Hanno vinto tutti. Ma l’agenda è di sinistra


Articolo tratto dal N. 109 di Stati Uniti: l'onda della working class Immagine copertina della newsletter

In che misura la sinistra ha contribuito al trionfo dei democratici alle elezioni di metà mandato?

Il dato più evidente che esce dalla notte elettorale di martedì è che nel campo democratico hanno vinto tutti. Hanno vinto i candidati centristi e moderati come Annie Andrews (senator-elect della Carolina del Sud) e David Crowley (governatore eletto del Wisconsin), hanno vinto candidati provenienti dalla sinistra religiosa sia in versione più populista (James Talarico in Texas) che più moderata (Roger Marshall in Kansas), hanno vinto candidati più estremi e fuori dall’ordinario, come il dottore musulmano Abdul El-Sayed in Michigan e l’ex-taglialegna Troy Jackson in Maine.

Come invita a fare lo studioso del partito repubblicano Paul Heideman, dunque, forse va cambiata prospettiva: più che un’elezione stravinta dai democratici, si tratta di un’elezione strapersa dai repubblicani, e da Trump nello specifico. 

Nuove facce radicali al Congresso 

Ma la centralità di leader e temi di sinistra nella campagna elettorale permette di fare ulteriori considerazioni. La lista di candidati sostenuti dalla sinistra americana che ha vinto le elezioni di martedì è imponente.

Oltre alle già note e certe di riconferma Alexandria Ocasio Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib e al senatore Bernie Sanders (non oggetto di rielezione in questo ciclo elettorale), nel nuovo Congresso siederanno almeno una decina di rappresentanti (Chris Rabb, Melat Kiros, Claire Valdez, Darializa Avila Chevalier, Adam Hamawy, Donovan McKinney, William Lawrence, Sam Forstag, Randy Villegas) e tre senatori (Abdul El-Sayed, Peggy Flanagan e Troy Jackson) vicini alla sinistra.

Parliamo di candidati radicali, di rottura, figure che dieci anni fa avrebbero raccolto percentuali da prefisso telefonico pressoché ovunque nel paese. E dentro a questa lista c’è di tutto: sindacalisti, avvocati e accademici, neofiti della politica e attivisti di lunghissimo corso, rappresentanti della comunità latina, afroamericana e bianca. La presenza di questo blocco di candidati di sinistra non era affatto scontata, la loro vittoria non inevitabile. Capire come questo sia successo dà prospettiva sia sul passato che sul futuro.  

L’eredità di Sanders: costruire comunità politiche

Due sono i punti da mettere a fuoco. Primo: come scrive Miles Kampf-Lassin, il direttore dello storico magazine della sinistra americana In These Times, questo blocco può essere “la cresta di un’onda” destinata a cambiare la politica americana. Perché i successi attuali sono costruiti su un decennio in cui si sono gettate le fondamenta per la giornata storica di martedì.

La campagna per le primarie presidenziali di Bernie Sanders del 2016 è il punto di origine. Il suo dirompente e inaspettato successo ha tolto da mezzo un dibattito perenne nella sinistra americana: è meglio organizzarsi dentro o fuori il partito democratico?

Da allora, il dibattito è diventato come organizzarsi per sfruttare la macchina democratica a proprio favore, non se farlo. Il successo di Sanders ha reinventato i Democratic Socialists of America (passati da 6000 a 120.000 membri in un decennio),ha mostrato la strada ad istituzioni come il Working Families Party e ha creato lo spazio per la fondazione di nuove compagini come Indivisible, Sunrise e i Justice Democrats. Pur con obiettivi diversi e strategie diverse, questi partiti, associazioni e gruppi di pressione hanno dato vita a un’infrastruttura grassroots finalizzata a influenzare la politica democratica dall’interno del partito.

Tramite la costruzione di reti a livello locale, la raccolta di fondi e collaborazioni istituzionali, questi gruppi hanno costruito in primo luogo comunità politiche, realtà di elaborazione di proposte e di crescita di leadership locali. È tramite queste reti che le candidature che hanno trionfato martedì sono state inventate, lanciate e sostenute. In svariati casi, le vittorie vere sono arrivate mesi fa, quando candidate come Claire Valdez o Darializa Avila Chevalier hanno vinto le primarie democratiche contro candidati dell’area moderata.

In altri casi, come quello di Randy Villegas, la vittoria contro l’ala moderata è avvenuta questa settimana. Ma il punto è lo stesso: è questo lavoro dal basso che ha creato il consenso e l’organizzazione necessaria per arrivare al Congresso.

Affordability, corruzione, disuguaglianze: la sinistra detta l’agenda 

Il secondo tema è di merito. Si, l’elezione l’ha persa Trump, con le sue folli decisioni di politica interna ed estera, dalle tariffe alla guerra in Iran, che hanno fatto schizzare l’inflazione verso l’alto e hanno complicato la vita ad agricoltori e aziende americane.

Ma chi ha imposto i temi della affordability, della corruzione e della disuguaglianza come messaggi principali della propria azione politica è la sinistra.

Lo ha fatto con le campagne di lungo corso di Bernie Sanders, con il paziente lavoro di accumulazione di capitale politico di AOC e della “Squad” alla Camera, e soprattutto con la performance stellare di Zohran Mamdani. Il sindaco di New York, una volta eletto, ha dimostrato di essere non solo un abile comunicatore, ma anche un politico pragmatico e concreto, capace di tradurre il proprio programma in cambiamenti reali in maniera rapida ed efficace.  

Se c’è un’eredità lasciata da queste elezioni è la certezza che non si vince senza attaccare i repubblicani sui temi della sostenibilità economica della vita, sullo strapotere delle élite finanziarie e sulla loro influenza in politica, sulla disuguaglianza e sulle carenze dei servizi pubblici, sulla corruzione.

Al netto dei candidati che hanno vinto, quindi, il punto è che la base politica del partito democratico si è spostata. Per dirla con Eric Blanc, studioso e sindacalista, il “populismo economico” sta diventando più centrale per il partito democratico. Ci si allontana dalla terza via clintoniana, per avvicinarci al modello newdealista rooseveltiano.  

Il dibattito è tutt’altro che concluso. Per un Blanc che ricolloca i democratici più a sinistra, c’è un New York Times che sottolinea l’incremento di influenza di democratici moderati, e il loro ruolo nella vittoria di martedì.

Come muoversi da qui in avanti sarà il tema dei prossimi due anni, in un quadro politico diventato nuovamente mobile e contendibile come mai lo era stato negli ultimi decenni.  

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