Una fotografia simbolica, quella di Uliano Lucas. Uno scatto che ha la stessa forza (forse anche di più) di un saggio scritto non foss’altro che per l’immediatezza. L’immagine più diretta della parola.
L’uomo è immobile, lo sguardo è verso l’osservatore. Indossa un povero impermeabile scuro, un cappello che ricorda un basco, ha la valigia nella mano sinistra, mentre sulla spalla, c’è uno scatolone fissato dal nastro adesivo: è l’immagine (autentica) dell’emigrante, così come i grandi film del Neorealismo ce l’hanno impressa nella mente.
Queta fotografia, sessanta anni fa, era l’incontro imprevisto tra il senso di potenza e l’ultima Milano. Il simbolo visivo del boom economico e delle sue profonde contraddizioni. Due mondi in un’unica e potentissima inquadratura: da una parte l’architettura monumentale che incarna la modernità, il progresso tecnologico e la ricchezza del Nord Italia; dall’altra la realtà intima e faticosa dell’immigrazione interna, fatta di valigie di cartone, sacrifici e speranze di una vita migliore.
Questo almeno ci pareva il significato diffuso e a lungo accreditato. Marco Belpoliti ha descritto, come sa fare lui, l’iconicità di quella fotografia.
Allontanare l’emigrante che disturba
Nella nostra quotidianità fatta di molte immagini, quella foto oggi racconta un mondo scomparso.
Non è scomparso il Pirellone e non è nemmeno scomparso l’emigrante con la valigia sulle spalle.
Ma quella foto oggi non sarebbe possibile. Il Pirellone è ancora lì. Non è previsto, invece, che, da quelle parti, fisicamente transiti l’emigrante perché, appunto, la politica scelta è quella di tenerlo lontano, ovvero volta a che non si avvicini fisicamente a quel luogo.
In breve, oggi i migranti (se c’erano) li abbiamo buttati fuori dalla città. Se arrivano abbiamo costruito spazi dove non è previsto che approdino.
Una città in cui gli ultimi sono tenuti a distanza, più che a bada.
Riguarda un processo di riscrittura della topografia della città che ha una lunga storia e il cui primo atto radicale risale immediatamente dopo l’unità d’Italia, con la costruzione della Galleria (la prima pietra è posta il 7 marzo 1865) che prende il posto di un quartiere popolare, in gran parte strutturato come un borgo medievale, traslocato in periferia per “non disturbare”.
Un falso sentimento di comunità
Il sentimento di comunità, infatti, consentiva nel non considerare gli espulsi «estranei», ma oggetto di cura. Mantenendo le distanze, ma non abbandonandoli.
Due i principi che lo sostenevano già allora, ma che agivano in presenza di strutture di intervento di carità volte alla cura e che ora invece sono diventati strutturali, perché quelle strutture sono sempre più sole. Comunque, avvertite come fastidio.
Il primo: allontanare dai luoghi di insediamento coloro che non sono parte dello sviluppo. Non sono superflui, anzi sono necessari, ma sono: poco aggraziati, malvestiti, non in sintonia con il paesaggio. Meglio che non siano visibili. Per cui la scelta è allocarli «al di là». Questo esisteva già allora.
Il secondo: il processo di sviluppo perseguito è volto all’autopromozione e il suo presupposto. Lo sviluppo inclusivo semplicemente non è previsto. Questo invece costituisce la novità di oggi.
Il campo degli esclusi si riempie e la porzione degli esclusi aumenta. Questo si dava già allora.
Senza un progetto per domani, vale solo il tempo ora.
Come il costo del carburante alla pompa.
