Tra Bruxelles e il capitale globale – I Balcani sono lo specchio delle contraddizioni europee


Articolo tratto dal N. 90 di L'Europa di Trump Immagine copertina della newsletter

Sono passati più di vent’anni da quando l’Unione europea ha promesso ai Balcani occidentali la piena integrazione nel progetto dell’Europa unita. Da allora la regione è rimasta sospesa in una sorta di limbo, con l’adesione che non sembra mai arrivare a causa di ritardi, lentezza di processi a volte troppo tecnici a volte troppo politici, e difficoltà effettive nella capacità di questi paesi di allinearsi alla legislazione europea.

Eppure, l’allargamento dell’Ue ad Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia sta mostrando sempre più chiaramente che questo processo non è solo una lista della spesa da completare per avere un posto nell’Unione.

Proteste dal basso, come quelle in corso in Albania, mettono in luce le tensioni profonde che attraversano la regione sul piano ambientale e del rispetto dello Stato di diritto, due valori fondanti dell’Unione europea. Bruxelles può contribuire a tutelarli facendo leva sugli strumenti della politica di allargamento, trasformandola in un vero e proprio arsenale di condizionalità e riforme. In questa prospettiva, l’Ue può diventare un argine alle pressioni del capitale globale per quei paesi che aspirano a entrare a farne parte.

L’Albania come banco di prova degli standard europei

È proprio dall’Albania che vale la pena partire per capire come la mobilitazione dal basso chiami Bruxelles ad assumersi un ruolo più attivo nel rimettere in riga i governi che cedono a modelli di sviluppo aggressivi e orientati a deregolazione e speculazione, mentre allo stesso tempo evocano la strada verso l’integrazione europea come l’unico obiettivo strategico.

Le proteste a Tirana e in tutto il paese segnano un risveglio civico nel rapporto tra cittadini e istituzioni. A finire nel mirino è stato il progetto di Affinity Partners, la società di investimenti statunitense di Jared Kushner – genero del presidente Trump – che prevede la trasformazione dell’isola di Sazan e di centinaia di ettari dell’area protetta di Vjosa-Narta in resort e appartamenti di lusso.

“La natura prima dei soldi. L’Albania non è in vendita”. Con questo tipo di messaggi migliaia di cittadini rivendicano principi che, almeno in teoria, sarebbero al centro del progetto dell’Unione europea. Trasparenza, responsabilità, consultazione pubblica, protezione dell’ambiente naturale, controllo democratico del potere. La popolazione di un paese che ancora non è membro dell’Unione – ma che aspira a esserlo presto – ha iniziato a usare il linguaggio dell’Ue come strumento di resistenza politica interna.

Quando le pratiche di governance si scontrano con gli impegni che un governo ha preso nell’ambito del processo di adesione, gli standard europei si internazionalizzano e rendono i cittadini ancora più coscienti che le proprie richieste di trasparenza e partecipazione devono essere soddisfatte, senza se e senza ma. Le norme ambientali europee hanno tutto il potenziale per trasformarsi in uno scudo civico per rivendicare il diritto a un ambiente sano, alla consultazione pubblica e alla salvaguardia del patrimonio comune.

Ma è qui che la teoria si scontra con la realtà. Le istituzioni dell’Ue sono davvero pronte a farsi garanti e alleate di un attivismo europeo – esteso oltre i confini attuali dell’Unione – che nasce dal basso e che difende il bene comune? Perché, se Bruxelles ignora questa richiesta di trasparenza e responsabilità, rischia di perdere una leva di influenza enorme in tutta la regione: la fiducia che l’adesione all’Ue si traduca in un futuro non depredato.

La minaccia del capitale corrosivo

Il progetto di Affinity Partners in Albania rappresenta solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che, se non venisse affrontato con decisione da Bruxelles, potrebbe invadere una regione già sotto pressione e diventare un grosso problema per l’Europa che verrà.

Per “capitale corrosivo” si intendono quegli investimenti negoziati ad alto livello e senza trasparenza, spesso accompagnati da leggi ad hoc che derogano alle norme ambientali e di gara di appalto. Si creano così zone di eccezione dove il diritto viene sospeso in nome dello sviluppo strategico: una chiara violazione dello Stato di diritto, che non può essere accettata dalle regole del gioco di Bruxelles. Eppure il capitale corrosivo si sta espandendo sempre più nei Balcani, sotto i colpi di società con sede negli Stati Uniti o negli Emirati Arabi Uniti.

Per esempio, a Belgrado la società del genero di Trump aveva presentato il progetto della Trump Tower, un complesso di hotel e appartamenti di lusso da 500 milioni di dollari, previsto in un’area che include le rovine del Ministero della Difesa jugoslavo, edificio tutelato e considerato un significativo punto di riferimento architettonico nel centro della capitale serba.

Nella stessa Belgrado da dieci anni si stanno osservando gli effetti della speculazione edilizia e della corruzione in nome dello sviluppo urbano. Il progetto “Belgrade Waterfront”, realizzato dall’emiratina Eagle Hills Properties, ha avuto un grosso impatto ambientale sulla riva destra del fiume Sava e creato una sorta di città fantasma, fatta di grattacieli con appartamenti da 11.000 euro al metro quadrato in cui non vive nessuno.

Dinamiche simili, a opera della stessa società di investimenti con sede ad Abu Dhabi, si osservano anche in Albania (con il progetto di trasformazione del porto di Durazzo, uno dei più grandi nell’Adriatico) e in Montenegro, il candidato più avanzato nei negoziati di adesione all’Ue. L’accordo sulla possibile costruzione di resort di lusso lungo i 13 chilometri di spiaggia di Ulcinj/Ulqin – al momento in stallo dopo la mobilitazione della comunità locale – è stato raggiunto tra il governo di Podgorica e gli Emirati Arabi Uniti senza alcuna consultazione con l’amministrazione locale e la società civile sull’impatto ambientale ed economico, in una città che dipende quasi interamente dal turismo estivo.

I progetti di sviluppo che aggirano le regole nella regione balcanica mettono però a nudo una debolezza strutturale a Bruxelles. Se gli accordi tra il capitale globale e i governi che aspirano all’adesione all’Unione scavalcano sistematicamente l’insieme di diritti e obblighi che costituiscono l’ordinamento giuridico dell’Ue, allora lo stesso processo di allargamento rischia di minare l’intero progetto europeo agli occhi dei cittadini. L’Unione rischia di diventare una cornice vuota che indirettamente legittima – invece di limitare – processi di speculazione e privatizzazione dello spazio pubblico. E questo è un gioco pericoloso.

Ambiente e allargamento: la leva del Capitolo 27

In verità l’Ue avrebbe già uno strumento per combattere queste derive. La legislazione europea, che vincola tutti i paesi membri al rispetto delle norme ambientali pena procedure d’infrazione, può influenzare anche i candidati all’adesione attraverso l’allineamento richiesto dal processo di integrazione europea.

Il Capitolo 27 dei negoziati, quello che definisce le norme su “Ambiente e cambiamenti climatici”, è a tutti gli effetti un freno istituzionale allo sviluppo selvaggio e deregolamentato. Pur essendo estremamente oneroso da implementare, come lamenta il Montenegro (che chiede periodi di applicazione anche dopo l’ingresso), questo capitolo negoziale può essere letto come l’impalcatura che impone standard minimi di protezione ambientale, studi di impatto e procedure trasparenti che, se applicate correttamente, rendono molto difficili operazioni di sviluppo aggressive.

Come nel caso delle proteste in Albania, la normativa ambientale richiesta ai paesi candidati all’adesione può diventare un alleato decisivo dei cittadini della regione, sempre più consapevoli dei propri diritti, nel contrastare processi di privatizzazione dello spazio pubblico e dei beni comuni. Il paradosso europeo non riguarda tanto la rigidità delle regole, che hanno la capacità di proteggere attivamente il futuro di potenziali paesi membri, quanto la loro potenziale applicazione selettiva. Se gli standard vengono aggirati con deroghe o pressioni politiche, il processo di allargamento perde di credibilità e la fiducia nei confronti dell’Unione non può che uscirne distrutta.

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