Perché ci ricordiamo Lampedusa ma ignoriamo che la letalità delle attraversate del Mediterraneo è aumentata? Essere umani continuano a morire a migliaia, in mare, ogni anno. Ricordiamo tutti il naufragio al largo di Lampedusa del 3 ottobre 2013 che costò la vita ad almeno 368 migranti e la commozione che ne seguì, con la decisione di creare la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza. Eppure, dal 2014 sono oltre 35 mila le persone morte in mare, numeri sicuramente sottostimati, e da allora ben sei naufragi hanno causato un numero di vittime stimato superiore a quello di Lampedusa.
Il Mediterraneo Centrale è la via migratoria più letale al mondo secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Le morti in mare raccontano una storia che va oltre la pericolosità delle traversate: quella di una norma umanitaria universale che, pur continuando a esistere, sembra aver perso la propria forza.
Una norma per salvare vite
Questa norma del salvataggio in mare è anche regolata da precise convenzioni internazionali: l’obbligo di prestare assistenza alle persone in pericolo in mare è sancito da molteplici convenzioni internazionali. Convenzioni che arrivano anche a suddividere il mondo in zone di ricerca e soccorso con stati incaricati di zone particolari (le Search and Rescue areas). Insomma, si tratta di una delle norme meglio codificate del diritto internazionale.
La norma si fonda su tre elementi: l’obbligo di soccorrere le imbarcazioni in pericolo, di condurre le persone soccorse in un luogo sicuro (place of safety) e di prestare assistenza a chi rischia la vita. Indebolire anche solo gradualmente queste componenti significa svuotare la norma. È un processo fatto di piccoli cambiamenti, spesso poco visibili: il modo di intendere e praticare la solidarietà in mare in Italia nel 2010 era molto diverso da quello di oggi.
Il caso emblematico, accompagnato da molti altri, è quello della Left-to-Die Boat, nell’aprile 2011: un’imbarcazione con 72 migranti rimase alla deriva nel Mediterraneo centrale per diversi giorni, nonostante fosse stata individuata e fossero state segnalate le condizioni di pericolo. Le mancate assistenze e il povero coordinamento contribuiscono alla morte di 63 persone.
L’episodio mostra come l’ambiguità delle responsabilità, i fallimenti nel coordinamento e l’assenza di interventi efficaci possano compromettere l’obbligo di soccorso fin dal suo primo momento. Non è necessario negare apertamente una norma: anche ritardi, omissioni e rimpalli di responsabilità possono impedirne l’applicazione concreta.
Ridefinizione di luogo sicuro
La norma venne indebolita attraverso una reinterpretazione del concetto di luogo sicuro. Dopo Mare Nostrum, Triton (2014) spostò la priorità verso il controllo delle frontiere, mentre Sophia (2015) si concentrò sul contrasto ai trafficanti, pur svolgendo anche operazioni di soccorso.
Parallelamente, la cooperazione con paesi terzi, soprattutto con la Libia, mirò ad intercettare e riportare i migranti lontano dalle coste europee. Tuttavia, il ritorno in Libia può esporle a detenzione arbitraria, violenze e a gravi violazioni dei diritti umani. Un luogo sicuro, quindi, non è semplicemente un luogo di sbarco: deve garantire sicurezza anche dopo l’arrivo.
Centrale è anche la possibilità stessa di intervenire per soccorrere: sequestri di imbarcazioni, procedimenti giudiziari, ostacoli amministrativi e controversie sull’accesso ai porti hanno limitato drasticamente la capacità operativa delle ONG. Il controllo delle frontiere ha mostrato la sua prevalenza sull’obbligo di proteggere la vita.
L’esternalizzazione del controllo migratorio ha poi contribuito definitivamente a trasferire le operazioni di intercettazione e ritorno a soggetti esterni all’Unione europea, sollevando questioni fondamentali sulla responsabilità degli Stati e sul rispetto dei diritti umani.
La narrazione politica cambia la prospettiva
Ma perché abbiamo svuotato questa norma? Di fatto non viene più implementata. Un ruolo importante è come si parla di queste questioni. I politici, gli esperti e i media non si limitano a descrivere ciò che accade, contribuiscono anche a stabilire come interpretarlo.
L’interpretazione delle norme non è mai neutrale, coloro che si trovano in posizioni di potere hanno anche maggiori possibilità di imporre la propria interpretazione dei fatti. Il discorso politico che si è affermato in Italia è tanto potente quanto semplice: di fatto si iniziano a sollevare dubbi sulle reali intenzioni di coloro che decidono di attraversare. Un elemento centrale di questo processo è il modo in cui le narrazioni politiche rendono possibile l’indebolimento della protezione.
Nella prima fase di erosione si sollevano dubbi sulle reali intenzioni di chi tenta la traversata: “Ma non saranno poi forse terroristi/criminali?”. Ritroviamo due varianti di questa storia. La prima è che si tratta di disperati che quindi indirettamente sono incapaci di reciprocare. La seconda è che tra i migranti si nascondono criminali e terroristi.
Progressivamente si sollevano dubbi se la persona “a mare” ha davvero diritto di protezione. La solidarietà in mare si fonda su una reciprocità non necessariamente immediata: si aiuta chi è in difficoltà anche se non può ricambiare.
Questo principio si indebolisce quando la persona soccorsa viene rappresentata come estranea, irresponsabile o minacciosa. La costruzione del migrante come «altro» e come minaccia alla sicurezza, all’economia o al welfare crea così una distinzione tra chi merita protezione e chi viene ritenuto responsabile della propria vulnerabilità. In questo modo, la responsabilità viene spostata sulle persone soccorse e le misure restrittive diventano più facili da giustificare.
Indifferenza collettiva
Inoltre, si mettono in dubbio le intenzioni di chi soccorre, presentando le ONG come parte del problema migratorio e il salvataggio come un incentivo alle partenze, argomento ampiamente messo in discussione dai dati. Le ONG sono state così delegittimate e criminalizzate, nonostante abbiano continuato a svolgere nel Mediterraneo centrale attività di soccorso fondate sugli obblighi del diritto internazionale.
Questi discorsi si diffondono gradualmente, si intrecciano con paure antiche e nuove e contribuiscono a normalizzare pratiche prima considerate inaccettabili. Possiamo leggere questo processo come una forma di indifferenza collettiva: non semplice mancanza di solidarietà individuale, ma un insieme di pratiche e giustificazioni che rende più facile distogliere lo sguardo dalla sofferenza e dalla morte delle persone migranti. La disumanizzazione diventa così un meccanismo di svuotamento della norma, perché indebolisce la capacità di riconoscere nell’altro una persona da proteggere.
Questo svuotamento non richiede il rifiuto esplicito di una regola: avviene anche quando essa viene progressivamente reinterpretata e indebolita. Il soccorso resta un obbligo, ma la sua applicazione viene subordinata ad altre priorità. La questione, allora, non è solo se una singola operazione abbia violato una norma, ma come decisioni prese nel tempo possano rendere più difficile salvare le persone e più probabile la nostra indifferenza.
