La guerra ci ha divisi


Articolo tratto dal N. 90 di L'Europa di Trump Immagine copertina della newsletter

Si entra a Dunkirk in religioso silenzio. Nessuno ammetterà mai questo silenzio, ma nonostante questo nessuna parola viene a galla. Lo sbarco in Normandia fa 82 anni e una delle spiagge che vide le navi straniere arrivare, la spiaggia lunga e solitaria che segna la direzione da Dunkirk a Calais, la spiaggia su cui si costruì l’inganno che imbrogliò Hitler sul luogo dello sbarco, non sembra assolutamente arruffata da questo compleanno.

L’Europa centrale è uno scrigno di ricordi che paiono essere nella nostra testa da quando siamo nati. Ma quella stessa terra su cui ti ritrovi oggi a camminare appare così tranquilla, come se mai fosse stata segnata dalla turbolenza che l’ha definita.

Sarà che ogni chilometro di queste terre di mezzo europee racconta come siamo tutti incastrati ancora in quegli anni. Ogni direzione che prendi è una recita di una sconfitta o una vittoria, o di un massacro qualunque, di quegli anni. La lunga striscia che fa da sottopancia alla cucitura fra Francia e Germania, fra Strasburgo e il Lussemburgo, e arriva verso la Manica, trascina sul suo percorso foreste e ricordi che non sono i tuoi ma sono lì: Saint-Avold, il più grande cimitero degli americani caduti nella Seconda guerra mondiale in Europa, 10.489 tombe. E le Ardenne, dove sono sepolti i caduti della più sanguinosa delle battaglie in Europa in cui caddero 19.000 soldati americani.

E Bastogne che i tedeschi assediarono tra il 20 e il 26 dicembre del 1944, durante l’offensiva tedesca nelle Ardenne. Bastogne viene liberata dalla terza armata di Patton, anche lui sepolto poi in un cimitero vicino Hamm. A Bastogne persero la vita 3.000 soldati Usa. Le perdite totali per questa area arriveranno tra i 75.000 e gli 89.000 tra morti, feriti, dispersi e catturati.

Ardenne e Bastogne, battaglie di pieno inverno, affrontate da un vasto esercito di stranieri che non avevano mai visto l’Europa. Tra il 1944 e il 1945 sul fronte occidentale ne moriranno 135.000, in 11 mesi di campagna. 185.000 sarà la conta finale. Pochi per il numero dei morti totali in Europa. Tanti per un paese che avrebbe potuto starsene lontano. Le tombe di tutti loro furono regalate, con tutto il terreno con cui venivano ricoperte, alle loro famiglie che ancora oggi, nipoti dei nipoti di quei ventenni, venerano con visite e memoriali i loro antenati eroi.

Le svolte del destino si incrociano a Waterloo

Ma ben prima di questi anni relativamente recenti di cui parliamo, queste foreste ininterrotte di questo mondo di mezzo, piatto e senza orientamento, sono testimoni da secoli delle ambizioni del controllo di un’Europa quando non aveva nemmeno ancora quel nome.

Di queste ambizioni, nei giorni dell’anniversario dello sbarco in Normandia, si celebrano ancora oggi le visioni. Rivelatesi sempre illusioni.

A dieci chilometri dal centro di Bruxelles, vive nel suo immoto spazio il terreno su cui Napoleone e Wellington si scontrarono: Waterloo – stessa erba dicono le leggende, stesse pietre che nessuno ha toccato dal 1815. I due nemici potevano guardarsi dalle loro postazioni, un’elegante casa in legno bianco quella dove Wellington aveva messo la sua base (oggi Brasserie Wellington tra le più conosciute del Belgio) e una piccola casa di mattoni rossi seminascosta fra gli alberi, la base di Napoleone. Solo i cavalli pare si sentano ancora di notte, con quel battere implacabile di zoccoli con cui la cavalleria inglese fece a pezzi i fanti della Rivoluzione. Moriva così l’Europa delle rivoluzioni e si stabilizzava l’Europa delle monarchie. Un altro mondo sarebbe stato il nostro, in un caso o nell’altro. La stessa variazione del caso ha determinato il nostro destino europeo: con la seconda annessione dell’Alsazia-Lorena da parte delle uniformi brune dell’Aquila tedesca, che senza scontare nemmeno una rivolta da parte della popolazione locale, decisero semplicemente di germanizzare quella terra mista, un buon secolo dopo Waterloo.

L’Europa nasce da queste infinite svolte del destino, casuali ed epocali cambiamenti nei rapporti di forza, sfociati nell’esplosione di una guerra “finale”, che tanto finale non è stata: 81 anni dopo, appunto, si ricorda il sacrificio richiesto dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, ma nella silente consapevolezza che la guerra, il suo spettro, gira ancora per queste terre.

È questo il silenzio che circonda i ricordi. Mentre i paesi membri, l’Europa attuale, geografica e politica, sognata per creare un potere alternativo alla guerra, fondata su una fusione di tutti – amici e nemici – per tutto il futuro, si ritrova a dover misurare la sottigliezza del sogno stesso. A dover ammettere che non ce la si fa più. Il silenzio è questo: un mormorio politico che si tiene per sé stessi, sperando che vada via.

Ma non è andato via.

Il ritorno della guerra in Europa

La guerra è tornata in Europa quattro anni fa, esattamente il 24 febbraio del 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, e si è inserita sotto la pelle dei nostri paesi, e i suoi effetti, nonostante i tentativi di diniego, sono stati devastanti.

L’Europa che misuriamo oggi intorno a noi, in macchina, a piedi, in riunioni, in manifestazioni usa le stesse parole d’ordine di sempre, invoca gli stessi sogni di sempre, ma si tratta solo di una facciata, dietro alla quale il cambiamento è visibile – se lo si vuole vedere.

Il piano di Riarmo (parola ora bandita ma rimasta cruciale nel definire la nuova era in cui si è entrati) ha di per sé definito i confini di una nuova realtà. Cosa fare con la guerra in corso ha riprecipitato l’Europa in tutte le sue divisioni. La prima di queste divisioni passa molto vicina all’epoca finale della Guerra fredda, quando un muro segnava il passaggio da Est a Ovest. Quello che oggi è definito East Flank, cioè i paesi dell’ex blocco sovietico, ha abbracciato con sollievo la possibilità di un piano di riarmo: ritorna per loro il vecchio mondo che i loro padri hanno già scontato. Non intendono oggi rimanerne vittime di nuovo. È appunto il vecchio fantasma che si leva da questi 82 anni. E ricordano anche che l’Europa dell’Est, in questi decenni passati, non ha mai goduto di una pace vera. La guerra in Ucraina, leggetela come volete, è il ritorno a quel mondo.

L’Europa a pezzi

L’Europa dell’Ovest invece – e con questo intendiamo i paesi fondatori – ha reagito come sempre in molte occasioni nel passato: non drammatizzare, guardarsi intorno, convocare riunioni, dire moltissime volte parole da rosario “de-escalationdiplomacycommitmenthumanitarian help”, ma ogni giorno circoscrivendo la guerra a qualcosa che è più nella lista degli impegni che degli allarmi.

Sotto i molti giuramenti di impegno si possono dunque oggi ben vedere i cocci dell’unità dell’Europa politica. Chiara è la divisione fra Nord e Sud Europa: Italia e Spagna hanno scelto un fronte pacifista – più chiaro nel caso spagnolo, più confuso nel caso italiano che ha buttato in angolo la palla, relegando la discussione nel dominio economico. Gli altri tre paesi rilevanti per gli equilibri europei – i “Volontari” Regno Unito, Germania e Francia – non hanno fatto di meglio ma l’hanno fatto con l’arroganza delle loro tradizioni. La proposta dei Volontari è densa di fantasmagoriche promesse di iperproduzioni militari che vanno a favore dello sviluppo economico (nel neo-linguaggio tecno politico che domina il continente si chiama dual use – cioè investimenti militari che funzionano anche per la produzione civile, insomma un super stimolo a una ripresa economica complessiva). Peccato che sulla terra i sogni si distruggano sempre con le cose più noiose come il denaro, o il budget.

E il budget già scarso è stato peggiorato dallo stesso estendersi della guerra (vedasi crisi petrolifera) e dalla separazione di fatto dagli alleati Usa, che hanno sempre pagato e su cui ci siamo sempre seduti (Trump non ha sempre torto).

Il “giorno dopo” l’Europa si scopre divisa

Il giorno dopo dei paesi europei ci scopre insomma divisi. Sì, come prima. Ma sono forse gli europei dell’Ovest a essere nei peggiori panni. Della fragilità francese non abbiamo qui da ricordare nulla. Un Macron a fine mandato e sotto tiro del radicalismo Le Pen – Bardella – Mélenchon non va neanche commentato. Dell’impegno decennale tedesco deciso con una solitaria corsa in avanti di indebitamento per i prossimi dieci anni, verso una ripresa economica di un sistema, c’è al momento solo la scommessa. A marzo 2025, il Bundestag ha approvato un fondo speciale di 500 miliardi di euro per infrastrutture finanziate a debito su 12 anni. 100 miliardi di questi vanno al clima. Sulla difesa, l’obiettivo non dichiarato è di sostenere 100 miliardi l’anno di investimento, per i prossimi dieci anni. Berlino non lo dice, e tuttavia, sulla difesa nel 2026 sono stati investiti 108,2 miliardi e nel 2027 per la difesa sono previsti 144,9 miliardi, includendo fondi speciali e Ucraina. L’obiettivo è quello di arrivare entro il 2030 al 3,7% di spesa del Pil, per la difesa.

La Germania che azzarda è la stessa il cui ex Cancelliere, Gerhard Schröder, è passato alla fine del suo mandato senza un minuto di esitazione a Presidente del Comitato degli Azionisti del Nord Stream 1, e poi Presidente del Nord Stream 2, e infine nel 2017 Presidente di Rosneft, la petrolifera nazionale russa sotto sanzioni occidentali. È infatti lo stesso Putin che oggi fa il suo nome come mediatore per un accordo di pace fra Russia e Ucraina. Quale migliore mediatore di chi è lì come rappresentante della totale dipendenza della Germania dal gas russo?

Ma è al Regno Unito che occorre guardare in queste ore. La crisi del paese guardiano della sicurezza dell’Europa, il paese che non ha mai arretrato nel mandare al fronte i suoi uomini, che non ha mai avuto paura delle guerre, ha raggiunto in questi ultimi giorni una fase finora inimmaginabile. Si è dimesso John Healey, Segretario di Stato per la Difesa, accusando il governo del suo paese di aver promesso soldi per l’impegno militare, ma di non averli mai versati. Finale ridicolo per una (ormai ex) grande potenza. È l’ultimo scacco di una nazione che ha contato molto per noi, ma che nel testa-coda dell’entrata e uscita dall’Ue si è ridotta a uno stato affannato e sostanzialmente senza peso politico. Con in crisi le sue due maggiori istituzioni: Downing Street e il Palazzo Reale.

Travolti dal grande cambiamento

Questo siamo noi oggi. A un passo da una disgregazione dell’ordine attuale, come tutti del resto scrivono. Ma senza mai affondare la spada fino in fondo nella nostra crisi. La paralisi decisionale non è una questione economica. Di fronte al gigantesco passaggio in cui l’Europa si trova emerge il suo nuovo volto – ed è quello della politica. Dal Covid in poi, passando per crisi economiche e conflitti imprevisti, il vecchio progetto Ue ha perso le sue maggioranze politiche. In Ue oggi circa tra gli 8 e i 10 dei 27 paesi, a seconda di come si conta, sono guidati da partiti a trazione di destra.

Nel 2027 si voterà per le politiche in Italia, Spagna, Grecia, Polonia, Estonia, Finlandia, Slovacchia. Si voterà per le Presidenziali in Francia e Germania. E non è senza impatto il cambio anche di tre presidenze Ue: Consiglio, Parlamento e Banca Centrale. Una fila di votazioni che rischia di essere l’anno del definitivo tracollo dei vecchi equilibri. Problema squisitamente politico, per spiegare il quale non varranno più quelle consolatorie tesine della sinistra sull’insufficienza sul populismo di destra.

Insomma, a farla breve dopo tante parole, il Grande Cambio in cui il mondo attuale sta lottando fra morte e rinascita, coinvolge – diciamoci la verità – anche noi europei. Che non siamo più i signori dell’Universo, non siamo più una vivifica torcia di certezze e verità. Siamo, come tutti, travolti.

E chissà se non sia proprio la verità che acquisiamo su noi stessi, la fine della nostra arroganza e sufficienza, a essere proprio l’unica zattera su cui vale la pena di salire.

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