L’ultimo libro di James K. Galbraith, economista, è The Power to Destroy. How Bad Economics Drove America’s Decline (University of Chicago Press, 2026). Dall’inflazione alla competizione con la Cina, l’economista analizza come ricette ormai superate abbiano indebolito gli Stati Uniti e la loro capacità di affrontare un mondo multipolare.
È inoltre autore della prefazione di Se l’Europa va alla guerra di Mario Pianta (Fondazione G. Feltrinelli, 2026).
Quali questioni hanno segnato la campagna per le midterm? Che cosa resta della promessa di Trump di mettere al primo posto gli interessi degli americani?
Il costo della vita è stato il primo tema della campagna elettorale. Il secondo è quello dei data center, una questione politicamente sensibile soprattutto nelle piccole città, dove rappresentano una seria minaccia per il costo dell’elettricità, le reti elettriche locali e l’uso degli spazi aperti. I candidati democratici ne hanno discusso molto. La politica estera, invece, non è davvero un tema delle elezioni di metà mandato.
Al costo della vita avrei dovuto aggiungere, in particolare, quello della benzina e del diesel. Francamente, l’idea che questa amministrazione si sarebbe concentrata sull’«America First» è saltata con la guerra contro l’Iran. Le conseguenze, inizialmente attenuate dalla produzione interna americana, dalle scorte cinesi e dalla riduzione delle loro importazioni, oltre che dall’utilizzo delle riserve, cominciano a farsi sentire. Il prezzo del diesel incide sul trasporto su gomma e quindi sulla consegna di tutti i beni di prima necessità: sono effetti che colpiscono la popolazione. La guerra ha sostanzialmente sgonfiato l’idea di un’amministrazione concentrata sugli interessi americani. Non credo che possano recuperare su questo terreno.
Quali gruppi sociali stanno pagando il prezzo più alto delle politiche dell’amministrazione?
La politica più controversa, credo, è quella sull’immigrazione. La popolazione più duramente colpita è ovviamente quella di origine latino-americana, soprattutto centroamericana. Al suo interno esiste una divisione tra chi è arrivato relativamente di recente e chi vive negli Stati Uniti da più tempo.
La mia impressione è che, mentre inizialmente Trump aveva guadagnato molto terreno nella comunità latino-americana, la durezza delle politiche migratorie degli ultimi due anni l’abbia, in generale, spinta contro di lui. Arriva un punto in cui la brutalità evidente e l’arbitrarietà nell’applicazione delle norme sull’immigrazione comincia a diventare inaccettabile in modo piuttosto generalizzato, soprattutto per chi è vulnerabile o legato a persone che possono subirne direttamente gli effetti.
Quanto può incidere il Congresso sulla politica dell’amministrazione? E quali limiti vede nell’alternativa democratica?
Un Congresso che non controlla la Casa Bianca non ha la capacità di rovesciare l’agenda dell’amministrazione. E, per quanto vedo, il presidente non ha una vera agenda legislativa. In questo senso il risultato non è così determinante, se non sul piano psicologico.
I democratici sono divisi su questioni cruciali: gli aiuti a Israele e il sostegno a Netanyahu, forse, più in generale la politica estera. Una vecchia generazione di dirigenti, sostanzialmente la mia, è agli sgoccioli. Ne arriva una nuova, quella di Zohran Mamdani, con una visione molto più ampia di ciò che si può e si dovrebbe fare attraverso la politica. È una frattura che rende molto difficile trovare una posizione unitaria.
Da quarant’anni entrambi i partiti hanno assorbito l’idea che il governo sia esterno all’economia e che i mercati organizzino tutto. I democratici sono diventati un partito finanziato in larga parte dalla grande finanza; i repubblicani hanno raccolto una parte dei finanziamenti delle grandi imprese big-tech. Ma i democratici restano profondamente legati a Wall Street e non possono andare contro quegli interessi.
Non siamo all’avvio di un nuovo New Deal: nessuno dei due partiti ha una leadership forte con un’agenda chiara.
Lei critica il riarmo europeo. Con un’amministrazione democratica il quadro sarebbe diverso? Come vede il rapporto tra Washington e l’Europa?
Semmai un’amministrazione democratica sarebbe probabilmente più aggressiva. Non sono un grande ammiratore di Trump ma ha almeno aperto discussioni con la Russia e con la Cina. L’amministrazione precedente non aveva contatti con la Russia e quelli con la Cina erano controproducenti in modo imbarazzante.
Sul rapporto con l’Europa, invece, c’è un cambiamento rispetto a Biden. La sua amministrazione era tornata alla retorica della cosiddetta alleanza occidentale e del fronte unito. L’amministrazione Trump non mostra, per quanto vedo, particolare rispetto o interesse per l’Europa. I suoi esponenti riconoscono almeno che l’Europa è, nel complesso, un insieme di potenze secondarie.
L’Europa dipende ha una forte dipendenza energetica da altri Paesi, non ha più i vasti sistemi coloniali che hanno caratterizzato il Novecento e non è più ai vertici industriali. Gli Stati Uniti non riconquisteranno il vantaggio industriale sulla Cina, ma la situazione peggiore è non avere risorse energetiche proprie e non avere un settore industriale competitivo: è la posizione europea, ed è piuttosto cupa.
Da dove dovrebbe ripartire l’Europa?
La prima cosa è cambiare l’ordine delle idee che guida le politiche. L’Europa deve abbandonare l’ordoliberismo, il neoliberismo, l’idea dell’economia neoclassica secondo cui tutto può essere risolto dal mercato: l’eredità di Margaret Thatcher. Serve una classe politica capace di agire sulla base di come funziona realmente il mondo. Bisogna chiedersi da dove arriveranno le risorse in futuro.
Quando ci si pone questa domanda e si guarda una mappa, bisogna riconoscere che l’Europa condivide il continente con un Paese molto grande e potente, che non scomparirà e che gli europei non potranno sconfiggere. L’abitudine europea di governare il mondo attraverso una vasta rete di colonie e di controllo culturale appartiene al passato.
L’Europa deve svegliarsi. Gli Stati Uniti hanno sostanzialmente lo stesso problema, ma sono un solo Paese che, almeno per ora, dispone di risorse energetiche di base largamente assicurate.
Consigli di lettura
Per approfondire l’intervista a James Galbraith
BOOK 01
The Power to Destroy
How Bad Economics Drove America’s Decline
L’ultimo libro di James K. Galbraith, economista, è The Power to Destroy. How Bad Economics Drove America’s Decline (University of Chicago Press, 2026). Dall’inflazione alla competizione con la Cina, l’economista analizza come ricette ormai superate abbiano indebolito gli Stati Uniti e la loro capacità di affrontare un mondo multipolare.

BOOK 02
Se l’Europa va alla guerra
Mario Pianta
James K. Galbraith è inoltre autore della prefazione di Se l’Europa va alla guerra di Mario Pianta (Fondazione G. Feltrinelli, 2026).

