Il prossimo 4 ottobre il Brasile si recherà alle urne per eleggere il Presidente della Repubblica, un nuovo congresso nazionale, governatori e assemblee legislative statali, e due terzi del senato federale. Lula si candida per un quarto mandato.
Molti affermano che questa sia l’elezione più decisiva della storia repubblicana post-1985, quando il Brasile elesse il primo presidente civile dopo vent’anni di regime militare.
Cosa è quindi in gioco e in quale contesto si svolgono queste elezioni?
Il principale avversario di Lula è Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente golpista Jair Bolsonaro, che oggi si trova agli arresti domiciliari per aver attentato alla democrazia e aver incitato un tentativo di colpo di Stato l’8 gennaio 2023. Figura controversa per l’accusa di essersi arricchito attraverso la captazione di parte degli stipendi dei consulenti parlamentari che ha assunto nel corso della sua vita legislativa, l’attuale senatore Flávio presenta un atteggiamento altezzoso, giovanile, e cerca di apparire più moderato di suo padre. Suo fratello Eduardo, deputato federale fino a dicembre 2025 (quando è stato cassato per troppe assenze dai lavori parlamentari), è in autoesilio negli USA, da dove orchestra, insieme al governo Trump, una crociata contro quella che ritiene una dittatura in Brasile e partecipa alle articolazioni per l’imposizione di tariffe e sanzioni contro il proprio paese.
Le principali bandiere di Flávio sono la difesa della famiglia, della proprietà privata e della fede cristiana. Il suo discorso si concentra sul contrasto alla violenza, che, come indicano i sondaggi, è la principale preoccupazione dei brasiliani; la lotta contro la corruzione (degli altri); una riforma della magistratura, in particolare del Supremo Tribunale Federale (la corte competente per le questioni relative alla Costituzione); e un riallineamento con gli USA. Il suo piano economico si ispira a Javier Milei, l’attuale presidente dell’Argentina.
La situazione interna del terzo mandato di Lula è stata drammaticamente influenzata da un congresso in maggioranza contrario al governo, il che ha portato il presidente a cercare innumerevoli volte il soccorso del Supremo Tribunale Federale (STF), sia per bloccare materie approvate dal congresso e considerate di carattere incostituzionale, sia per difendersi dagli slanci autoritari e golpisti. È in questo contesto che la figura di Lula si associa ai membri dell’STF, in particolare al giudice Alexandre de Moraes, che ha guidato le azioni contro i golpisti. A meno di due mesi dalle elezioni, il ministro dell’STF André Mendonça, indicato da Bolsonaro, ha fatto giungere alla stampa e alla presidenza della corte suprema un rapporto in cui accusa Moraes di deviazione di condotta e corruzione. Flávio si avvale della denuncia contro Moraes come forma di collegare il caso al presidente Lula, tenendo conto dell’avvicinamento tra il presidente e l’STF nel contrasto al golpismo.
Lula, nonostante tutti gli ostacoli e le limitazioni, sta arrivando alla fine del mandato con un’economia stabile, con un deficit primario praticamente azzerato, con l’inflazione sotto controllo e con la ripresa di alcuni programmi con impatto sociale rilevante. Ancora una volta è riuscito a migliorare significativamente gli indici di povertà e povertà estrema, ripetendo il marchio dei governi precedenti, vale a dire, il contrasto alla fame e il miglioramento del reddito, con i suoi impatti positivi dovuti principalmente alla ripresa dell’adeguamento del salario minimo al di sopra dell’inflazione. Il tasso medio di crescita annua del prodotto interno lordo tra il 2023 e il 2026 è di circa il 2,6% annuo, il che, sebbene non sia un dato del tutto soddisfacente, mostra un’economia in attività. Tuttavia, nonostante il calo significativo della disoccupazione, negli ultimi anni c’è stato un grande aumento dell’indebitamento delle famiglie. E per peggiorare lo scenario, l’economia arriva esattamente nel periodo elettorale in un chiaro processo di decelerazione.
Lo scenario internazionale
Lula ha affrontato il suo terzo mandato in corrispondenza del cambio di governo negli USA. Se Biden aveva aiutato a garantire l’insediamento di Lula di fronte al golpismo bolsonarista, Trump è un oppositore esplicito del presidente Lula e un chiaro alleato del candidato Flávio. L’interferenza di Trump nei processi elettorali non è più mera supposizione. E, una dopo l’altra, le elezioni hanno portato al potere governi allineati con Trump. Cile, Colombia, Perù e Argentina sono esempi eloquenti in America del Sud, mentre il Venezuela ha subito un’interferenza territoriale al vecchio stile imperiale con il sequestro del suo presidente, Nicolas Maduro.
In questo contesto, il governo Lula mira a un’autonomia che è chiaramente intollerabile per l’impero statunitense. Richiama l’attenzione il rifiuto del governo Trump di accettare il PIX, un sistema di pagamenti istantanei creato dalla banca centrale brasiliana, che ha enormemente ridotto i costi di transazione e in qualche modo minaccia le carte di credito garantite dagli USA. Inoltre, il governo Trump non accetta alcun tentativo di regolamentazione delle Big Tech, considerando le regolamentazioni una forma di interferenza nella libertà di informazione, e minaccia con sanzioni le intenzioni e le misure dei BRICS che mirino a promuovere la sostituzione del dollaro nelle transazioni internazionali.
Per questo, il governo degli USA sta praticando una politica tariffaria e di sanzioni significative, attraverso le quali sta interferendo coercitivamente nel processo politico interno brasiliano. Nel luglio 2025, gli USA hanno annunciato tariffe del 50% sui prodotti brasiliani. Un anno dopo, nell’ambito delle indagini della sezione 301 del commercio degli USA, hanno applicato un ulteriore 25%. Si noti che la bilancia commerciale è positiva a favore degli USA nella relazione bilaterale con il Brasile.
Sanzioni sono state applicate anche direttamente contro ministri dell’STF, come ad esempio contro il ministro Alexandre de Moraes, che è stato sanzionato nell’ambito della legge Magnitsky che tratta di sanzioni contro chi abbia commesso gravi delitti contro i diritti umani o atti di corruzione. Altri ministri della Corte sono stati colpiti con la cancellazione del visto per entrare negli USA. In tutti questi casi, l’argomentazione è basata su impressioni, senza prove, mostrando una chiara motivazione politica contro una Corte che ha agito contro un gruppo di golpisti che hanno tentato di instaurare una dittatura appena quattro anni fa. Alcuni di questi golpisti si trovano negli USA, come Alexandre Ramagem, capo dell’Agenzia Brasiliana di intelligence, durante il governo di Jair Bolsonaro e anche, come già menzionato, Eduardo, il fratello del candidato Flávio, che opera in modo esplicito in favore dell’applicazione di tariffe e sanzioni contro il Brasile.
Una vecchia storia in un mondo in crisi
Queste elezioni e il tentativo di colpo di stato dell’8 gennaio 2023 portano alla luce le difficoltà della democrazia in Brasile, un paese con un’economia dalle dimensioni continentali, una popolazione di oltre 200 milioni di abitanti e miseramente diseguale. La storia dello sviluppo brasiliano è segnata dalla violenza, da un processo di rotture sistematiche dell’ordine democratico e da élite politiche ed economiche con bassa capacità di produrre strategie autonome e sovrane. È facile constatare come gli interessi delle grandi potenze hanno sempre trovato i loro esecutori e associati in patria. Una storia quindi segnata dalla modernizzazione conservatrice: una democrazia limitata, in cui gli strati popolari sono rimasti ai margini del processo decisionale.
I governi guidati da Lula hanno rappresentato senza ombra di dubbio un recupero della dimensione popolare, però in forma limitata e secondo una logica spesso opportunista. Incapace di rompere con le strutture di un sistema diseguale e subordinato sul piano internazionale, Lula ha sviluppato programmi compensatori di reddito e ha ampliato la cittadinanza attraverso azioni di carattere inclusivo, come programmi di quote per neri, indigeni e popolazioni a basso reddito per l’ingresso in carriere dello stato e l’accesso alle università, prima sostanzialmente ristrette alle élite.
È questo il Brasile che gioca il suo destino nelle elezioni del quattro ottobre. Un paese che da cattolico si trasforma sempre più in evangelico (fenomeno che si correla con la crescita del pensiero conservatore e di destra), che si è deindustrializzato e che ha visto gli interessi finanziari e dell’agrobusiness costituirsi in un fronte conservatore e antinazionale che propone non più una modernizzazione conservatrice che elevi il coefficiente industriale e aumenti il valore aggiunto prodotto internamente, ma che, al contrario, agisce approfondendo le disuguaglianze e le sue conseguenze, in termini di violenza. La stessa violenza che serve da bandiera per i richiami all’ordine e a politiche autoritarie, in piena sinergia con la recente qualificazione da parte del governo Trump delle organizzazioni criminali che operano nel traffico di droga come organizzazioni terroristiche, il che nel lessico dell’impero significa: al governo degli USA sarà permesso agire con le sue forze di sicurezza sul suolo brasiliano, qualora si giudichi che queste organizzazioni operino contro gli interessi nella sicurezza nazionale degli USA.
È la crisi dell’ordine del dopoguerra e dell’egemonia degli USA, che in Brasile arriva impersonificata nella candidatura di Flávio Bolsonaro. Presto sapremo qual è il nostro destino, ma è certo che anche se Lula dovesse vincere le elezioni, le contraddizioni interne, con un congresso in maggioranza anti-Lula, e la pressione esterna, con altri due anni di mandato di Trump, saranno presenti, sfidando non solo le forze del governo, ma tutte quelle forze sociali che lavorano per un paese sovrano, inclusivo e democratico.
