’impegno finanziario dell’Italia viene raddoppiato dalle istituzioni finanziarie africane, soprattutto dalla AfDB. Sarà così? «Tra tutte le principali banche di sviluppo regionali – la Banca Asiatica di Sviluppo, la Banca Interamericana di Sviluppo – la Banca Africana di Sviluppo è la più piccola», aggiunge Gyude Moore, secondo cui la banca «non ha tutto il capitale di cui ha bisogno per svolgere il lavoro che deve fare».
L’AfDB e le altre banche africane stanno cercando di tenere basso il costo del denaro perché «se i governi africani prendono in prestito dal sistema internazionale, pagano un premio». In media, i Paesi più poveri pagano interessi dalle cinque alle otto volte superiori, con picchi di tassi sui titoli obbligazionari che arrivano al 25%. Undici dei 18 Paesi prioritari del Piano Mattei rientrano tra quelli già sovraindebitati o che rischiano di esserlo, spiegano ActionAid e Development Finance International in uno studio pubblicato a settembre 2026. In questi Stati, il debito drena il 65% delle entrate pubbliche e supera di quasi 25 volte la spesa destinata alle politiche climatiche.
Quando il denaro per lo sviluppo arriva sotto forma di prestito invece che di donazione a fondo perduto c’è quindi il rischio di bloccare Paesi beneficiari ed enti finanziatori nella “trappola del debito”, un perverso meccanismo di dipendenza politica ed economica per cui la Cina è stata spesso criticata: per finanziare il prestito si erogano altri prestiti. E a subire gli effetti di questa asimmetria finanziaria è soprattutto l’economia reale: «Circa l’80% di tutti i posti di lavoro creati in Africa vengono dalle piccole e medie imprese – afferma Moore – che sono quelle che faticano di più a trovare finanziamenti a basso tasso di interesse e di lunga durata, qualcosa di più di tre anni».
Per contenere l’esplosione del debito, il governo italiano ha lanciato il Debt Relief for Africa, un progetto che prevede la conversione di 269 milioni di euro di crediti bilaterali spalmati su un decennio. Ma la bilancia contabile si muove in direzione opposta: il solo Comitato tecnico del Fondo Clima ha già deliberato 15 interventi per circa 1,2 miliardi di euro, quasi interamente composti da linee di credito da rimborsare. Una cifra oltre quattro volte superiore all’alleggerimento promesso.
Il passato che ritorna
Tra i settori dove le piccole e medie imprese africane hanno più bisogno di sostegno c’è l’agribusiness, un settore critico secondo la Corte dei conti. I magistrati contabili citano come esempio il progetto di un polo agroindustriale in Costa d’Avorio (un prestito sovrano da 100 milioni di euro concesso al governo locale) o un altro, sempre con un finanziamento sovrano, finalizzato al recupero delle acque reflue da destinare all’agricoltura in Tunisia: sono interventi che «difficilmente generano ricavi atti a ripagare il debito contratto», avvertono.
La relazione nomina poi il progetto di Eni in Kenya per produrre biocarburanti destinati all’Europa, sottolineando che ha ricevuto un finanziamento agevolato nonostante la sua natura commerciale. È stato deliberato a marzo 2024, sette mesi prima della riforma di ottobre con cui il governo ha vincolato 3 miliardi del Fondo clima al Piano Mattei e deciso un allargamento dei criteri di selezione dei progetti mai comunicato pubblicamente.
Maura Benegiamo, ricercatrice dell’Università di Pisa, ha studiato a lungo la corsa alle concessioni di grandi appezzamenti per produrre agrocarburanti nella prima decade del Duemila. All’epoca, spiega intervenendo al convegno Per una critica del Piano Mattei all’Università di Milano, si parlava di Jatropha curcas, una pianta presentata come la soluzione ideale per rivoluzionare la produzione energetica mondiale.
Nel momento di massima espansione, nel 2008, erano 900mila gli ettari destinati a questa coltivazione tra Africa, America Latina e Asia, assegnati soprattutto a piccole e medie imprese europee.
I progetti poi sono stati ridimensionati o abbandonati perché la resa reale della pianta era molto inferiore alle aspettative, provocando tensioni sociali perché quelle classificate come “terre marginali” svolgevano in realtà funzioni essenziali per la sussistenza delle comunità locali. C’è il rischio che quella fuga si ripeta anche oggi, finito l’hype del Piano Mattei.
