La ragnatela nera.

America Latina, laboratorio dell’internazionale reazionaria


Articolo tratto dal N. 103 di Destra e samba Immagine copertina della newsletter

Nell’era del Corollario Trump e dello Scudo delle Americhe (poetiche definizioni dell’osceno neo-imperialismo MAGA sull’America Latina), l’attivismo transatlantico ha una matrice nera. Da noi è Francesco Giubilei che, insidiando il primato del fratello d’Italia Carlo Fidanza, si è fatto largo candidando l’Italia a sostituire l’Ungheria orbaniana quale sede europea delle CPAC, le Conferenze ultra-conservatrici diventate uno dei principali motori di idee, slogan e reti delle nuove estreme destre.

Il Gran Ciambellano italico delle riunioni operative con il repubblicano Matthew Schlapp, amministratore delegato della CPAC,  è stato proprio Giubilei, che ora può aggiungere anche questo titolo a quelli di editore, giornalista, promotore del think tank Nazione Futura, Presidente della Fondazione Tatarella, e via inanellando. Del resto, non è un caso che Giorgia Meloni da una decina d’anni sia una habitué di questi consessi, dove ha stretto sodalizi a suo tempo strategici, da Stephen Bannon a Elon Musk, e chiuso benevolmente entrambi gli occhi quando costoro si producevano in plateali saluti nazi-fascisti.

In America Latina le CPAC sono sbarcate da tempo. Si sono tenute nel Brasile del presidente-golpista Bolsonaro (padre), nell’Argentina del presidente sedicente anarco-liberista Javier Milei, nel Paraguay del presidente colorado Santiago Peña, e in Messico auspice un curioso personaggio, Eduardo Verástegui, più volte ricevuto a Roma da Meloni (l’ultima delle quali a Palazzo Chigi dove i due si fecero fotografare, alla moda Salvini-devoto, brandendo una immagine della incolpevole Virgen de Guadalupe).

Santiago Abascal, capo del partito post-franchista Vox – l’amico “Santi” che anni fa ospitò Meloni offrendole il palco per la celeberrima «Soy Giorgia, soy mujer, soy cristiana…» – in America Latina sta costruendo una articolata operazione tardo-neocoloniale pomposamente definita Reconquista de Hispanoamérica. Per loro è tanto importante quanto per i vannacciani la “remigrazione”. Si sono inventati, una specie di dichiarazione d’intenti, la Carta de Madrid (prima entusiasta firmataria, ovviamente Meloni!), e un convegno itinerante, il Foro Madrid, già sbarcato a Buenos Aires, Lima, Asunción, Santiago e Bogotà (dall’Italia presenti delegazioni sia di Fratelli d’Italia sia di Lega Salvini Premier).

I discepoli dell’ultradestra israeliana 

Un capitolo a parte andrebbe dedicato all’influenza dell’ultradestra israeliana del Likud di Netanyahu sui reazionari latinoamericani. Dal paraguayano Peña all’ecuadoriano Noboa, dall’argentino convertito all’ebraismo Milei, al “re delle prigioni” il salvadoregno Bukele, dall’honduregno Asfura, al clan brasiliano dei Bolsonaro, a svariati altri, tutti sono andati in pellegrinaggio a Tel Aviv per una sorta di “bacio della pantofola”. Anche l’ex Presidente colombiano Ivan Duque, discepolo di Álvaro Uribe,che, come ha scoperto e denunciato il suo successore Gustavo Petro, ci andò per acquistare il sistema di controllo Pegasus. 

La permeabilità tra destre tradizionali e nuove destre estreme ha il suo campione nello spagnolo José María Aznar, in gioventù pupillo del falangista Manuel Fraga Iribarne e, successivamente, in sodalizio perfetto con Mario Vargas Llosa, tanto geniale come scrittore quanto scadente come politico.

Il suo PP, Partido Popular, ha partorito gran parte della dirigenza di Vox, Abascal compreso, e generato l’anomala Isabel Díaz Ayuso, presidente della provincia di Madrid. Seguono Mauricio Macri, che in Argentina ha aperto le porte a Milei illudendosi di poterlo controllare; Rodrigo Paz, che in Bolivia si è “avvalso” del fascio-delinquente Fernando Cerimedo; la vecchia destra cilena, che ha incubato il neo-pinochetista José Antonio Kast; il partito stroessnerista in Paraguay, consegnatosi inizialmente nelle mani del trafficante Horacio Cartes e adesso del suo luogotenente Peña; il Partido Nacional, che in Honduras prima ha prodotto il narco-presidente Juan Orlando Hernández e adesso, con il personale sostegno di Trump, l’impresentabile Nasry Asfura; il colombiano Uribe, che ha favorito l’avvento del reazionario ADLE; Abelardo de la Espriella; e la peruviana Keiko Fujimori, sostenuta da tutto l’establishment e benedetta nei giorni scorsi da Marco Rubio. Anche l’Italia non sfigura: fu il sedicente liberale Berlusconi a nominare nei propri governi un repubblichino come Mirko Tremaglia, e un fervente fascista come Mario Borghezio.  

Una riflessione specifica andrebbe dedicata a Cuba, Venezuela e Nicaragua, regimi falsamente progressisti, veri e propri incubatori di autoritarismo di Stato. 

In ottobre le elezioni presidenziali in Brasile, da tempo “attenzionate” dall’ultradestra USA a favore delle lobby evangeliche, scatenando la guerra dei dazi (frutto del sabotaggio antipatriottico dei Bolsonaro), e diffondendo fake news sull’affidabilità del voto elettronico, ci diranno se la macchia nera avrà re-inghiottito anche il gigante del sud, o se il fuoriclasse Lula sarà riuscito a resistere. 

Ricevi il numero completo di PUBBLICO nella tua casella di posta

Non sei ancora iscritto? Compila il form!