Il Brasile davanti al ritorno dell’egemonia USA 


Articolo tratto dal N. 103 di Destra e samba Immagine copertina della newsletter

Nell’Odissea di Omero c’è un momento in cui tutto sembra avviarsi verso il ritorno di Ulisse e dei suoi compagni a Itaca. È quando Ulisse riceve da Eolo, signore dei venti, un sacco in cui sono custoditi tutti i venti sfavorevoli.

Alcuni degli uomini di Ulisse, insoddisfatti della spartizione del bottino di guerra, aprono il sacco, nel quale pensavano ci fosse un tesoro. I venti vengono liberati, e la tempesta spinge la nave di Ulisse di nuovo verso l’isola di Eolo.

Questi, convinto che il re di Itaca sia caduto in disgrazia davanti agli dei, si rifiuta di aiutarlo nuovamente. Terribili sarebbero state le sfide che Ulisse avrebbe dovuto affrontare, per anni, prima di poter tornare a casa sua. Questo passaggio può servire come allegoria del percorso brasiliano verso lo sviluppo sovrano e l’integrazione latino-americana. L’Itaca brasiliana è l’integrazione regionale, fondamentale per la conquista dello sviluppo.

Negli anni ’90, l’America Latina passa per il consenso neoliberista che ne approfondisce le disuguaglianze sociali e impone la deregolamentazione di parte della scarsa struttura di welfare concessa col contagocce dalle classi dominanti al fine di “evitare la sovversione”.

Dopo alcuni decenni di sviluppo a debito e urbanizzazione accelerata, l’approfondimento delle disuguaglianze creò l’ambiente per l’ascesa di un blocco storico di forze politiche riformiste e nazional-sviluppiste, che inaugurarono nella regione una fase di riorganizzazione economica e sociale. Nel caso brasiliano, sebbene limitate, le riforme intraprese nei periodi dei governi del Partito dei Lavoratori (PT) (2003-2015) riuscirono a far uscire dalla fame milioni di brasiliani ed elevarono il livello di reddito della popolazione.

Furono anni di diversificazione delle partnership internazionali, di promozione dell’immagine esterna del Brasile e di approfondimento dei legami tra i paesi latino- e sud- americani, con investimenti brasiliani in infrastrutture nei paesi vicini, la creazione del fondo sociale del Mercosur e la costruzione della CELAC e dell’UNASUR.

Quest’ultima arrivò a contare su un consiglio militare, destinato alla consulenza reciproca e alla costruzione di soluzioni collettive per temi di sicurezza regionale, inaugurando quella che sembrava essere un’era di autonomia di fronte agli USA. I primi due decenni del XXI secolo videro anche la sostituzione degli USA come principale partner commerciale del Brasile da parte della Cina.

La distruzione dell’UNASUR

Il crollo dei governi della cosiddetta “onda rosa” – in particolare il colpo di stato contro la presidentessa Dilma Rousseff, nel 2016, e l’ascesa di un governo di estrema destra in Brasile nel 2018 – portarono alla distruzione dell’UNASUR, in un momento in cui negli USA, sotto il primo governo Trump, si approfondiva una politica di guerra commerciale contro la Cina e iniziava l’articolazione di un’estrema destra continentale, facilitata dall’ascesa del controllo dell’opinione pubblica attraverso le reti controllate dalle grandi corporazioni.

La distruzione dell’UNASUR non è un mero capitolo nella storia delle iniziative di integrazione sudamericana. Fu il miglior meccanismo mai costruito dai paesi della regione per articolare soluzioni collettive alle crisi interne e, se si fosse consolidato, forse la regione potrebbe raccontare una storia diversa da quella a cui assistiamo oggi.;

La maschera del contrasto al narcotraffico 

Nei giorni in cui scrivo questo articolo, il comando meridionale degli Stati Uniti (Southcom) ha affondato un’altra nave sulla costa sudamericana, in acque dell’Ecuador. Sono morti 25 ecuadoriani. La IV Flotta sostiene si trattasse di una nave carica di droga.

La versione delle famiglie è che erano pescatori. La stessa scena si è verificata numerose volte quest’anno e nel 2025 in acque della Colombia. Si assassinano cittadini di paesi sudamericani senza indagine, senza processo legale e senza che la pena di morte sia una punizione adottata da questi paesi per il presunto crimine di narcotraffico.

Il governo Noboa, alleato di Washington,  che deve la sua vittoria elettorale alla macchina di manipolazione dell’opinione pubblica in mano alle big tech, non solo non ha protestato, ma ha aperto più spazio all’istallazione di equipaggiamenti da guerra degli USA sul suo territorio.

Nel 2026 Trump ha anche dichiarato che le fazioni criminali che operano in Brasile sono “terroristiche“, cercando di estendere la portata della legislazione antiterrorismo degli USA. Oltre a Noboa, le big tech hanno anche spinto le candidature di Espriella in Colombia, Keiko Fujimori in Perù, Kast in Cile, Paz in Bolivia e Milei in Argentina, come mostrano le evidenze venute alla luce con l’arresto dell’influencer argentino Fernando Cerimedo. In questo scenario, il sequestro del presidente del Venezuela, da parte di forze degli USA, non è stato contestato adeguatamente dai governi sudamericani.

Il Venezuela è stato ridotto a una semicolonia senza che esistesse un meccanismo di consultazioni regionale per trattare politicamente la flagrante interferenza di una potenza straniera. Una vittoria dell’estrema destra nella maggiore economia del continente, il Brasile, completerebbe il percorso già annunciato dal capo del Dipartimento di Stato degli USA, Marco Rubio, di allineamento programmatico tra i governi della regione e Washington.

Le intenzioni di Trump/Rubio sono chiare: riprendere il dominio sul continente, che era stato attenuato di fronte alla priorità data a paesi lontani. Il “corollario Trump alla Dottrina Monroe” mira alla reversione del controllo sovrano sulle risorse minerarie e forestali dei paesi, in favore delle corporazioni statunitensi, riposizionando gli USA nella disputa in corso con la Cina. Vuole inoltre restringere gli affari cinesi nella regione e riaffermare la condizione degli USA di potenza regionale, al fine di invertire il processo di declino del potere americano.

Capitalismo di estrazione 

I nuovi governi sudamericani appoggiati dagli USA hanno come programma una versione approfondita del neoliberismo, più violento, militarizzato e che rinuncia a quel discorso di diritti umani e libertà civili che ammorbidiva i tratti del neoliberismo degli anni ’90. È un’agenda di approfondimento dello sfruttamento che si mostra nella sua forma più cruda, aprendo spazio a mezzi più aggressivi di espropriazione delle ricchezze del continente, dal sottosuolo all’acqua potabile.

Quello che si presenta è un “capitalismo di estrazione” delle risorse naturali e del reddito del popolo, attraverso meccanismi che vanno dal controllo delle risorse all’appropriazione del reddito per mezzo dell’indebitamento e della deregolamentazione del lavoro. 

Il ritorno del PT alla presidenza del Brasile nel 2023 ha posto un freno al programma di deregolamentazione accelerata implementato tra il 2016 e il 2022. L’economia si è ricomposta e anche le capacità regolatorie dello Stato sono state recuperate.

Il progetto, sebbene limitato, prevede lo sfruttamento sovrano delle risorse del sottosuolo e la limitazione dell’agenda di estrazione del reddito. L’integrazione sudamericana è invece rimasta in fase di attesa, poiché non c’è interesse degli altri paesi della regione.

Una vittoria dell’estrema destra in Brasile in ottobre, tuttavia, chiuderebbe il cerchio, permettendo agli USA di imporre sul continente una sorta di stato d’assedio attraverso il ricatto armato, sotto la maschera del “contrasto al narcotraffico” e del controllo degli attivi degli Stati. L’uscita degli USA dal Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, annunciata questa settimana, fa parte dell’agenda. Non si può più parlare di relazioni basate su regole e non è più nemmeno necessario spiegare le esecuzioni sommarie di cittadini dell’America Latina da parte dei militari degli USA. 

Partecipano al piano i monopoli mediatici stabiliti in Brasile, le big tech e le forze sociali organizzate attorno ai partiti di destra e estrema destra. Le contraddizioni, tuttavia, sono poste e non rientrano con esattezza nel conto degli interessi degli USA: il mondo imprenditoriale agricolo, la cui base nel parlamento brasiliano oggi include 345 parlamentari (su un totale di 594), dipende direttamente dalle esportazioni verso la Cina.

I mercati europeo e americano non sono capaci di assorbire l’offerta, e la tendenza è che, anche sotto un governo di estrema destra, allineato agli USA, ci sia un’intensa pressione interna per il mantenimento dei legami commerciali con il gigante asiatico, generando contraddizioni nello stesso blocco di forze che oggi si organizza attorno al programma di estrema destra. 

Sarà troppo tardi! Il sacco dei venti sarà stato aperto dagli stessi settori e parlamentari del mondo agricolo e di quel mondo imprenditoriale che oggi appoggia l’estrema destra. Come accadde a Ulisse, non c’è nuovo patto possibile con Eolo. Questa tempesta sarà capace di eliminare gli ultimi residui dell’autonomia regionale, quell’Itaca mai raggiunta. 

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