Il 2 giugno è la Festa degli Italiani, è il simbolo del ritrovamento della libertà e della democrazia da parte del nostro popolo. È un appuntamento che rinsalda da parte dei cittadini la loro adesione leale e il loro sostegno all’ordinamento repubblicano, nella sua articolazione, allo stesso tempo unitaria e rispettosa delle autonomie, sociali e territoriali.

È l’attacco del discorso pronunciato dal Presidente Sergio Mattarella, l’1 giugno 2019 in occasione del Concerto in onore del Corpo Diplomatico accreditato presso lo Stato Italiano, la sera alla vigilia dell’anniversario del referendum che portò l’Italia ad essere una Repubblica.

È probabile che vista l’intenzione del centro-destra di presentarsi in piazza, questo tema super partes, tornerà.

E tuttavia, proprio perché a lungo è stato detto con cognizione di causa che il 2 giugno nella memoria degli italiani era una “data vuota” (tanto da poter esser abolita dal calendario delle feste nazionali per un quarto di secolo, tra 1977, dell’ora governo Andreotti-Cossiga, e 2001, quando è ripristinata per iniziativa del Presidente Carlo Azeglio Ciampi) forse ha senso riprendere in mano quella data e cercare di capirne il meccanismo.

La repubblica in Italia è intesa più come un dato tecnico che non come un sistema di valori e di significati. Assumere una dimensione “repubblicana” dell’idea di patria implica fondarla non sul piano della forza militare, ma su quello del contratto tra cittadini e chiama in causa una relazione tra persone in un territorio. Ovvero: un significato e un’origine legati alla formazione del cittadino moderno che si afferma con l’ideale della Rivoluzione francese. Quell’ideale non ha il suo momento simbolico con la Bastiglia (14 luglio 1789), ma con la battaglia di Valmy (20 settembre 1792), quando l’esercito popolare sconfigge l’alleanza delle monarchie che vorrebbero rimettere al centro del sistema la figura del re. Il significato di quella vittoria sul campo è la riaffermazione di chi sia il depositario della legittimità del potere, a chi sia passato in mano lo scettro.

Il 2 giugno è una data che ha stentato – e ancora oggi stenta – a individuare una fisionomia propria e, dunque, anche un suo rituale. A lungo schiacciata alternativamente o complementarmente sul rituale del 25 aprile (in nome di una condivisione del concetto di scelta, di frattura della società italiana da cui indubitabilmente trae origine la Repubblica) o sul 4 novembre come festa delle Forze Armate (in cui ritorna l’immagine e il ricordo della vittoria sul nemico caratterizzandosi per un aspetto più accentuato nazionalismo), quella data sembra maggiormente legata all’immagine ultima di un ciclo che la precede (e dunque neutralizzandone il carattere di “scelta” conflittuale), più che segnare simbolicamente l’avvio di un nuovo ciclo.

Proviamo allora a spiegarla diversamente e per certi aspetti a darne una lettura attualizzante, magari forzata, ma non impropria.

1) le collettività nazionali che in Europa hanno preso forma di Stato nazione negli ultimi due secoli hanno e riconoscono nel vissuto patriottico il fondamento di una idea condivisa di legittimità.

Un’idea di patria che nasce non sul piano della forza militare, ma su quello del contratto tra cittadini. Che riguarda non un sentimento di identità personale, ma una relazione tra persone in un territorio.

2) Quell’idea di patria, tuttavia, non è un dato generico. Si connota per l’aggettivo “repubblicana”. Quell’aggettivo ha un significato diverso e distinto da “liberale”, soprattutto in relazione all’idea di libertà. Comunque, non riguarda genericamente l’assetto istituzionale ovvero non significa “non monarchica”.

Qui si apre un secondo modulo di riflessione che ancora sembra alquanto disertato nella discussione pubblica. Ovvero non si è consolidata una cultura repubblicana.

Mi spiego.

Forse il 2 giugno è intravisto come la data che rende omaggio a una figura, il Presidente della Repubblica, figura avvertita come garante di un equilibrio in un’epoca molto incerta e turbolenta.

Ma anche così il problema anziché trovare una soluzione si complica ulteriormente, dimostrando peraltro il vero problema che oggi noi abbiamo di fronte è che abbiamo un rapporto complicato con la politica, troppo dipendente dalle persone e invece blando, comunque tenue, con le istituzioni. Il che accentua il carattere di crisi della democrazia che noi attraversiamo.

Quando oggi celebriamo la festa della Repubblica che cosa festeggeremo realmente? La nascita di un sistema politico cui sentiamo ancora oggi di aderire?

Non credo. La Repubblica italiana fu fondata da partiti politici scomparsi da tempo e di cui nessuno, almeno per ora sente particolarmente la nostalgia.

Oppure rifletteremo su un sistema di valori? Anche su questo mi sembra che ci sia incertezza. Soprattutto, e qui mi sembra che l’incertezza, e anche il tasso di confusione sia più alto. Con “libertà repubblicana” non si intende una libertà generica distinta da quella liberale. La libertà per i repubblicani è non essere sottoposti alla volontà arbitraria di qualcun altro.

Condizione che non è solo allestimento di alcune garanzie. Per esempio, si consideri tutto ciò che afferisce oggi al mondo della scuola. Pensare, costruire e rendere operative e poi verificare periodicamente il funzionamento e la riuscita delle strutture, dei programmi scolastici, della didattica, del coinvolgimento di tutti i cittadini, comunque di “non lasciare indietro nessuno”, di prestare attenzione che il fine sia la riduzione, fino all’eliminazione dei divari significa preoccuparsi di lasciare sempre meno spazi alla “volontà arbitraria” di qualcun altro.  In breve: preoccuparsi affinché sia operativa un’istruzione efficiente, che non discrimina, che produce sapere critico e non si limita alla predica o all’omelia, rientra tra ciò che potrebbe indicare come ideale repubblicano di libertà.

Per riassumere: l’ideale repubblicano è predisporre un sistema di tutela in grado di contrastare ora, al fine di riuscire a eliminare definitivamente domani, la possibilità di subire arbitrio. Per i liberali la libertà è garantirsi possibilità di azione senza una legge limitante.

Per ciò il tema e la parola chiave non sono “meno Stato”, ma “meno disuguaglianza e maggiori opportunità di crescita”. Per questo, per l’ideale repubblicano, la legge non costituisce un’interferenza che limita la libertà, ma indica il perché di un’azione il cui fine è abbassamento delle disuguaglianze.

È su questo punto che oggi forse, anche se non dichiarato, si esprime lo scontro culturale e politico al livello più alto, anche trasversalmente agli schieramenti politici tradizionali. Uno scontro su cui ancora scontiamo una visione tradizionale della politica e una idea classica del cittadino che rientra in quella figura storica (politica, ma anche culturale) dell’Italiano, quale Giulio Bollati l’ha dipinta circa quaranta anni fa e che ancora costituisce il nostro vestito tradizionale.

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