Per chi costruiamo le città?
Dalla casa pubblica alla città della rendita 


Articolo tratto dal N. 95 di Case impopolari Immagine copertina della newsletter

La casa in Italia è finalmente diventata una priorità nell’agenda politica. All’attenzione di cui il tema oggi gode non corrisponde, però, la previsione di politiche sociali capaci di affrontare l’emergenza abitativa. Infatti, il Piano Casa recentemente approvato dal governo Meloni (come è già avvenuto per la misura Pnrr sugli alloggi per studenti) è uno strumento per aprire il settore dell’edilizia sociale – ancora molto residuale in Italia – al mercato finanziario, usando l’emergenza abitativa come pretesto. 

La casa sociale come prodotto finanziario

Il Piano Casa si articola in tre pilastri (recupero degli alloggi Erp/Ers inutilizzati, un Fondo Housing Coesione per finanziare nuova edilizia pubblica e sociale, e i “programmi infrastrutturali di edilizia integrata” che attraggono capitali privati con una quota minima del 70% di edilizia convenzionata) e prevede soprattutto la costruzione di edilizia privata per la vendita, non l’aumento dello stock pubblico in locazione. 

Tra le criticità più rilevanti, la vendita e trasformazione delle case popolari in edilizia “sociale”, le molte “semplificazioni” urbanistiche in deroga alla pianificazione ordinaria, una governance fatta di procedure commissariali sottratte al controllo democratico, la possibilità di costruire spazi commerciali e alberghi sfruttando le deroghe urbanistiche senza compensare queste cubature con quote di edilizia sociale. 

Il terzo pilastro del Piano, in particolare, apre alla finanza attraverso Invimit (una Sgr), gestore del Fondo Housing Coesione, e attraverso soggetti privati quali “società di progetto o veicoli societari appositamente costituiti”.

In sintesi, la casa sociale viene sempre più strutturata come strumento di estrazione di rendita e come prodotto finanziario capace di generare rendimenti, in cui il sostegno pubblico funge da leva per attrarre capitali privati, piuttosto che come politica di espansione diretta dello stock pubblico.

Del resto, in Italia si continua a pensare di risolvere – o forse solo di nascondere – problemi di natura sociale ed economica con misure edilizie, che finiscono per acuire questi stessi problemi, nel contesto di un’economia sempre più schiacciata da processi di estrazione e cattura di rendita.

Interventi di “rigenerazione urbana”, puramente estetici o dichiaratamente speculativi, costosissimi bonus edilizi, una miriade di micro-provvedimenti di “semplificazione” urbanistica, misure di condono di abusi grandi e piccoli che servono come strumenti clientelari di consenso politico, l’introduzione di norme speciali e corsie preferenziali per operazioni finanziarie e immobiliari private (è il caso anche della Zes) producono perlopiù processi selettivi di valorizzazione immobiliare privata che scaricano i costi sui ceti più poveri, espulsi da città sempre più costose.

Quando il pubblico costruiva città

La politica e l’amministrazione pubblica hanno abbandonato le politiche per la casa, preferendo all’intervento diretto il sostegno del mercato privato riducendosi a facilitatore di processi di estrazione di rendita privata, ovvero di privatizzazione della ricchezza generata dallo sfruttamento del suolo attraverso l’attività edilizia. Ma non è sempre stato così.

La stagione dell’edilizia popolare italiana di inizio Novecento, avviata per soddisfare il fabbisogno abitativo dei ceti lavoratori, ha prodotto tra le altre cose esiti qualitativamente altissimi: basti pensare ai quartieri romani di GarbatellaTestaccio e San Saba.

In questi quartieri le case furono pensate come un servizio e, insieme ai servizi, come grande investimento pubblico, come politica non edilizia ma urbana, come atto di pianificazione e di costruzione della città pubblica, a partire dalle case per i ceti operai.

La “bellezza” di quei quartieri, che sta nei dettagli architettonici ma forse soprattutto nella percezione di un’armonia tra tutti gli elementi che compongono il contesto urbano, è dovuta a scelte non solo estetiche ma di pianificazione urbana: in particolare dal rapporto tra l’altezza degli edifici e la larghezza delle strade, un rapporto ben calibrato per garantire luce e aria a tutti. Nessun edificio mette in ombra quello accanto.

Soprattutto a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, proprio l’argomento estetico – la bruttezza, la freddezza, il degrado dei complessi di edilizia residenziale pubblica costruiti nel secondo dopoguerra – è stato usato per spostare la responsabilità dei problemi sociali ed economici dalla politica all’architettura, e per insinuare la convinzione (ormai mainstream) che soltanto la proprietà privata, e non l’intervento pubblico, possa generare cura dello spazio comune.

È l’approccio comportamentista che, da Oscar Newman in poi, promette sicurezza e senso di comunità attraverso il design – piazze, panchine, murales – ignorando le condizioni materiali di chi quello spazio lo abita.

Eppure, le streets in the sky (passerelle e ballatoi pensili) del brutalismo britannico, la standardizzazione lecorbusiana, perfino le torri più contestate di complessi come Park Hill o Aylesbury in Inghilterra, sono nate da un tentativo, per quanto imperfetto, di rispondere a un’emergenza sociale: le baracche, il sovraffollamento e la povertà da cui i loro abitanti provenivano. Se oggi possiamo criticare lo stile di quei complessi, è perché quelle case sono state costruite – cosa che oggi, semplicemente, non accade più. 

La città privata

Negli Stati Uniti il declino di Pruitt-Igoe, la cui demolizione nel 1972 è assurta a simbolo della fine di un’epoca e secondo alcuni addirittura dell’architettura stessa, è stato la conseguenza dei tagli alla spesa pubblica che lasciarono il complesso senza manutenzione, oltre che degli effetti del processo di deindustrializzazione che portò al 91% il tasso di disoccupazione tra i 13 mila abitanti del complesso.

È stato più facile incolpare l’architettura, piuttosto che affrontare le ricadute del mutamento del ruolo del pubblico e la transizione a un’economia post-industriale. È più semplice demolire, chiudere con un cancello uno spazio, sottrarlo all’uso delle persone in nome del “decoro” piuttosto che affrontare le cause delle condizioni del degrado fisico come della povertà. E le cause sono sempre economiche. 

La prova è che diversi edifici brutalisti tra quelli più rappresentativi dei complessi di edilizia residenziale pubblica “brutta” e “problematica” (da Aylesbury Estate a Londra all’Unité d’Habitation a Marsiglia, oggi patrimonio Unesco), una volta privatizzati e ristrutturati, sono diventati complessi residenziali molto ambiti dai ceti medio-alti. Il problema, evidentemente, non era l’architettura. In altre parole, l’architettura non è intrinsecamente brutta, o bella, e di certo non è responsabile dei mali della società. 

Per chi è la bellezza? 

Mentre la stigmatizzazione dell’edilizia pubblica ancora oggi alimenta una guerra contro i poveri fatta di tagli dei fondi per la sua gestione, piani di dismissione e di trasformazione delle case popolari in case per i ceti medi più solventi, scompare anche la città pubblica con i suoi servizi e i suoi spazi pubblici, gratuiti, per tutti.

Si costruiscono torri di miniappartamenti che sovrastano gli edifici vicini (troppo vicini) privandoli di luce e aria. Costose case prive di qualità e anonimi studentati di lusso, le cui forme ricordano quelle brutaliste tanto criticate, disseminano il paesaggio urbano contemporaneo.

E nelle torri si impacchettano anche i servizi, anche quelli che dovrebbero essere pubblici (palestre, piscine, aule studio e aree co-working) e che, scomparsi dal novero dei servizi pubblici, ora servono a giustificare i prezzi altissimi delle case private. Così fuori dalle case la città non serve più, diventa un luogo di attraversamento dove sostare il meno possibile perdendo ogni qualità e scomparendo.

A essere veramente “brutto” è questo: uno spazio pubblico divorato dal ciclo di svuotamento e privatizzazione, disabitato e senza cura, e il contrasto, sempre più visibile anche nelle città italiane, tra il lusso e la povertà – studentati di lusso, o distese di tende.  

 Il “bello” non è una questione architettonica, fisica, edilizia: è l’effetto di scelte urbanistiche e di condizioni economiche, sociali e politiche. La vera domanda da porci oggi allora è: per chi è la bellezza? Qual è il suo costo, e chi lo paga? E perché continuiamo a chiedere all’architettura e al design di risolvere – o di nascondere – l’assenza di politiche pubbliche per tutti, sociali e abitative? 

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