Questo articolo fa parte di America Anno Zero, rubrica editoriale de La Nostra città futura dedicata alle elezioni statunitensi. Leggi qui gli altri approfondimenti di America Anno Zero.


Nell’ultimo appuntamento di America Anno Zero prima delle Presidenziali USA 2020, approfondiamo un aspetto della competizione elettorale che è stato già richiamato in una delle uscite precedenti: il tema degli equilibri demografici.

Non è infatti un mistero che la composizione della popolazione USA stia cambiando. Secondo l’autorevole Pew Research Center, circa metà (48%) della generazione post-millennial, cioè i nati dopo il 2000, è costituita da minoranze etniche o razziali, contro il 30% della Generazione X, cioè dei nati tra il 1965 e il 1980. Un numero sempre maggiore di persone con un background etnico “diverso” entrano negli USA e mettono radici stabili. Secondo l’US Census Bureau, se questi trend demografici continuano, la popolazione statunitense sarà a maggioranza “non-bianca” nel 2050.

Mentre, sempre secondo Pew Research, la maggior parte degli statunitensi (42%) si dichiara indifferente a questa trasformazione, un numero piuttosto alto (23%) considera l’eventualità di un simile cambio nella composizione etnica e razziale degli USA qualcosa di “molto o abbastanza negativo”. Questo sentimento sembra condizionare fortemente la politica USA.

Come è noto, il tema dell’immigrazione era particolarmente saliente nelle elezioni USA 2016. Il simbolo delle politiche di Donald J. Trump era “il muro” al confine con il Messico, a significare uno stretto controllo sui nuovi ingressi negli USA. Nel contesto elettorale, “il muro” rappresentava un impressionante cambio di passo rispetto alle precedenti politiche pubbliche americane. Guardando al particolare mix di nazionalismo e protezionismo proposto da Trump, alcuni avevano suggerito che Trump volesse non tanto rendere l’America di nuovo “grande”, quanto piuttosto nuovamente “bianca”.

Non si tratta di un’idea originale: a guardare la storia degli USA, l’idea che gli Stati Uniti debbano preservarsi come Stato etnicamente omogeneo e razzialmente “bianco” sembra infatti essere un’idea incredibilmente ostinata, da cui la politica USA non sembra essere in grado di emendarsi. Nel 1920 fu creata la “National Origins Formula”, la formula che, applicata alla politica dell’immigrazione, avrebbe permesso di preservare lo stock etnico/razziale originario: bianco, anglo-sassone e protestante. In seguito infatti alla massiccia immigrazione dal sud e dall’est Europa di inizio secolo, il legislatore americano sentì la necessità di preservare quella che per lungo tempo era stata la maggioranza etnica e religiosa USA rendendo più difficile l’immigrazione legale per individui etnicamente o razzialmente “diversi”.

Questo sistema di quote fu abolito solo nel 1965, quando venne denunciato apertamente come razzista (nel frattempo era stato lodato da Adolf Hitler nel Mein Kampf). Con il nuovo Immigration and Nationality Act, il sistema di quote su base etnico/razziale veniva sostituito da un sistema che invece guardava allo status dell’immigrato specialmente in termini di capacità professionali, pur continuando a discriminare gli omosessuali.

Come prevedibile, la nuova politica avrebbe contribuito a cambiare la composizione etnica e razziale degli USA. Se il razzista medio USA negli anni ’60 sembrava essersi arreso a considerare come “bianchi” anche italiani, ebrei e polacchi, restava però il problema di tutti gli altri. Con il nuovo Immigration Act, infatti, non si aprivano solo le porte ad europei con di stock razziale “inferiore”, ma anche a tutto il resto del mondo. E, fattualmente, sarebbero stati questi — latinos, asiatici, africani, medio-orientali — che avrebbero costituito la maggioranza dei nuovi arrivi sul suolo USA.

Questo cambio di politica creò inquietudine sin dai primi decenni della sua implementazione; tuttavia, la questione della trasformazione demografica USA è diventata un argomento politico solo in anni recenti, quando politici come Trump hanno portato la questione dell’immigrazione al centro del dibattito politico. Il tema si lega inoltre agli equilibri elettorali tra Partito democratico e repubblicano: se chi ha un background “non bianco”, in media, è più portato a votare democratico, il sempre maggiore influsso di migranti potrebbe un giorno consegnare una maggioranza strutturale ai democratici, relegando i repubblicani all’opposizione.

Non bisogna però pensare che la questione sia così semplice. Per capire meglio come orientarsi in questo dibattito, abbiamo intervistato il Professor Mario Mariano dell’Università degli Studi di Torino.


Dall’intervista è emerso come le trasformazioni demografiche siano qualcosa di più complesso di un semplice “bianchi” contro “minoranze”. A ben vedere, infatti, si corre sempre il rischio di considerare particolari demografiche, quella latina in primis, come un unico blocco con simili interessi politici, quando una generalizzazione analoga per i Paesi e i popoli europei non ci apparirebbe solamente come fondamentalmente ignorante, ma anche inesatta al punto di essere inutile.

Vanno inoltre considerate alcune differenze che non possono essere legate all’etnia di riferimento: secondo alcuni sondaggi, infatti, Trump starebbe accorciando il “vantaggio razziale” che i Democratici ancora conservavano nel 2016, grazie al voto maschile di afro-americani e latinos. L’effetto della trasformazione demografica, pertanto, va meglio compreso: non si tratta di un fenomeno che cambierà automaticamente gli equilibri elettorali del Paese ma costituisce comunque una questione centrale, da studiare nella sua complessità, nel contesto delle singole elezioni.

Nelle Presidenziali 2020, resta un tema aperto, ad oggi apparentemente non così a favore dei Democratici come pareva essere nelle elezioni 2016. Ma l’ultima parola, in questo senso, non spetta a noi ma all’elettore americano.

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