Quando la dittatura non fa più paura


Articolo tratto dal N. 103 di Destra e samba Immagine copertina della newsletter

Cinquantatré anni dal golpe in Cile (11 settembre 1973), l’attuale Presidente José Antonio Kast, l’uomo politico con cariche pubbliche più di destra nella storia del Paese dalla fine della dittatura, potrebbe restituire la libertà a Miguel Krassnoff Martchenko, il simbolo dei torturatori militari durante la dittatura, e dunque per estensione a tutti i torturatori attualmente in carcere in Cile. La notizia data da Radio Popolare nel giorno dell’anniversario del golpe non ha raccolto l’attenzione di nessuno. 

Che cosa testimonia quella notizia? 

Ci può aiutare José Alejandro Godoy, politologo peruviano che ha appena pubblicato La tentación autocrática (Debate 2026). Godoy percorre i sentimenti e il nuovo successo delle autocrazie nell’America Iberica (Messico, Perù, Argentina, Venezuela Cile) e ricostruisce come Kast possa inserirsi in una tendenza più ampia della politica regionale. Un libro, quello di Godoy che offre una radiografia delle condizioni che hanno reso possibili questi regimi: populismo, disuguaglianza, corruzione, paura, crisi di rappresentanza, desiderio collettivo di un salvatore. 

Perché, si chiede Godoy, così tanti cittadini, di fronte alla frustrazione democratica, ripongono ancora una volta la loro fiducia nel potere forte? E così si risponde: in tempi di polarizzazione, insicurezza e sfiducia nelle istituzioni, la gente non pensa che la politica cambierà qualcosa nella loro vita nel breve o medio termine. In mezzo a questa dilagante apatia e sfiducia, stiamo scoprendo personaggi più vicini a una visione autoritaria. 

La paura è la macchina che muove questa postura pubblica. Esprime una domanda di protezione, ma non chiede crescita, né competenze, bensì tutele. Chiede che la politica non si limiti a essere «guardiano di notte», ma sia anche «guardiano di giorno». 

Ne consegue che l’offerta politica non mira a essere più responsabili, ma maggiormente protetti. 

Si potrebbe osservare come niente sia simbolicamente più significativo di questo passaggio della metamorfosi che hanno avuto i muri in età contemporanea (su questo ha scritto con acutezza anni fa lo storico Claude Quétel nel suo Muri, Bollati Boringhieri). Se a lungo il muro era la linea di confine costruita perché fosse impedito a qualcuno di uscire e cercare la libertà, oggi il muro è la linea di confine per impedire a qualcuno di entrare. 

Non c’è un’inversione dei segni ma c’è una nuova piattaforma politica che modifica strutturalmente il “bisogno” di muri. 

Così come i muri da «vergogna» diventano «conforto», tanto la memoria delle persecuzioni subìte, come quella delle violenze perpetrate, non agiscono più da agente o non suscitano allarme. Sono assunte come percorsi testati per non essere sopraffatti. Per questo tornano ad essere legittimi. 

Siamo di nuovo al bivio che Calvino aveva posto al termine di Le città invisibili quando scriveva che ci sono due modi di vivere nel proprio tempo: 

«Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» [p. 160]. 

Quell’impegno oggi sembra proprio di minoranze che devono di nuovo trovare percorsi, parole, piattaforme per trasformarsi in maggioranze. 

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