E la sinistra? Perché il ciclo progressista in America Latina è finito 


Articolo tratto dal N. 103 di Destra e samba Immagine copertina della newsletter

Álvaro García Linera, il filosofo già vicepresidente di Evo Morales in Bolivia, sostiene che «il progressismo ha redistribuito senza politicizzazione sociale». Al dunque, le nuove classi medie, uscite dalla povertà grazie alla sinistra, hanno maturato nuovi bisogni, innanzitutto di sicurezza, che le hanno spinte a rivolgersi a destra.

Il ciclo progressista in America Latina inizia col default argentino del dicembre 2001, il fallimento etico, prima che economico, del modello neoliberale che, tra dittature e democrazie, aveva caratterizzato gli ultimi trent’anni del XX secolo. Era l’auge dei movimenti sociali e quelli altermondisti di Porto Alegre che, per farsi governo nel più presidenzialista dei continenti, si affidò a leader carismatici.

Tra questi Néstor Kirchner e Hugo Chávez, teste calde ma pensanti, che da Mar del Plata 2005 avevano ben chiara l’esigenza di integrazione latinoamericana per contenere le mire egemoniche di Washington, entrambi morti precocemente.

Con Pepe Mujica o Andrés Manuel López Obrador, spiccava il brasiliano Lula da Silva, forse il più importante leader della sinistra al mondo nell’ultimo mezzo secolo e l’unico ad aver attraversato tutta questa fase storica, finendo per incarnare lui stesso il problema del ricambio impossibile. Dal 1989 fino a questo ottobre Lula è stato il candidato della sinistra per sette volte e altre due lo è stata la sua principale alleata Dilma Rousseff. Quando non si è potuto candidare perché ingiustamente in carcere, ha vinto Bolsonaro. Ancora oggi, ottuagenario, resta il leader dello sviluppo autonomo possibile della potenza brasiliana e della resistenza del Continente a Trump.

Ancor più eclatante è il caso del MAS in Bolivia, una delle esperienze più trasformatrici e solide nella storia del Paese andino. Il Movimento al Socialismo, nonostante una persistente forza popolare, è esploso in mille pezzi, soprattutto per l’incapacità del leader storico Evo Morales di lasciare il campo a una nuova generazione. «Senza Evo non si fanno elezioni» è lo slogan dei suoi numerosi sostenitori. Ma con Evo convitato di pietra la sinistra – ancora maggioritaria nei conflitti sociali – non è riuscita neanche a presentare un candidato competitivo.

In altri casi poi si è assistito a una triste deriva autoritaria. In Venezuela, morto Hugo Chávez, il suo erede ha mantenuto il potere per il potere trasformando il paese in una “rust belt”, una cintura della ruggine caraibica, del petrolio e dello stato sociale. La vice di Maduro, Delcy Rodríguez, dopo il 3 gennaio non ha trovato di meglio che passare armi e bagagli al nemico Donald Trump. Peggio ancora va nell’autocrazia dei coniugi Ortega in Nicaragua, dove non c’è neanche il petrolio perché interessi a qualcuno.

Ci sono però altri due punti sui quali il ciclo progressista ha visto declinare il proprio consenso per molti anni vastissimo.

La sinistra non riesce a stare al passo 

A un sistema mediatico storicamente nelle mani di oligopoli privati appartenenti alle élite, la sinistra ha contrapposto solo delle «Telesur», broadcast pubblici percepiti come carrozzoni clientelari e mai in grado di scaldare i cuori. L’avvento dei social, con i “gabinetti dell’odio” dominati dalle destre, diffusori di fake news h24, anche in America Latina catalizza sentimenti negativi nelle masse. Ancora adesso – lo attesta anche il caso continentale dello spin doctor della disinformazione Fernando Cerimedo – il campo democratico non ha trovato modo di arginare tale predominio. 

Del resto, le destre possono contare su un tema dominante: la “sicurezza”. La mano dura è millantata dalle destre come soluzione semplice a quelli che vengono definiti «sterili sociologismi» della sinistra. In un continente oggettivamente violentissimo, stretto tra crimine organizzato e microcriminalità, questo è di gran lunga lo strumento col quale anche le destre più estreme si fanno spazio.

Così la declinazione autoritaria del tema della sicurezza finisce per essere in contraddizione, antagonista, dei processi di democratizzazione e riduzione delle disuguaglianze proposti dalle sinistre. Così i diritti paiono sempre più sacrificabili. Tornando a García Linera, se le destre incarnano la domanda d’ordine delle classi medie, le sinistre non hanno ancora un linguaggio politico per alzare il tetto di cristallo.

Tornando per chiudere a García Linera, se le destre incarnano la domanda d’ordine «qui e ora» delle classi medie, le sinistre appaiono sconfitte sul piano mediatico e non hanno ancora un linguaggio politico per alzare il tetto di cristallo e rimettere i diritti al centro dell’agenda politica. In molti paesi la capacità di mobilitazione dei movimenti sociali resta intatta (si pensi a Bolivia o Argentina), e le contese elettorali si giocano, come accaduto quest’estate in Perù e Colombia, sui decimali di punto. Nulla è perduto.

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