Milano e la promessa dell’inclusione

«È cambiato completamente il rapporto tra la città e il territorio»

A colloquio con Piero Bassetti, già assessore comunale e primo presidente della Regione Lombardia


Articolo tratto dal N. 105 di Milano, Milano! Immagine copertina della newsletter

Come si è costruita a Milano l’ambizione di fare dello sviluppo economico un progetto di emancipazione sociale?

Non è un problema soltanto milanese: è il tema della politica, del rapporto tra le finalità della convivenza e il territorio in cui si vive. Eravamo abituati ad affidare i problemi del territorio alle istituzioni locali e le questioni che lo trascendevano alla politica nazionale. Milano doveva svolgere un ruolo internazionale secondo il disegno stabilito a Roma; i milanesi risolvevano i problemi di convivenza attraverso un sistema che andava dal comitato di quartiere al consiglio comunale.

La mobilità del mondo moderno ha cambiato completamente il rapporto tra città e territorio. La città è un luogo di convivenza territoriale oppure di accesso alla mobilità mondiale? Milano vive questa tensione. Le liste elettorali presuppongono una presenza stabile, ma al sindaco chiediamo di occuparsi anche dei rapporti con Parigi, New York e il Ticino. Chi vota pensa alla soluzione del proprio marciapiede o al ruolo di Milano nel mondo?

Milano aveva una dimensione internazionale anche quando lei era assessore. Che ruolo avevano i partiti?

La nostra piccola rivoluzione di centrosinistra, con la giunta di cui fui uno degli attori, era legata all’incontro e allo scontro tra i partiti. Il confronto avveniva nelle sezioni, nei quartieri e in consiglio comunale. I dibattiti non rimandavano soltanto alla politica di Roma, ma a quella mondiale: ci si chiedeva che cosa stesse accadendo nel mondo per portarne gli argomenti in consiglio comunale.

Come arrivavano in consiglio comunale i bisogni dei quartieri e quale direzione politica davate loro?

Erano bisogni territoriali: sicurezza notturna, acqua potabile, linee tranviarie, metropolitana. La mobilità serviva a collegare le periferie agli altri luoghi della città. Oggi molti milanesi non lavorano a Milano: vogliono alzarsi la mattina e raggiungere rapidamente ad esempio Bergamo o Torino, dove hanno il posto di lavoro. La problematica della periferia non si combina più soltanto con quella del centro. Anche la formazione e il pendolarismo vanno considerati in un contesto diverso. È un problema che fa parte della crisi del sistema politico nazionale.

Guardando alle responsabilità della sua parte politica, quando ha smesso di funzionare il rapporto tra sviluppo e inclusione?

Mi domando se il tema dipenda dalla dimensione urbana e territoriale o da una considerazione più vasta. Finora abbiamo affidato il sistema delle istituzioni alla dimensione nazionale.

Sono convinto che il partito come l’ho vissuto io sia finito. La Lega fu il primo sintomo dell’emergere della dimensione territoriale in un Paese lungo come l’Italia: all’inizio esprimeva il rapporto tra il territorio alpino e quello marittimo. Oggi pretende di essere un partito nazionale senza ideologia e pertanto resta fortemente condizionata dal localismo.

La capacità dei partiti di aiutare il cittadino urbano a realizzare i propri valori nel nuovo contesto di esercizio del potere è quasi nulla. I partiti nazionali usano le elezioni locali per il proprio gioco nazionale. Non si può dire che abbiano una specifica politica urbana: è questa, secondo me, la vera crisi di Milano.

Il problema non è soltanto come vive il cittadino nei diversi quartieri, ma come lo si accompagna nella vita lavorativa e informativa. Quando ero consigliere comunale si sapeva quale quartiere ciascun consigliere rappresentasse.

Nella Democrazia cristiana i localismi erano molto presenti: nelle discussioni di gruppo i rappresentanti di San Siro votavano diversamente da quelli del sud di Milano. Questo rapporto è stato sostituito dai media.

L’organizzazione politica della vita urbana non può più avere le stesse basi di quella regionale o nazionale.

Sente l’urgenza di ripensare il modello di sviluppo della città?

Milano ha una sua specificità. Non dobbiamo trasformarla nella città di Armani: semmai nella città di Expo o di MIND.

Serve una presa di coscienza del rapporto tra città e nazione, che manca nel dibattito culturale.

Qui le fondazioni possono essere uno strumento di soluzione. L’innovazione, per esempio, non segue un condizionamento territoriale ma funzionale.

Una fondazione sull’innovazione deve interessarsi all’acciaio di Taranto, ma anche alla crisi della Volkswagen in Germania o della scuola in Francia. Non abbiamo più soltanto i problemi che incontriamo uscendo di casa: la politica comincia anche dalla televisione che guardiamo.

Se dovesse promuovere un patto per tenere insieme sviluppo e inclusione a Milano, chi dovrebbe sedersi al tavolo e quale impegno chiederebbe per primo?

Comincerei dalla cultura. Dobbiamo riabilitare tutte le sedi di elaborazione culturale che non sono collegate ai partiti. È anche per questo che collaboro, con questa intervista, a uno strumento come la vostra rivista, espressione di una fondazione.

Il Paese è in crisi e pensa di trovare la soluzione nei partiti nazionali. Per me è una crisi culturale, legata anche alla geografia: occorre mettere al tavolo persone diverse, in luoghi diversi.

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