Il lavoro a Milano, la vita altrove


Articolo tratto dal N. 105 di Milano, Milano! Immagine copertina della newsletter

Dalle parole che usa, si capisce bene quanto a lungo Pier Paolo Lisarelli abbia ponderato la scelta di lasciare Milano dopo quasi dieci anni. «La pandemia è stata la classica ultima goccia. Ho iniziato a lavorare full remote e mi sono chiesto se avesse senso continuare a vivere in una città che mi aveva già dato tutto quello che cercavo e, ormai, offriva cose più appropriate per un target d’età diverso», racconta.

«Soprattutto, vivevo in una città che continuava questa vorticosa trasformazione, diventando poco inclusiva a livello di offerta sociale e comunitaria. È una città atomizzata, individualizzata, che ti pone davanti a una mercificazione di qualsiasi cosa, compreso il tempo libero. Una mercificazione che diventa sempre più costosa». 

«A un certo punto mi sono detto: “Ha senso questo tipo di vita?”. La risposta è stata un fragoroso no. Ho iniziato a cercare soluzioni che mi permettessero di continuare a lavorare nei settori innovativi di cui Milano porta la bandiera, senza prendermi le parti negative della grande città», spiega. Precisando un punto a cui tiene molto: «Non voglio demonizzare Milano: qualsiasi grande città vive le stesse dinamiche».

Da poco Pier Paolo è stato assunto come learning designer da una società di consulenza milanese. Prima aveva lavorato a lungo come freelance, sempre come formatore ma con un focus sull’intelligenza artificiale. Dopo un periodo trascorso facendo avanti e indietro, da un anno è stabile a Pontremoli, in Lunigiana. 

Elisa Bertoli, nata ad Arona, sulle grandi città ha sempre gravitato: «Ho cominciato con collaborazioni locali, ma fin dall’inizio mi è parso chiaro che mi interessava confrontarmi anche con realtà e clienti con orizzonti più ampi», ricorda. A Milano ha trovato le opportunità per fare la gavetta come giornalista e digital strategist, da remoto ma con qualche sortita in città. Per un periodo ha vissuto e lavorato a Roma, per poi rientrare sulle sponde del lago Maggiore per proseguire la sua carriera da libera professionista.

La discriminante è stata la possibilità di sistemare un piccolo appartamento di proprietà, senza dover così sostenere il costo di un affitto. «Se così non fosse – conferma – non avrei la possibilità di mantenermi economicamente facendo quello che mi interessa di più, cioè il giornalismo».

Prezzi delle case e stipendi non vanno di pari passo 

Se qualsiasi dibattito su Milano finisce per infrangersi sul tema della casa, c’è un motivo. Il terzo rapporto OCA (Osservatorio Casa Abbordabile) fa sapere che, tra il 2015 e il 2024, i prezzi di compravendita in città sono cresciuti del 65%, i canoni di locazione del 55%. Nel frattempo, i salari medi aumentavano solo del 24%, un tasso di crescita ancora più contenuto per operai e impiegati (13% e 18%).

L’indice dei prezzi al consumo, intanto, saliva del 22%. Considerando “abbordabile” una rata o un canone di affitto pari al 30% della retribuzione media netta, l’Osservatorio stima che mediamente un impiegato a Milano possa permettersi di comprare 22 metri quadri e prenderne in affitto 34. 

Lavoratori e lavoratrici freelance spesso sfuggono a queste analisi. Secondo l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani (Inpgi), gli oltre 20mila giornalisti liberi professionisti in Italia hanno dichiarato per il 2024 un reddito medio pro capite di 18.341 euro, mentre gli oltre 5.200 co.co.co si attestavano poco al di sotto degli 11mila euro. Da questi dati però è impossibile distinguere chi vive solo di questa professione da chi la affianca ad altre, soggette a gestioni previdenziali diverse.

Per ricostruire i redditi dei traduttori si può fare ricorso all’ultima indagine dell’Aiti (Associazione italiana interpreti e traduttori), a cui hanno risposto 534 persone. Il loro fatturato medio nel 2023 è il più basso del quinquennio: 28.867 euro, al netto dell’Iva e al lordo delle spese. Uno su tre dice di non riuscire a mantenersi solo con questa attività. 

Una grande rete di contatti 

Se per molti mantenere rapporti professionali con Milano ma vivere altrove è dunque una necessità, sono state invece dinamiche familiari a convincere Chiara Pizzimenti a ritornare a Bologna, la sua città d’origine. Dopo la scuola di giornalismo a Urbino, aveva lavorato per sette anni come dipendente per un’agenzia radiofonica milanese, per poi passare alla libera professione. Oggi collabora con VanityFair.it e La rosa purpurea, la trasmissione di cinema di Radio 24. «Senza gli anni di lavoro a Milano, e in parte anche la scuola di giornalismo, oggi la mia vita professionale sarebbe diversa. I contatti li ho creati lì».  

Proprio quella rete di cui, talvolta, Elisa Bertoli sente la mancanza. «Qui non ho la possibilità di fare networking e partecipare agli eventi. Inoltre, lavorando a distanza ho meno opportunità di crescita all’interno delle aziende con cui collaboro», racconta. Chiara concorda sul fatto che la concentrazione di redazioni, aziende e uffici stampa renda Milano un riferimento quasi scontato anche per chi collabora da fuori. «Non ho mai avuto problemi a Milano e, se c’è bisogno, mi sposto», continua. «Ma, quando posso, preferisco proporre altre idee, coltivare relazioni con istituzioni, realtà sportive e culturali del territorio. Credo sia un arricchimento per i giornali nazionali avere voci diverse rispetto a Milano e Roma». 

Ci sono altri lavori, invece, per cui vivere a 50 o 500 km di distanza da una grande città cambia poco. «Noi traduttori lavoriamo da remoto da sempre. Per le traduzioni standard basta l’invio di un file», sottolinea Daniela Bollini. Con un’eccezione: «Nel caso delle traduzioni giurate, invece, serve il documento cartaceo: la distanza conta perché è un tempo da calcolare se il documento serve entro una certa data». Anche grazie alle caratteristiche della professione che ha scelto vent’anni fa, Daniela non ha mai valutato di lasciare Busto Arsizio. «Questa è la mia zona, ci sono affezionata», dice.  

I mezzi digitali offrono opportunità che sarebbero state impensabili anche solo un decennio fa, ma non possono annullare le distanze. Bisogna quindi saper coltivare le relazioni coi colleghi in modo diverso. Secondo Pier Paolo Lisarelli, il problema non è tanto il venir meno delle proverbiali chiacchiere alla macchinetta del caffè; anzi, da remoto gli scambi diventano più intenzionali. Daniela fa notare che, a volte, l’accesso alle informazioni incide sull’efficienza: «Essendo una fornitrice esterna, so del cliente solo ciò che è funzionale per il mio lavoro. A volte bisogna investire un po’ di tempo per farsi spiegare alcune dinamiche che gli interni danno per scontate».  

Il tema diventa più delicato quando si sovrappongono questioni professionali e personali. In un’indagine dell’organizzazione Leapers, condotta su 1.013 freelance britannici, il 22,2% non sente di avere qualcuno a cui rivolgersi per ricevere sostegno nei momenti difficili. Daniela ricorda quando un lutto ha coinciso con l’appuntamento in tribunale per un’asseverazione: «In quel caso ti trovi oggettivamente un po’ sola a decidere cosa fare». 

Il networking da remoto 

Questa rete Pier Paolo Lisarelli l’ha trovata in Start Working Pontremoli, un progetto che offre spazi e servizi per lavoratori da remoto e nomadi digitali, aiutandoli a inserirsi nella comunità locale. L’idea nasce da due giovani pontremolesi nell’ottobre del 2020, in piena pandemia, quando si parlava di 45mila dipendenti di grandi imprese del Centro-Nord trasferitisi al Sud. Dal 2023 diventa un’associazione di promozione sociale e oggi nel sito parla di 23 lavoratori da remoto stabili; un centinaio quelli che hanno soggiornato in Lunigiana per almeno un mese.  

«Di posti belli ce ne sono tanti, in Italia e nel mondo. Ma trovare un posto che abbinasse la qualità della vita alla possibilità di sentirsi parte di un progetto comunitario, associativo, è stato fondamentale. Crea l’humus ideale perché persone che hanno la fortuna di essere libere dalla presenza in ufficio possano continuare a fare il loro lavoro, ma anche migliorare tanti aspetti della loro vita che in città sono preclusi», conclude Pier Paolo.

A patto di sapersi inserire con rispetto nel tessuto locale: «Senza un’organizzazione che faccia da ponte tra chi è nuovo e chi c’era già, sarebbe molto più difficile – se non impossibile – integrarsi in un’area extraurbana, soprattutto interna, senza trasformarla in un grande parco giochi di nomadi digitali, com’è successo altrove creando grossi problemi di gentrificazione. A differenza della città, in cui si è un po’ invisibili, in questi contesti si sente di avere un impatto, anche a livello individuale».  


La rubrica Timeline Italia nasce dalla collaborazione tra PUBBLICO e Groupama Assicurazioni, nell’ambito del percorso di ricerca che Fondazione Giangiacomo Feltrinelli dedica alla società italiana e alla trasformazione delle sue classi sociali, sviluppato attraverso la pubblicazione dell’Annale – in uscita a dicembre 2026 – e le iniziative pubbliche collegate.

Dal 18 luglio 2026, in sei puntate, un approfondimento mensile per indagare i cambiamenti del tessuto sociale italiano, le questioni demografiche, economiche e culturali che contribuiscono a ridisegnare le geografie sociali del nostro Paese.


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