Vendesi Argentina: la terra promessa dei tecno-libertari 


Articolo tratto dal N. 103 di Destra e samba Immagine copertina della newsletter

«Non passerai». Una delle frasi iconiche de Il Signore degli Anelli di Tolkien è stata utilizzata dagli attivisti Lxs Gandalfs del Sur per esprimere la propria opposizione alla presenza di Peter Thiel in Argentina. Ad agosto gli appartenenti a questo gruppo della società civile hanno manifestato in strada sotto l’appartamento che il tecnomagnate ha acquistato in uno dei quartieri d’élite di Buenos Aires.

Ad aprile, il cofondatore di Palantir si era riunito con il presidente Javier Milei nella Casa Rosada: l’accesso alla sede del governo era stato negato ai giornalisti accreditati, in una misura descritta dalle organizzazioni in difesa della libertà di stampa come senza precedenti dalla fine della dittatura.

Secondo alcuni funzionari presenti all’incontro, Thiel aveva espresso interesse per le politiche e per l’ideologia del leader ultra-liberista. La deregolamentazione, lo smantellamento delle politiche pubbliche e il ritiro dello Stato dalla gestione dell’economia stanno offrendo un terreno fertile per le fantasie tecno-libertarie.

Milei favorisce nuove forme di estrattivismo

La presenza di Thiel nel Paese, la riunione a porte chiuse con il presidente e la reazione dal “basso” sono una rappresentazione simbolica di quanto sta accadendo in Argentina, dopo ormai quasi tre anni di governo libertario. Milei ha favorito l’arrivo di multinazionali e gruppi imprenditoriali concedendo agevolazioni fiscali, ha provato a modificare gli impianti normativi che limitavano l’acquisto delle terre da parte di stranieri e ha allentato i vincoli a protezione dell’ambiente.

Un Paese ricco di terre, risorse idriche e materie critiche – considerate strategiche per la transizione energetica dai Paesi del cosiddetto Nord Globale – è diventato il laboratorio di nuove forme di estrattivismo. 

Secondo il sociologo Ariel Goldstein, ricercatore e docente presso l’Università di Buenos Aires (UBA), ci troviamo nella fase del “colonialismo digitale” che sta creando ulteriori disuguaglianze ridefinendo la relazione tra centro e periferia. Le grandi aziende tecnologiche progettano modelli, forme di sorveglianza e di estrazione di dati per imporli ai territori considerati “marginali”, come l’America Latina, che funzionano come un banco di prova.

«Nella nuova era dell’oligarchia tecnologica, l’Argentina è relegata a essere fornitrice di elettricità ed energia. Viene subordinata a essere un mero ricevitore passivo», afferma a Pubblico Goldstein, che è autore, tra gli altri, del saggio La nueva oligarquía tecnológica. Poder sin límites en la posdemocracia, in cui analizza il potere politico ed economico delle grandi aziende tecnologiche e dei loro fondatori.

«All’interno di tali dinamiche, il centro rimane il luogo in cui si progetta il know-how, la tecnologia dell’avanguardia che poi a sua volta viene applicata nelle periferie», prosegue riferendosi anche alle prossime aperture di data center in Patagonia per avviare progetti legati all’intelligenza artificiale. «Il caso di Thiel è molto particolare: non si tratta di un imprenditore qualsiasi ma è una delle persone che definisco “architetti del regime” che si occupano di coercizione nella nuova era tecnologica. Pensiamo a Palantir», conclude Goldstein.

Il RIGI a favore dei mercati globali

Il braccio esecutivo della strategia economica di Milei è il Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI), un regime speciale per gli investimenti superiori ai 200 milioni di dollari nei settori chiave di energia, miniere e idrocarburi. Il sistema garantisce stabilità fiscale, valutaria e doganale per 30 anni e impedisce ai governi futuri di aumentare le imposte o introdurre regolamentazioni ambientali che alterino la redditività originaria.

Inoltre, stabilisce che qualsiasi controversia non sarà giudicata dai tribunali argentini ma rimessa a collegi arbitrali internazionali, come il Centro Internazionale per il Regolamento delle Controversie Relative agli Investimenti (ICSID) della Banca Mondiale.

Diversi analisti hanno definito il RIGI come una configurazione emblematica del capitalismo contemporaneo. La sociologa Maristella Svampa sostiene che abbia determinato il passaggio dal “neo-estrattivismo” al “paleo-estrattivismo ultraliberista”.

Un cambiamento che, secondo l’autrice, è valido per l’Argentina così come per altri Paesi in America Latina.

Se i governi di sinistra della “marea rosa” usavano le rendite estrattive per finanziare la spesa sociale e il welfare, il modello Milei elimina del tutto l’intermediazione redistributiva statale. Con il RIGI lo Stato non pretende più di trattenere risorse per il benessere collettivo, ma si limita a fare da garante degli investitori esteri. Il RIGI sarebbe così un progetto che facilita la transizione verso un “non-Paese”, cioè la frammentazione della sovranità nazionale in cui il territorio non è più una comunità politica ma una somma di franchise a uso e consumo dei mercati globali.

A due anni dalla sua attuazione, al RIGI sono stati presentati 40 progetti che prevedono investimenti per oltre 138 miliardi di dollari. Ad oggi non tutti sono stati approvati, ma si tratta di iniziative che riguardano principalmente lo sfruttamento di petrolio, rame, gas e litio. Un rapporto realizzato dall’Observatorio RIGI – composto da ricercatori, docenti universitari e organizzazioni della società civile – ha analizzato la provenienza del capitale. Anche se la partecipazione nazionale è significativa, i capitali esteri mantengono una quota pari a circa il 45,8% degli investimenti impegnati.

Come si legge nel report, gli investimenti sono fortemente concentrati in alcune grandi compagnie.

Nel settore degli idrocarburi predomina un network di imprese argentine che lavorano con partner internazionali. La compagnia a controllo statale YPF è la capofila, in particolare nella realizzazione di progetti che prevedono l’estrazione di petrolio e gas di scisto da Vaca Muerta e la loro esportazione verso i mercati internazionali.

Il settore minerario vede la presenza quasi esclusiva di grandi corporazioni transnazionali.

Nel settore del litio, spiccano imprese cinesi insieme al gruppo anglo-australiano Rio Tinto e alla coreana POSCO. Nel settore del rame, dominano la svizzera Glencore, le canadesi McEwen Copper, NGEx Minerals e Lundin Mining, e la società mineraria australiana BHP.

«Il sistema non è pensato per promuovere l’industrializzazione, le catene produttive locali o l’aggregazione di valore. Il RIGI consolida i meccanismi dominanti dell’economia e delle esportazioni argentine, storicamente basate sull’estrattivismo», spiega a Pubblico Dario Clemente, ricercatore del CONICET e membro dell’osservatorio nato per fare chiarezza sui progetti e su chi c’è dietro, data la poca trasparenza del governo. «Inoltre, non contiene alcuna clausola di salvaguardia ambientale. I progetti vengono valutati esclusivamente in base al loro carattere strategico. I conflitti sul territorio sono già evidenti».

Meno tutele per i ghiacciai 

Questa impalcatura si inserisce in un contesto normativo fortemente favorevole alle imprese. Ad aprile la Ley de Glaciares, legge nata per tutelare i ghiacciai e l’ambiente periglaciale definendo tali aree come riserve strategiche di acqua dolce, è stata modificata rendendo più flessibili i vincoli ambientali.

L’obiettivo della legge, considerata un punto di riferimento internazionale per la tutela dell’ambiente, era limitare qualsiasi attività industriale, l’esplorazione e l’estrazione mineraria o petrolifera così come l’installazione di infrastrutture impattanti sull’ecosistema.

Dopo un acceso dibattito in Congresso, e nonostante le forti critiche delle organizzazioni ambientaliste, il governo di Milei è riuscito a modificare i criteri di protezione per gli ambienti periglaciali, dove ora il settore minerario potrà avviare attività esplorative. Ad agosto, per evitare una sconfitta in Senato, il governo aveva modificato in corsa il testo di una legge che avrebbe soppresso tutti i limiti alla vendita di terre a persone fisiche o giuridiche estere. La proposta era stata duramente contestata dalla società civile perché considerata una svendita del Paese ai capitali stranieri.

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