In questo secolo il “bisogno di Europa” è tornato in agenda, ma solo quando non ci sono risposte adeguate a livello nazionale. Al fondo rimane la nostalgia della nazione, accompagnata dal timore che la nazione non abbia domani e dunque si debba allargare il quadro.
L’Europa oggi, nel 2026, non è figlia del sogno di Ventotene e non è nemmeno misurabile o comparabile con le delusioni o con ciò che è stato disatteso di quel sogno. Fa parte di un’altra agenda. L’Europa era la risorsa a cui ricorrere per ritrovare la virtù della nazione, dello Stato nazionale.
Anche per questo, tutte le volte – in questi ottanta anni – che si è trattato di dare un volto a un attore continentale che mettesse da parte la nazione, quella decisione è stata rinviata al tempo a venire.
L’ultima volta è accaduto il 29 maggio 2005, quando si votava il varo della Costituzione europea. Interpellati, i cittadini hanno indicato ai politici che era meglio archiviare il progetto. In breve, si è diffusa la percezione che la tanto auspicata dimensione europea si sarebbe potuta realizzare, al massimo, per via amministrativa. Ne è derivato, in ultima analisi, il prevalere della politica come tecnica, come ingegneria istituzionale.
La politica così ha fatto spallucce, ha tirato un sospiro di sollievo e ha varato un documento di mediazione tra governi (il Trattato di Lisbona del 2007).
Martin Baumeister, già storico della Lmu di Monaco di Baviera, e a lungo direttore dell’Istituto Storico Germanico di Roma, lo ha scritto in queste settimane con chiarezza: l’euroscetticismo è figlio del desiderio di chiusura verso i non europei.
Qui forse sta una delle matrici che danno fondamento a Futuro nazionale di Roberto Vannacci: la paura è tornata protagonista della politica. L’ipotesi di un’Europa plurale è oggi uno scenario che mostra incertezze anche solo come ipotesi.
Come osserva Giorgio Agamben nel suo Il corpo della politica, dire Europa è un modo per evocare un talismano o un antidoto contro qualcosa percepito come una minaccia (l’Oriente, l’Islam che arriva, il Nuovo Mondo) oppure come una fuga in avanti che chiede la difesa orgogliosa dell’identità nazionale.
Quel tratto, a cui allude Agamben, Marc Bloch lo aveva già individuato con precisione nel 1935 – il testo si intitola Problèmes d’Europe – quando si interroga su dove stia l’identità dell’Europa e dove stabilirne il confine. Scrive Bloch in quelle pagine – che per molti aspetti parlano ancora oggi di noi e a noi – che l’identità dell’Europa si definisce come panico e che la linea del confine che l’Europa costruisce nel tempo è in fondo un muro finalizzato a descrivere dove “finisce casa propria”. Oltrepassare quel muro è possibile ma solo per conquistare e sottomettere, senza dare luogo a scambi. Gli umani oltre quella linea rimangono lontani ed estranei. Guai a loro se la oltrepassano.
Nell’autunno 1944, nel primo ciclo di lezioni al Collège de France – Parigi è stata liberata da meno di due mesi (il 25 agosto 1944) – Lucien Febvre torna sull’idea di Europa e propone di recuperare una sollecitazione che era stata di Jean-Jacques Rousseau: l’Europa come risposta alla sfida di non difendere soltanto sé stessi, ma di guardare oltre la propria storia.
Ottanta anni dopo Febvre e duecentocinquanta anni dopo Rousseau, siamo ancora lì incollati a quel bivio e riluttanti a raccogliere la sfida. Nel frattempo, l’euroscetticismo avanza.
