“Send them back, send them back”. Il coro parte dai banchi degli europarlamentari di Patriots for Europe, poi si uniscono gli altri sovranisti. Tutti in piedi, tengono il ritmo con le mani, urlano che ora “vanno rimandati a casa”. L’altra parte dell’emiciclo ribatte: “Shame on you”. La scena è del 17 giugno e immortala l’obiettivo raggiunto dalle destre europee: l’approvazione del nuovo regolamento rimpatri che, insieme al Patto europeo sulle migrazioni, entrato in vigore qualche giorno prima, ridisegna il diritto d’asilo ed esternalizza definitivamente le frontiere dell’Unione. Un impianto legislativo completamente nuovo: i governi degli Stati membri lo definiscono una rivoluzione, un sistema finalmente in grado di gestire i flussi in maniera efficace e di rimpatriare velocemente le persone nel proprio paese d’origine o, in alternativa, in un paese terzo considerato sicuro, anche in assenza di legami tra la persona e il territorio.
Per osservatori indipendenti ed esperti, invece, la nuova struttura fatta di leggi e regolamenti segna la fine del diritto d’asilo. Diritto fondante dell’Europa, sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e inserito nelle Costituzioni nazionali, come quella italiana. La svolta trainata dall’estrema destra è arrivata da un’inedita alleanza tra Ppe, Ecr, Patriots for Europe e i sovranisti di Esn. Da Vox all’AfD fino al Futuro nazionale di Vannacci tutti guardano anche oltreoceano per una trumpizzazione della politica migratoria tradotta non solo a parole in teorie sempre più pervasive, come quella sulla remigrazione, ma in regole che aprono la strada a quanto accaduto alla frontiera tra Usa e Messico e a Minneapolis.
Un compromesso al ribasso
Nello specifico, il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo è frutto di un compromesso politico al ribasso. Per ottenere il consenso dei governi più ostili all’accoglienza e alla redistribuzione dei richiedenti asilo, nel testo sono stati rafforzati soprattutto gli strumenti di controllo delle frontiere, di accelerazione delle procedure e di rimpatrio, che graveranno in particolare sui paesi frontalieri come Grecia, Spagna e Italia. Molto meno ambiziosi sono invece i meccanismi di solidarietà tra gli Stati: si potrà decidere di accettare la relocation dei migranti che hanno diritto d’asilo oppure contribuire economicamente nei confronti dei paesi che si fanno carico dell’accoglienza. Il prezzo concordato è di 20.000 euro per rifugiato.
Fantasmi alle frontiere
Tra le principali novità ci sono, poi, le nuove procedure di frontiera. Le persone arrivate irregolarmente alle frontiere esterne dell’Unione si troveranno inizialmente in un limbo giuridico: viene introdotta infatti la cosiddetta “finzione di non ingresso” – sono formalmente sul territorio di uno Stato membro, ma è come se non ci fossero. Nelle zone di frontiera saranno quindi sottoposte a un primo screening di sette giorni in cui verranno presi tutti i dati e si deciderà chi seguirà la procedura ordinaria e chi quella accelerata di frontiera, che durerà complessivamente 12 settimane (compreso l’eventuale ricorso). In questa seconda casistica finiranno le persone che arrivano da paesi considerati sicuri oppure che provengono da nazioni con tassi di riconoscimento della protezione internazionale inferiori al 20%. Ed è proprio qui che emergono le principali criticità.
Organizzazioni internazionali, giuristi e associazioni hanno più volte sottolineato il rischio che queste procedure compromettano i diritti dei richiedenti asilo. Quando i tempi si accorciano e le decisioni sono rapide, aumenta il rischio di non rilevare adeguatamente le vulnerabilità, di non assicurare adeguato accesso all’assistenza legale e alle garanzie basilari necessarie. In questo contesto si inserisce anche il caso dei centri costruiti dall’Italia in Albania, uno dei progetti più controversi degli ultimi anni. Il governo italiano ha lasciato intendere che queste strutture potrebbero avere un ruolo nel nuovo assetto europeo. Tuttavia, il loro inquadramento giuridico resta incerto.
I due centri albanesi di Shëngjin e Gjadër erano stati realizzati per provare ad anticipare le nuove procedure di frontiera previste dal Patto per le persone che arrivano da paesi sicuri. Ma ora per farli partire il nostro governo dovrebbe riuscire a far considerare i due siti “zona di frontiera”, obiettivo non facile. In alternativa, le strutture in Albania potrebbero diventare dei return hubs in paesi terzi, ma in questo caso il protocollo con Tirana andrebbe riscritto e i due centri dovrebbero essere ceduti al paese delle aquile, perché secondo quanto previsto nel patto tra Meloni e Rama la giurisdizione interna per ora è italiana.
Attenti all’ICE
La possibilità di trasferire i migranti, la cui domanda d’asilo è stata respinta da un paese membro, in un paese terzo sicuro è prevista, infatti, dal nuovo regolamento rimpatri, che al pari del Patto introduce una serie di nuove norme molto discusse. I cittadini stranieri a cui sarà rifiutata la domanda di protezione internazionale potranno essere trattenuti, prima del rimpatrio, fino a 24 mesi, prorogabili di altri sei in caso di precise circostanze. Non sono previste eccezioni per famiglie e minori. Gli Stati membri potranno anche stringere accordi con paesi extra Ue per creare lì i return hubs in cui trattenere i migranti. In questo caso solo i minori non accompagnati saranno esclusi dalla misura. Inoltre, è previsto che le autorità nazionali possano svolgere attività investigative per “preparare o garantire l’effettivo rimpatrio” delle persone. Tra queste, per esempio, la perquisizione delle persone, delle abitazioni o di altri locali pertinenti, nonché il sequestro di effetti personali e dispositivi elettronici.
“Tutte le misure dovranno rispettare i diritti fondamentali”, si specifica nel documento, ma in tanti hanno sottolineato la possibilità di una deriva statunitense. E cioè che nei paesi europei possano crearsi vere e proprie autorità, come l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale del Dipartimento per la Sicurezza interna degli Stati Uniti che in alcune città come Minneapolis si è resa protagonista di vere e proprie retate anti-immigrati con l’avvento dell’amministrazione Trump. E che hanno portato anche ad alcune morti, come quella della cittadina statunitense Renée Nicole Good, con conseguenti proteste nel paese e non solo.
