Cultura come rinnovamento
Quando pensiamo a Giangiacomo Feltrinelli pensiamo spesso all’editore che ha pubblicato Il Gattopardo e Il dottor Živago, al protagonista di una stagione intensa della vita politica e culturale italiana, al fondatore di un’importante istituzione culturale europea.
Ma a cent’anni dalla nascita emerge con forza un altro tratto della sua esperienza: l’urgenza di capire il mondo che stava cambiando.

L’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta è un Paese attraversato da trasformazioni senza precedenti. Milioni di persone si spostano dal Sud verso le grandi città industriali del Nord. Cambiano il lavoro, i consumi, la famiglia, la scuola, il ruolo delle donne, il rapporto tra centro e periferia. Nuovi soggetti entrano nello spazio pubblico chiedendo rappresentanza, diritti, riconoscimento.
Giangiacomo non è l’unico: ci sono molti altri che – con idee anche diverse dalle sue, ma non meno radicali – assumono il proprio impegno come spinta all’innovazione. Adriano Olivetti, Giovanni Pirelli, Enrico Mattei sono altri nomi che potremmo ricordare. Nomi che sono soprattutto azioni, atti, decisioni.
Bruno Cartosio
Vista in questa prospettiva – in un’Italia interessata a costruire rapporti con i paesi “non allineati”, a offrire asilo ai rivoluzionari dell’Africa e dell’America Latina e attraversata da profondi processi di trasformazione sociale – la figura di Giangiacomo Feltrinelli perde gran parte dell’aura di “estremista” o il carattere di “anomalia” che spesso le è stata attribuita. È l’Italia del boom economico, delle grandi migrazioni interne e di un’industrializzazione che non esita a misurarsi con le sfide più avanzate della modernità, come dimostra l’esperienza di Olivetti nel campo dell’elettronica.
La sua attività e il ruolo che svolge in quegli anni vanno quindi valutati non soltanto attraverso le sue scelte politiche, ma anche alla luce dell’innovazione che, con la casa editrice e con l’Istituto, introduce nel mondo della cultura.
In questo senso Giangiacomo è un innovatore, come Fedele Cova con l’Autostrada del Sole, Livio Zanussi con l’industria dell’elettrodomestico, Giuseppe Luraghi con l’Alfa Romeo, Enrico Piaggio con la Vespa, Cesare Burzio e Albe Steiner con il Compasso d’Oro. La differenza è che il suo campo d’azione non è l’industria o il design, ma la produzione e la circolazione della conoscenza.
Non è l’unico aspetto.
Insieme c’è l’elemento di guardare al mondo e di andare fuori casa non per esterofilia, ma per capire e prepararsi al futuro che ci aspetta. Nessuna visione da “piccolo è bello”, ma la curiosità di andare fuori per provare a capire che cosa ci aspetta domani.
Andare in America, in questo senso, non è un modo per tentare la fortuna altrove, ma appunto è superare il vecchio vizio sia dell’antiamericanismo ideologico sia dell’Americanismo acritico per guardare all’America per ciò che è nuovo, a partire dalle esperienze culturali dai linguaggi, dalle insofferenze che l’attraversano.
Andare in America è molte cose ed è indizio della curiosità a stare nel proprio tempo.
Si va in America a cercare le inquietudini per pensare futuro, le domande che perturbano e mobilitano la società civile.
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con l’approfondimento di Bruno Cartosio
Inge Feltrinelli
Guarda il video di David Bidussa, Storico sociale delle idee
Dove il cambiamento prende forma
Giangiacomo comprende molto presto che queste trasformazioni non possono essere osservate da lontano. Non basta raccontarle. Occorre costruire gli strumenti per conoscerle.
Per questo la sua attività non si esaurisce nell’editoria. Biblioteca, Istituto, casa editrice, librerie, ricerca storica, raccolta di archivi e documenti, attenzione alle nuove scienze sociali e all’inchiesta sul campo diventano parti di un unico progetto.
L’obiettivo non è semplicemente diffondere cultura. È comprendere il Paese reale.
Significa uscire dai luoghi tradizionali della produzione culturale e andare dove il cambiamento sta accadendo: nelle fabbriche, nelle periferie urbane, nei quartieri dell’immigrazione, nei territori attraversati dalla modernizzazione, nelle vite di chi fino ad allora era rimasto ai margini del racconto pubblico.
Negli anni del miracolo economico, delle migrazioni interne e delle profonde trasformazioni sociali, Giangiacomo sembra intuire che per comprendere ciò che sta accadendo non basta osservare le idee o le élite che le producono: bisogna andare a vedere.
Andare a vedere significa guardare i luoghi in cui il cambiamento prende forma. Le stazioni dove arrivano i migranti dal Sud, le case di ringhiera e le soffitte sovraffollate delle città industriali, le fabbriche, le periferie, i nuovi quartieri che crescono ai margini delle metropoli. Significa ascoltare chi vive sulla propria pelle le conseguenze della modernizzazione e comprendere ciò che le statistiche da sole non riescono a raccontare.
Fare inchieste, fare libri
In questa prospettiva nascono libri come Milano, Corea di Franco Alasia e Danilo Montaldi o L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi. Non sono soltanto importanti scelte editoriali. Sono strumenti di conoscenza. Libri che scelgono di partire dall’osservazione diretta, dall’ascolto, dall’inchiesta, dalle esperienze concrete delle persone.
Opere che raccontano un’Italia che gran parte della cultura ufficiale non era ancora in grado — o non voleva — vedere. Un’Italia fatta di migrazioni, di lavoro, di conflitti, di speranze e di esclusioni. Un’Italia che stava cambiando rapidamente e che chiedeva nuovi strumenti per essere compresa.
La vicenda di Goffredo Fofi è particolarmente significativa. Nelle pagine della sua inchiesta prende forma quella che lui stesso avrebbe continuato a praticare per tutta la vita: una vera e propria fame di realtà. Il bisogno di consumare le suole delle scarpe per capire come stanno davvero le cose. Un metodo che trova in Giangiacomo Feltrinelli non soltanto un editore disposto a pubblicarlo, ma qualcuno capace di riconoscerne immediatamente il valore civile e conoscitivo.
Ma per Giangiacomo conoscere il Paese non significa soltanto osservare. Significa creare le condizioni perché le esperienze, le testimonianze, i documenti e le idee possano incontrarsi, essere conservati, discussi e restituiti alla collettività.
Per questo la Biblioteca e l’Istituto non nascono come semplici luoghi di conservazione. Nascono come infrastrutture della conoscenza. Luoghi in cui raccogliere tracce, costruire relazioni, mettere in dialogo mondi diversi.
Archivi, giornali, riviste, corrispondenze, fondi documentari provenienti dall’Italia e dal mondo vengono acquisiti non per accumulare patrimonio, ma per rendere possibile una comprensione più profonda della società contemporanea. Non per custodire soltanto il passato, ma per offrire strumenti a chi vuole interpretare il presente e immaginare il futuro.
Ancora oggi, chi entra negli archivi della Fondazione incontra una straordinaria pluralità di voci. Lettere, progetti editoriali, schede di lettura, recensioni, fotografie, appunti di lavoro restituiscono il carattere collettivo di questa impresa culturale. Non il racconto di un singolo protagonista, ma una trama di relazioni che coinvolge autori, redattori, studiosi, collaboratori, lettori, ricercatori e militanti.

Dietro ogni libro, ogni collana, ogni archivio, ogni progetto di ricerca c’è la convinzione che la conoscenza non sia mai un fatto individuale. È sempre il risultato di una pluralità di sguardi e di esperienze.
Anche per questo gli archivi della casa editrice raccontano meno una storia di decisioni solitarie che una storia di incontri. Una trama fittissima di lettere, discussioni, proposte, recensioni, relazioni e collaborazioni che restituisce il carattere profondamente collettivo dell’impresa culturale immaginata da Giangiacomo Feltrinelli.
Dieci tappe, dieci date per raccontare Giangiacomo Feltrinelli.
Essere intellettuali, in questa prospettiva, non significa soltanto produrre idee. Significa creare occasioni di conoscenza, aprire domande, mettere in discussione certezze consolidate, rendere visibili fenomeni che altri non vedono ancora.
Significa allungare la tastiera delle opportunità, ampliare la lista dei temi pubblici, moltiplicare i luoghi della discussione e della partecipazione.
Per questo la sua attività assume forme diverse ma coerenti tra loro.
C’è la sfida ai poteri che nessuno osa mettere pubblicamente in discussione, come nel caso della pubblicazione del Dottor Živago, che trasforma una vicenda apparentemente sovietica in una riflessione universale sulla libertà della parola.
Dare voce al cambiamento, condividere idee
C’è la volontà di guardare al mondo senza gli occhi del turista, scoprendo attraverso la letteratura e la saggistica le contraddizioni dell’America Latina, dell’Africa in decolonizzazione, dei nuovi soggetti che entrano nella storia globale.
C’è soprattutto la scelta di cercare le voci degli ultimi sotto casa propria, nelle periferie delle grandi città industriali, nei quartieri dell’immigrazione, nei luoghi in cui si producono nuove forme di disuguaglianza ma anche nuove domande di cittadinanza.
E c’è infine la capacità di inventare piattaforme e strumenti nuovi. Fare libri, certo. Ma anche costruire librerie come luoghi di incontro e partecipazione, creare una biblioteca e un istituto di ricerca aperti alla società, immaginare nuove forme di circolazione delle idee, sperimentare linguaggi e strumenti diversi.
Tutto questo nasce da una convinzione semplice e radicale: il futuro non è già scritto.
In questo video Giovanni De Luna, storico e scrittore specializzato in storia dell’Italia unita, ci parla degli avvenimenti che hanno segnato l’inizio di una nuova stagione all’insegna del dinamismo e della voglia di sperimentare che caratterizzerà il mondo intellettuale italiano.
La cultura non serve a confermare ciò che sappiamo già. Serve a rendere possibile ciò che ancora non vediamo.
È questo il senso profondo della modernizzazione culturale immaginata da Giangiacomo Feltrinelli: non adattarsi al cambiamento, ma comprenderlo; non limitarsi a osservare il futuro, ma dotarsi degli strumenti per costruirlo.
Per questo, a cent’anni dalla nascita, la sua eredità non coincide soltanto con i libri pubblicati o con le istituzioni che ha fondato.
Coincide con un metodo.
La convinzione che per immaginare il futuro sia necessario conoscere la realtà. E che per conoscere la realtà occorra mettere in relazione documenti, idee, esperienze e persone.
Non osservare il cambiamento da lontano, ma andare a vedere.
E poi conservare, discutere e condividere ciò che si è visto.
Una storia iniziata per intuizione e impresa di Giangiacomo Feltrinelli, ma che ha potuto diventare patrimonio comune soltanto diventando collettiva.
Sergio Bologna, storico e sociologo
Consiglio di lettura: Che cos’è un editore?
Giangiacomo Feltrinelli: “l’editore – dice e scrive nel 1967 – deve gettarsi, tuffarsi a rischio di annegare, nella realtà. Senza sapere nulla deve far sapere tutto, tutto quello che serve, e che serve ai vari livelli di coscienza. Tuffarsi nella realtà: tentare la «Fortuna». La «Fortuna» diventa allora un significato, un orizzonte, una vita svincolata e trionfante… E allora: un editore è niente, è un veicolo che può anche autodefinirsi una carretta”
Nelle pagine di Cos’è un editore? sono concentrate le ambizioni di Giangiacomo Feltrinelli: la breve opera è una miscela eterogenea di politica, riferimenti autobiografici e indicazioni su chi dovrebbe essere e quale ruolo sociale dovrebbe rivestire un editore





