“Io quando vado a Milano mi sento un criceto che gira nella sua ruota e che va in crisi appena deve prendere una strada nuova o viene soppresso un mezzo, perché non conosco la città se non la tratta che faccio per arrivare al lavoro, e la mia rete è tutta a Torino. So che non accadrà, ma sarebbe un sogno se il mio lavoro, che amo e che non troverei altrove, spostasse la propria sede vicino a casa mia”.
È la voce di Alessia, 32 anni, impiegata nel settore discografico, che percepisce questa situazione come un’ingiustizia, anche considerando la difficoltà a organizzarsi avendo a che fare con una rete di trasporto pubblico che non fornisce a chi ne fa uso nessuna garanzia. Alessia ha calcolato che 300 euro al mese di trasporti più l’affitto (o in un secondo momento il mutuo) a Torino le costavano circa la metà di quanto avrebbe speso in affitto per una casa da sola a Milano.
Le persone che ogni giorno accedono a Milano per recarsi sul luogo di lavoro sono quasi un milione. Il dato, pubblicato nel 2025 dal progetto MetroMosaic del Politecnico di Milano, evidenzia un enorme numero di persone che fanno vita da pendolari, ma anche una periferizzazione dei flussi, con lavoratori che vengono da sempre più lontano: solo un terzo dei pendolari arrivano infatti dalla Città metropolitana di Milano.
La scelta difficile tra la propria vita e il lavoro
Ma cosa spinge le persone ad abitare quotidianamente quella terra di mezzo che è il viaggio che separa la loro abitazione dal luogo di lavoro, con tutti i disagi che questo viaggio comporta?
Innegabile il ruolo della policrisi, termine coniato dal filosofo e sociologo Edgar Morin e ripresa nel 2016 dall’allora presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker. Si tratta di una crisi su più fronti, che intreccia la questione lavorativa, quella economica e quella abitativa. Se da un lato, infatti, la vita nel capoluogo lombardo è sempre più proibitiva (secondo i dati di RentYourNest, 730 euro di affitto di media per una stanza singola, 1300 per un monolocale), dall’altro è difficile rinunciare al proprio lavoro per cercare altrove.
E così, a Milano spesso può restare solo chi ha il privilegio di una famiglia alle spalle che può aiutare con l’affitto e le spese, o chi, anche una volta terminati gli studi, accetta di condividere un appartamento con altre due, tre o più persone.
Marta ha 28 anni, lavora come ricercatrice nell’ambito delle scienze biomediche e ha da poco scelto di tornare a vivere a Varese perché stanca di Milano: della vita con altre quattro persone più giovani di lei e della qualità della vita a Milano, a partire dalla carenza di spazi verdi poco distanti da casa.
Come lei, molti dei suoi colleghi vivono da pendolari, perché non hanno trovato altrove un posto di lavoro altrettanto all’avanguardia che garantisse loro pari soddisfazione. E così, ora Marta trascorre ogni giorno, nel migliore dei casi, due ore e mezza sui mezzi pubblici, mentre alcuni suoi colleghi, da Lecco, Treviglio, Genova e Torino, ne trascorrono quotidianamente anche quattro.
Se due ore e mezza al giorno possono sembrare un tempo relativamente accettabile, basti considerare che, immaginando 22 giorni lavorativi al mese per 11 mesi, si tratta di 25 giornate intere. Quasi un mese all’anno sulla tratta tra casa e il lavoro.
Natalino, 61 anni, ingegnere meccanico in Rai, fa il pendolare tra Varese e Milano dal 1998. Difficile immaginare di trovare nella zona in cui vive un lavoro che gli piaccia tanto quanto quello che svolge, e allo stesso tempo impensabile trasferirsi nel capoluogo lombardo, avendo la famiglia a Varese e riconoscendone la qualità di vita. Così ha reso le ore da pendolare (circa tre al giorno quando i treni sono in orario) un momento dedicato alla lettura (insieme ad altre persone ha di recente fondato l’associazione di promozione della lettura Caratteri Mobili), ma nonostante questo condivide le rimostranze di Marta rispetto ai treni.
L’Odissea dei pendolari
Ritardi sistematici, un numero di carrozze inadeguato rispetto al numero di passeggeri con conseguente difficoltà a trovare posto a sedere, treni nuovi su cui il telefono prende malissimo e perciò, anche volendo, è impossibile portarsi avanti col lavoro, prese di ricarica fuori uso. Come donna, Marta segnala anche un tema legato alla sicurezza: difficile costruire relazioni nella città dove si lavora se l’ultimo treno che una ragazza può prendere senza temere per la propria incolumità è quello delle 19.30.
Mentre per Natalino il viaggio in treno, soprattutto al ritorno, è spesso un momento di decompressione, per Marta si tratta di un momento stressante: le condizioni dei vecchi treni, spesso imbrattati per cui non si vede fuori dal finestrino, lo rendono uno spazio alienante, i servizi igienici sono inutilizzabili, spesso d’estate manca (o non funziona) anche l’aria condizionata.
Trovasse lavoro altrove, Marta dice che si sposterebbe volentieri, o si ritrasferirebbe a Milano se potesse abitare da sola – cosa che, con uno stipendio da ricercatrice, è attualmente impossibile. Considera la condizione di pendolare uno status transitorio, difficile da sostenere sul lungo termine.
C’è anche chi sceglie una sorta di compromesso: abitare in provincia di Milano, e fare la pendolare da lì. È il caso, ad esempio, di Giorgia, 31 anni, psicologa e fino a poco tempo fa anche educatrice. Giorgia è cresciuta a Milano, ma da fine 2025 si è trasferita insieme al compagno a Segrate, dove hanno comprato casa, anche a causa dei costi proibitivi di Milano. Anche se la sua rete di amici è ancora principalmente a Milano, Giorgia dice che il loro rapporto ha perso spontaneità, perché incontrarsi dipende in buona parte dagli orari dei mezzi pubblici, o la costringe a utilizzare l’automobile.
Milano come nonluogo
Ma a chi appartiene una città che accoglie solo per il tempo di produrre? Milano si configura come l’apoteosi di un sistema economico giunto ormai – a proposito di treni – al capolinea, ed è inevitabile chiedersi se sia solo questione di tempo prima che, un po’ come nelle relazioni tossiche, chi la frequenta trovi il coraggio di abbandonarla. Forse Milano sta facendo gaslighting a tutti – ma soprattutto ai giovani che hanno creduto alla storia del self-made man che deve mettersi in competizione e fare carriera -, nascondendo come ciò che offre di positivo sia in realtà alimentato da qualcosa di fossile e di nocivo, che rende l’aria irrespirabile, e non solo metaforicamente.
Il rischio è che in questo modo Milano si configuri sempre più come un hub dove produci ogni giorno, consumi quando riesci, e sei costretto comunque ad andartene prima di sera. Praticamente un nonluogo, che nell’accezione proposta dall’antropologo francese Marc Augé fa riferimento a quegli spazi di transito e consumo, dove si passa e non si vive.
Ma la colpa non è tutta di Milano. La colpa è di un sistema socio-culturale ed economico che ha fatto di Milano la sua capitale. E allora mentre si aspetta che le istituzioni regolino la situazione mettendo dei paletti al costo degli affitti e gestendo in modo più efficiente i trasporti pubblici, starebbe anche agli altri centri urbani – e a chi li amministra – domandarsi cosa può renderli attrattivi, cosa hanno da offrire ai giovani, se ci sono sufficienti spazi per intessere relazioni e per coltivare futuro, se a muoverli c’è una visione di lungo termine e non solo il desiderio di farsi vetrine per i turisti curando i centri storici ma non le periferie e rendendo ogni appartamento vuoto un Airbnb invece che una casa per chi ne ha bisogno, a partire dagli studenti e da chi vi si trasferisce per lavorare.
E forse – o meglio sicuramente – starebbe su un piano più generale rivendicare il proprio diritto al tempo. Riappropriarsi del proprio immaginario, visualizzare una società incentrata su rapporti mutualistici e solidali, percepirsi persone che rivendicano i propri diritti: il diritto al riposo e a dormire un’ora in più, il diritto al tempo libero, il diritto a non alienarsi, tanto sul lavoro quanto nel tempo che si impiega per arrivarci. Il diritto ad ambire a relazionarsi alle città come luoghi che generino comunità, e che accolgano in quanto esseri umani, e non solo in quanto lavoratori.
