L’America che non è rimasta a casa 


Articolo tratto dal N. 109 di Stati Uniti: l'onda della working class Immagine copertina della newsletter

Sono giorni che sentiamo parlare dell’onda blu (il colore dei democratici) che ha travolto gli Stati Uniti. Ed è vero: le elezioni di medio termine hanno portato un’onda di nuovi deputati, nuovi voti, nuova linfa al Partito Democratico e alla politica americana. E come tutte le onde, anche questa ha travolto quello che era fermo sulla battigia, nel caso specifico la politica trumpiana, con tutto quel che rappresenta. 

Ma soprattutto, quel voto ci ha ricordato quello che sapevamo: che l’America è più grande di Donald Trump e che gli Stati Uniti, con tutti i loro difetti, contraddizioni, colpe storiche, mitologie e chi più ne ha più ne metta, sono un Paese come gli altri, il che significa fatto di persone. 

E che sono le persone a fare i Paesi. E sono le persone a fare i parlamenti. E che sono le persone a fare i Presidenti, quando è il loro turno.

L’America è più grande di Donald Trump

Così, la radice profonda della vittoria democratica alle elezioni di metà mandato, quella che ha consentito di ribaltare la maggioranza trumpiana a Camera e Senato e di fatto di mandare un preavviso di sfratto — dalla storia più che dalla Casa Bianca — a Donald Trump, è stata fatta, prima ancora che dal Partito Democratico, da milioni di voci, di mani, di voti. Insomma, appunto, di persone.

Ed è a loro che va ascritto questo risultato. A loro più che al Partito Democratico che, con la sua pur formidabile organizzazione, è arrivato dopo e ha fatto quello che devono fare i partiti: essere un mezzo, un tramite, un veicolo. Una specie di autobus che prende le istanze delle persone, le raccoglie e le porta nei corridoi e nelle stanze dove si scrivono e decidono le politiche, nel mezzo tra le persone e i voti: tra il palco della protesta e della richiesta (o perché no, pretesa) e la realtà del Congresso e della politica.

E questa è stata la chiave del successo del Partito Democratico e delle persone che lo hanno votato: il primo ha fatto un passo indietro e ha scelto, invece che se stesso, le persone. E le persone hanno usato il superpotere di ognuno di noi che, come recitava un cartello visto a un comizio di James Talarico, è il voto.

Quando la politica smette di ascoltare, gli elettori restano a casa

Del resto, se si cerca l’origine di questa vittoria che ha cambiato gli equilibri della politica americana e scosso quelli del mondo, forse il punto dove cercare è la notte del 2024, quando Donald Trump divenne presidente per la seconda volta.
I numeri di quel voto ci dicevano che il presidente degli Stati Uniti aveva preso 77 milioni di voti, praticamente gli stessi presi quattro anni prima. Ma che la sua avversaria, Kamala Harris, ne aveva presi 75 milioni: una manciata di meno, ma, soprattutto, quasi dieci in meno del suo predecessore, Joe Biden, che invece di voti ne aveva presi più di 80 milioni (il presidente più votato della storia).

Dove erano finite tutte quelle persone che avevano votato per Biden e non per Kamala Harris? Che fine avevano fatto?

Con ogni verosimiglianza erano rimaste a casa, rinchiuse lì dentro non dal disinteresse per la politica, ma dal disinteresse della politica per loro. 

Del resto, nel 2016, a milioni avevano votato Hillary Clinton, per poi ritrovarsi Trump a fare il Presidente; nel 2020, a milioni avevano votato Joe Biden e, dopo alcuni primi mesi spumeggianti, quell’amministrazione (pure efficacissima dal punto di vista economico e sociale) si era incistata su se stessa, trasformandosi in un’amministrazione sorda.

La Casa Bianca di Biden rispondeva con i grafici che parlavano di aumento del PIL a chi si lamentava del caro vita e con il silenzio alla parte della propria base (anche ebraica, come successo a New York) che chiedeva di intervenire su Gaza.

E così, a furia di chiedere delega, di sostituire il partito alle persone, i Dem americani hanno finito con l’autodelegittimarsi e nell’accompagnare Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca.

Il cambiamento comincia quando le persone scendono in campo

E invece, come ci ha ricordato la scorsa notte elettorale, la politica è fatta di persone. Persone che si sono mobilitate nel Minnesota a meno trenta gradi per difendere, armate solo di fischietti e cellulari, i loro amici e vicini di casa irregolari dai raid dell’ICE.

Persone che sotto il sole della California hanno messo a ferro e fuoco la città per impedire che migliaia di lavoratori senza documenti venissero portati via; persone che a New York, appena un anno fa, hanno fatto campagna per un candidato sindaco semisconosciuto ma che prometteva ascolto; persone che negli ultimi mesi hanno fatto campagna in Michigan, Texas, Alaska, Iowa, Ohio. Persone che hanno capito che il mondo non cambia da solo. 

E che quando il gioco si fa duro, i poveri cristi cominciano a giocare. 

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