Dal voto alla cittadinanza: la nuova sfida delle democrazie

 


Articolo tratto dal N. 109 di Stati Uniti: l'onda della working class Immagine copertina della newsletter

La lezione delle elezioni in Israele di dieci giorni fa è che si può andare a votare anche per dichiarare la propria insofferenza verso il tempo presente. La mobilitazione di tante persone (forse l’immagine più iconica è quella dei beduini che, a dorso dei loro cammelli, si recano al seggio per votare) rivela che, improvvisamente, in alcune aree del mondo, votare conta. O almeno, è un modo per dire: «Io conto».

Un fenomeno in controtendenza rispetto al comportamento politico dell’elettorato delle democrazie più attempate, dove la stessa insofferenza verso il presente sembra tradursi nella scelta opposta: non andare a votare. Ovvero, «andare al mare».

Che cosa sta succedendo, allora, negli Stati Uniti, quella che consideriamo la più attempata delle democrazie moderne?

Il vecchio mito della democrazia americana

Forse, per comprendere quel voto, non basta osservare quanti vanno alle urne e quanti scelgono di non andarci. Occorre guardare anche, o soprattutto, all’offerta politica che si è costruita negli ultimi vent’anni e che la vicenda di Zohran Mamdani rende particolarmente evidente.

È l’idea di chi vogliamo avere come vicino a orientare la nostra scelta di voto? E quel vicino deve essere una nostra copia conforme oppure, per riprendere un vecchio mito fondativo della democrazia americana, qualcuno con cui condividere uno spazio pur senza necessariamente frequentarsi?

Se è così, allora è alle trasformazioni del modello di competizione elettorale che dobbiamo guardare.

A lungo, almeno nel corso del Novecento, a partire dalla crisi economica del 1929, la competizione elettorale è stata segnata dal ruolo della famiglia. È il clan familiare, attraverso le competenze professionali dei suoi membri, i loro percorsi di formazione e le loro reti di relazioni, a tessere la tela del consenso. Un meccanismo favorito anche da un modello di organizzazione del partito politico che, almeno in alcune esperienze del Partito Democratico americano, ha seguito questa strada.

Da questo punto di vista, la vicenda politica di Barack Obama, più di altre, segna una svolta nella concezione stessa dell’appartenenza alla comunità politica americana, prima ancora che sul piano culturale. La sfida riguarda allora chi possa essere riconosciuto come cittadino a pieno titolo e, dunque, come titolare di diritti.

Dall’Atlantico al Mediterraneo

Una sfida che non è soltanto americana, ma ci riguarda da vicino. E che il modello di partecipazione alle elezioni israeliane dimostra non essere un problema locale, né la storia di una discriminazione geograficamente circoscritta, ma una risposta alla possibilità che si affermino esperienze politiche etniciste e culturalmente fondamentaliste.

Il tema è, come ha sottolineato anche Anna Lazzarini nel suo Reinventare la cittadinanza (Mimesis), la sfida tra «vecchia» e «nuova» cittadinanza, tra cittadinanza «di origine» e «di destino». Una sfida che segna uno scontro aperto tra sensibilità culturali e politiche opposte: da una parte, chi difende un’idea di appartenenza fondata sulla somiglianza e tende a riconoscersi soltanto tra i propri simili; dall’altra, chi cerca di superare le barriere e costruire nuove forme di convivenza.

Non è uno scenario destinato a rimanere al di là del mare, che sia l’Atlantico o il Mediterraneo orientale. Probabilmente, nei prossimi mesi, entrerà anche nel linguaggio della competizione elettorale qui, a casa nostra. Per questo è importante cogliere la portata di quanto sta accadendo, mettendo da parte gli elementi che rendono quelle due esperienze particolari, per concentrarci su ciò che hanno in comune e che ci riguarda da vicino.

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