Milano e la promessa dell’inclusione

Un’intervista a Claudio Martelli, già segretario cittadino del Partito socialista e capogruppo in consiglio comunale


Articolo tratto dal N. 105 di Milano, Milano! Immagine copertina della newsletter

Come si è costruita a Milano l’ambizione di fare dello sviluppo economico un progetto di emancipazione sociale? 

Quando ero segretario cittadino dei socialisti e capogruppo in consiglio comunale, Milano attraversava una fase di transizione. Dopo la ricostruzione e il boom degli anni Sessanta, negli anni Settanta si trattava di riqualificare i quartieri più degradati. 

L’obiettivo era favorire il rinnovamento urbano, non la speculazione. Penso al Ticinese: come partito, non come amministrazione, facemmo rilievi fotografici per capire lo stato del quartiere, dove l’umidità rendeva malsano abitare. Alcuni settori della sinistra, socialisti ma soprattutto comunisti, temevano che la riqualificazione favorisse la speculazione e l’esodo dei ceti popolari, a vantaggio di chi poteva permettersi affitti più alti. 

Mi sembrava un argomento che girava intorno ai problemi senza risolverli. Ingaggiammo una battaglia politica sul degrado urbano e sulla necessità di porvi rimedio. Fu istruttiva e la vincemmo. 

Il Ticinese divenne un quartiere risanato, che non produceva più malattie respiratorie. Non ci fu l’esodo di massa che molti profetizzavano. 

La composizione dei residenti cambiò anche per ragioni generazionali: molti erano anziani e furono sostituiti da persone più giovani, non necessariamente più benestanti. 

Non è diventato un quartiere per ricchi, ma per la piccola e media borghesia.

Nel suo racconto emerge il ruolo del partito, come forza culturale e direzione politica. Come si traduceva nelle alleanze di governo? 

Inizialmente eravamo alleati con la Democrazia cristiana. Fui tra i principali autori della svolta a sinistra: serviva un cambio di fase e una progettazione di più lungo respiro. Con la DC si erano accumulati attriti e dissensi che rischiavano di paralizzare il Comune. Il governo comune di socialisti, socialdemocratici e comunisti aprì un ciclo di sostanzioso rinnovamento. 

Come arrivavano a voi i bisogni della città? Oggi nuove sacche di povertà si aprono anche fuori dalle periferie e il ceto medio fatica a restare. 

All’epoca era più semplice: avevamo circa sessanta sezioni socialiste o circoli a Milano, con cento, trecento, anche seicento iscritti. Erano radar periferici costantemente attivi. 

Le sezioni non erano soltanto luoghi di organizzazione del voto, ma di relazione costante con i territori e con i bisogni dei cittadini. Le assemblee, a volte accese, portavano le sensibilità dei quartieri nella vita politica. Milano era divisa in venti zone. 

Avevamo in media tre sezioni per zona: radar periferici molto attivi.

Quando e perché il rapporto tra sviluppo e inclusione ha smesso di funzionare? Quali responsabilità ha la politica? 

La politica è diventata meno legata al territorio. Le giunte di centrodestra, con Formentini, Albertini e Moratti, esprimevano un’altra cultura e mentalità: non tutta negativa, ma certamente meno sensibile alle istanze popolari. 

Anche con le giunte Sala, soprattutto nella seconda esperienza, c’è stato un indirizzo più tecnocratico. Quando osservai che Milano rischiava di diventare una città per soli ricchi, Sala rispose che chi vuole vivere nella città più ricca del Paese deve pagare di più. Mi sembrò un arrendersi senza combattere a questa trasformazione. Milano è diventata più bella in alcune parti, mentre altre sono state trascurate. 

Quando sono tornato stabilmente a Milano, ho visto anche molta cementificazione. Penso all’Isola e alla zona di Gae Aulenti: aree belle e ordinate, ma perché non prevedere più verde? C’è il Bosco Verticale, ma è una questione che riguarda la progettazione complessiva della città.

Come può Milano diventare più solidale e superare l’idea di una città dove si può stare soltanto pagando? 

Non descriverei Milano come una città tutta gelida e fatta per l’élite. Anche fuori dal centro vedo vivacità, caffè, bar, ristoranti e luoghi di socializzazione. La città dell’élite esiste, nei quartieri storici e nelle nuove costruzioni, ma il punto grave è un altro: è mancata completamente l’edilizia popolare. Gran parte di quella esistente è di proprietà della Regione, che ha fatto poco in questa materia, e poco ha fatto anche il Comune. È una rotta da correggere.

La questione abitativa è quindi uno dei problemi principali della città? 

Sì, perché ne contiene molti altri. Una città con tante università ha fatto pochissimo per gli studenti, che hanno esigenze abitative, di vita sociale e di trasporto pubblico sostenibile. Si è ceduto troppo alle esigenze ciclistiche: in parte sono necessarie, ma non devono intasare le strade. 

In corso Buenos Aires lo spazio di circolazione è drasticamente ridotto. Tassisti e automobilisti si lamentano: tra biciclette, monopattini e aree bloccate, il traffico rallenta. Non si devono vietare le biciclette, sarebbe assurdo, ma non possono neanche essere le regine della strada. 

Non c’è dubbio che questa trasformazione richieda di potenziare il trasporto pubblico.

Anche riducendo i prezzi?

Certo. I prezzi sono troppo alti e vanno ridotti, aumentando contemporaneamente la capienza e il numero delle corse. Bisogna mantenere un equilibrio tra conto economico e conto sociale, intervenendo dove le difficoltà sono maggiori. Serve anche una viabilità che permetta ai mezzi di circolare senza bloccarsi nel traffico.

Qual è la grande promessa che le sinistre non hanno mantenuto rispetto alla partecipazione politica?

È un processo cominciato all’inizio degli anni Novanta, con la scomparsa, l’atrofizzazione e la trasformazione dei partiti di massa. La vita politica si è contratta in pochissimi luoghi e l’attività periferica si è quasi azzerata.

Ci sono raduni centralizzati intorno al singolo leader o al capetto locale, ma non una vera vita collettiva. Senza un’attività comune e diffusa, la politica scompare.

La politica è il primato delle scelte pubbliche e collettive e richiede la partecipazione diretta dei cittadini. Questa partecipazione è venuta meno per una crisi generale della politica e della democrazia, che riguarda le grandi città in Europa e nel mondo.

A volte emerge un leader popolare e carismatico, come Mamdani a New York, ma spesso sono fiammate.

Quando va bene durano una legislatura, intorno a un sindaco o a un gruppo di deputati. La crisi della politica è mondiale e al momento non si vede come superarla.

Al posto delle sezioni ci sono i social media, con tutto quello che questo comporta.

Se dovesse promuovere oggi un patto per tenere insieme sviluppo e inclusione a Milano, chi coinvolgerebbe e quale impegno chiederebbe per primo? 

Comincerei coinvolgendo non soltanto il sindaco e la giunta, spesso composta da tecnici anziché da politici eletti, ma anche il consiglio comunale e i municipi. È un’idea a cui tengo molto: fui io, tra il 1974 e il 1976, a trasformare quelli che si chiamavano consigli di zona in municipi. 

Prima erano prolungamenti dell’amministrazione, senza autonomia né responsabilità: luoghi di protesta generica o tentacoli dell’amministrazione centrale. 

Guardando all’organizzazione di Londra, pensai a municipi di quartiere con spazi autonomi di iniziativa, gestione e autorizzazione, anziché a enti burocratici. Se motivati e resi più incisivi, possono offrire strumenti sia amministrativi sia di ascolto della cittadinanza.

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