Una generazione grassroots ha sconfitto il Re


Articolo tratto dal N. 109 di Stati Uniti: l'onda della working class Immagine copertina della newsletter

L’arma segreta con cui i democratici americani hanno sconfitto il Re di Washington ha un nome e un cognome. In America è nata una generazione politica nuova, affermatasi dal basso. Una generazione “grassroots”, radicata nelle comunità, etnico-americana, nata da quel mix che si forma nelle seconde generazioni di cittadini, tra etnicità e nuova identità coltivate da famiglie spesso benestanti nelle aule delle migliori università americane. In questo senso, in questa tornata elettorale, il protagonista non è stato chi ha vinto, ma come ha vinto. 

È così: i Democratici hanno il merito di aver permesso l’emersione di una classe dirigente nuova, più giovane, multietnica, molto spostata a sinistra. E forse lo hanno fatto persino senza volerlo. Perché il cuore del partito continua a guardare a Kamala Harris, ai candidati di sempre, a una politica che fatica a uscire dai propri schemi. Intanto, fuori da quel mondo che si è già più volte accartocciato su sé stesso, è cresciuta quest’altra generazione. Che apre una pagina totalmente nuova per i dem USA. 

È una storia che comincia con Obama, ma che oggi prende una strada diversa. Questa è una generazione capace di parlare alle comunità arabe e musulmane, agli afroamericani, ai latinoamericani, ai quartieri popolari delle grandi città. Ma anche, e in questo caso soprattutto, ai bianchi di classe media. Ricordo qui che Trump, quando venne eletto nel 2024, raccolse 2 milioni di voti democratici persi dalla Harris. Oggi il ritorno a casa di questo voto è il più netto segnale della potenziale forza che potrebbe esprimere un nuovo partito dem. Pensiamo per esempio a Miami, per anni diventata quasi un simbolo dell’America di Trump, e al ruolo che stavolta ha avuto il voto latinoamericano.

Una generazione nata nelle comunità  

Questa nuova classe dirigente non ha vinto nascondendo le proprie idee. E non ha cercato di somigliare ai repubblicani per conquistare qualche voto in più. Ha fatto politica, ha organizzato consenso, ha parlato a persone che non si sentivano più rappresentate. E in nome di questa appartenenza personale alle stesse comunità è riuscita a «dare voce» a persone e classi sociali che la sinistra ha da tempo perso per strada. 

Non mi piace definirla una lezione per noi italiani ed europei, ma è su questo aspetto che la vicenda americana dovrebbe accendere un alert nel nostro sistema politico progressista. La novità della generazione che ha vinto le elezioni è che ha conquistato e rafforzato il proprio ruolo politico perché è nata dentro il mondo che oggi rappresenta: ne conosce i problemi, i modi di parlare, il modo di soffrire e l’estraneità al sistema. I suoi esponenti condividono con le proprie comunità la stessa memoria e parlano la stessa lingua. Sono insomma i figli dell’integrazione nel senso più alto: ne sono parte, ma non sono diventati altro da sé. Ognuno di loro, come abbiamo visto dai loro comizi, parla a gente conosciuta, parla alle sue comunità. E vale la pena qui ricordare che comunità è il concetto chiave dell’ormai scomparso “american way of life”. Quel sogno americano la cui frantumazione ha distrutto la pace americana. È da tutto questo che nasce un nuovo sguardo politico. 

A proposito di differenze e novità, ricordiamo che in Italia c’è una convinzione che torna puntualmente quando ci avviciniamo alle elezioni: per vincere bisogna spostarsi al centro, oppure più a sinistra. Come se per vincere si dovesse, in ogni caso, attenuare o modificare la propria identità. Come se esistesse un elettore moderato o radicale, da qualche parte, immobile in attesa che la sinistra gli vada incontro a braccia aperte.

Il costo della vita e la dignità di essere cittadini

Il voto americano, con le dovute precauzioni, ci racconta che questo modello non funziona più. I temi sui quali questa nuova generazione ha costruito consenso e dunque piattaforme politiche sono quelli che riguardano l’affordability, che era al centro della sicurezza e della dignità dell’american way of life. La forza per tenere in vita con fierezza tutto quello che si muove al di sotto del livello della grande ricchezza. Tema quanto mai determinante nel nostro Occidente. Il costo della vita, la casa, i salari, ma soprattutto la dignità di essere cittadini pari a tutti gli altri. Questioni che attraversano una società profondamente cambiata, dove anche la classe media ha molti volti, molte origini, radici e storie diverse. 

È questa, secondo me, la cosa più importante. Una sinistra riconoscibile, anche molto avanzata sui diritti, può parlare a un elettorato largo solo se riesce a entrare nella vita delle persone. Se capisce che dietro le differenze culturali ci sono spesso le stesse difficoltà economiche, le stesse preoccupazioni per i figli, la stessa paura di perdere terreno. Naturalmente non sarà facile tenere insieme questa nuova generazione e il vecchio Partito Democratico americano. Le contraddizioni sono molte. Ma qualcosa si è mosso, e sarebbe un errore fare finta di non vedere.

La sfida per la sinistra italiana

Penso anche al Partito Democratico italiano. Quella nuova classe dirigente americana somiglia, per molti versi, al partito che Elly Schlein vorrebbe costruire. Più giovane, più plurale, con un’identità progressista chiara. La differenza è che in Italia fatichiamo ancora a trasformare questa identità in un rapporto forte con la classe media, con il lavoro, con le condizioni materiali di chi vive nelle nostre città e nelle nostre periferie.

E allora forse la domanda è sbagliata. Non si tratta di decidere se la sinistra debba essere più moderata o più radicale. Si tratta di capire chi rappresenta, e se è ancora capace di parlare alla maggioranza delle persone, invece di inseguire una collocazione politica che, a forza di cercarla, rischia di diventare un luogo solo immaginario.

Questo articolo è stato pubblicato in versione ridotta su Substack

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