I rischi e le promesse del socialismo americano


Articolo tratto dal N. 109 di Stati Uniti: l'onda della working class Immagine copertina della newsletter

Secondo un recente sondaggio del New York Times/Gallup, il 43% degli americani ha un’opinione positiva del socialismo. Cosa esprime questa apertura? Quali movimenti e reti la sostengono? E, soprattutto, è una buona idea per i progressisti presentarsi come socialisti?

Le midterm, vinte nettamente dai Democratici (Camera e Senato), si possono leggere in più modi. Da un lato, vi sono casi quali il Kansas, dove il candidato al Senato Hamilton, indipendente moderato, ha conquistato il 10% degli elettori di Trump: questa vittoria alimenterebbe la tesi secondo cui per le presidenziali serva un candidato centrista, non socialista.

Dall’altro, El-Sayed in Michigan con il suo «Medicaid for All», Talarico in Texas e le governatrici democratiche elette in Georgia e Texas, donne facenti parte di minoranze, suggeriscono che gli Stati Uniti siano pronti a una svolta radicale, forse persino a un candidato socialista.

Potrebbe trattarsi di qualcuno come Alexandria Ocasio-Cortez (AOC)? Forse, ma serve cautela: anche Talarico in fondo ha dovuto trasformarsi per vincere, presentandosi come pragmatico e non ideologico, ed è stata la sua fede religiosa a renderlo digeribile ai conservatori sociali. Non a caso anche AOC si sta facendo più moderata, come mostrano i suoi recenti commenti sul woke.

Il socialismo piace, l’etichetta divide

Il sondaggio del New York Times indica che la popolarità del socialismo è in crescita, ma il capitalismo resta comunque più popolare (55%) e la libera impresa gode del 77%; mentre crolla la fiducia nelle grandi imprese (dal 49% al 35%). A cambiare è il contesto: le Big Tech sempre di più vengono associate a Trump e alla corruzione del sistema politico, e il capitalismo evoca il loro strapotere e le crescenti disuguaglianze.

A contare è anche l’età: tra i 18 e i 34 anni il socialismo batte il capitalismo, 57% a 43%, mentre gli over 55 preferiscono il secondo di due a uno. Per i ventenni la parola non evoca la Guerra fredda ma politiche per ridurre il debito studentesco e rendere più accessibile la sanità. Un linguaggio radicale può dunque risvegliare i giovani e gli astenuti, ma il rischio resta alto.

Il primo ostacolo è strategico: molti americani rifiutano in teoria l’idea di socialismo, ma vogliono politiche socialdemocratiche. Secondo il Pew Research Center, il 66% vuole la copertura sanitaria garantita dal governo (59-62% nel 2019-20; tra i repubblicani 41%, era 30-34%).

Un’assicurazione pubblica nazionale convince il 65%, compreso il 71% degli indipendenti e il 49% dei repubblicani (Data for Progress, novembre 2025); il congedo parentale pagato il 69%; tasse più alte su imprese e miliardari il 62% (Reuters/Ipsos, agosto).

Non a caso i repubblicani hanno rispolverato la «red scare»: l’etichetta socialista divide chi di fatto potrebbe condividere le politiche, non è necessaria per la causa socialdemocratica e anzi ne potrebbe restringere la base.

Il linguaggio del socialismo rischia anche di dividere ulteriormente un partito democratico già diviso. Tra gli elettori democratici il 66% ha un’opinione positiva del socialismo e il 42% del capitalismo, per la prima volta sotto la metà (50% nel 2021); tra gli under 50, solo il 31% (Gallup, 2025). Eppure molti membri dell’establishment, quali Rahm Emanuel e il governatore del Colorado Polis, si dicono orgogliosamente capitalisti.

La differenza tra socialdemocrazia e socialismo

Anche le midterm insegnano che il messaggio più efficace non è forse quello di una visione socialista, ma quello, ben più semplice, di una società equa. I democratici hanno legato la corruzione di Trump al carovita e alle disuguaglianze di classe: «abbiamo un aumento del costo della vita perché abbiamo una crisi di corruzione», ha detto Talarico.

Benzina, mutui e bollette salgono anche per una guerra con l’Iran che avvantaggia le aziende petrolifere finanziatrici dei repubblicani; i data center fanno salire l’energia e arricchiscono Trump, investitore in chi li gestisce. Puntare su corruzione, inequità e giustizia economica, evitando discorsi identitari polarizzanti, sembra funzionare. Bollarsi socialisti forse no, almeno strategicamente, visto il crescente pluralismo della base democratica.

Ci sono anche ragioni di sostanza: i più radicali tra i progressisti difendono la socialdemocrazia, non il socialismo. La prima non rigetta il capitalismo: lo corregge e lo stabilizza. Lascia intatta la proprietà privata dei mezzi di produzione, ma previene i monopoli, limita le disuguaglianze, redistribuisce il surplus, protegge chi il mercato non assorbe e sottrae istruzione e sanità alla logica di mercato.

Il socialismo democratico va oltre: socializza gran parte della proprietà, democratizza le imprese e affida le scelte collettive, dall’energia alla difesa all’IA, a investimento pubblico e pianificazione economica.

Per il socialismo, sanità pubblica e università gratuita non bastano: servirebbero una redistribuzione dei mezzi di produzione, non solo del reddito, più democrazia economica e un ruolo più diretto degli Stati e dell’UE nella pianificazione industriale e degli investimenti. Chiamarsi socialisti senza queste politiche genera confusione e indebolisce l’ideologia.

Dalla protesta alle urne

Va però anche detto che il socialismo democratico, specie nella versione di Bernie Sanders, ha mobilitato chi si sentiva alienato dall’establishment e che i Democratic Socialists of America (DSA) hanno aiutato a trasformare la partecipazione in voti. No Kings ha portato milioni di persone in piazza contro Trump, unite da un rifiuto (autoritarismo, deportazioni, guerra) e non da un programma; il Financial Times ha notato l’assenza di una strategia come quella dei movimenti per i diritti civili. A ottobre, migliaia di eventi apartitici «Vote Early» hanno dato buoni risultati.

Ma senza organizzazioni radicate sul territorio, tradurre la partecipazione in voti è difficile: questo è stato uno dei ruoli dei DSA, una rete militante e non un partito, che ha sostenuto candidati come Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York con una campagna su affitti, trasporti e asili. La rete ha avuto un ruolo importante anche durante le midterm.

Una buona ricetta per allargare la base includendo giovani attratti da messaggi radicali ma sempre meno fiduciosi nei partiti.

Forse la questione non è dunque se presentarsi come socialisti. O meglio: si può fare, ma tutto dipende dal come e dal dove. Può essere utile nel porta a porta tra volontari ed elettori, però forse nelle primarie e alle presidenziali è meglio evitarlo.

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