Parlare di case popolari, per me, significa parlare anche della mia storia. Non è una cosa che guardo da fuori. A Livorno, mia madre ha sempre abitato in quartieri popolari, soprattutto nella zona nord, quella del quartiere Corea.
Veniva da un nucleo familiare che dal dopoguerra, con i miei nonni, stava nelle baracche in Fortezza. Poi furono costruite le case popolari nel quartiere Corea e si trasferirono lì. E quando i miei genitori si separarono, mia madre tornò con me in quelle stesse zone: Corea, La Cigna, via Garibaldi, insomma tutte popolari. Quindi diciamo che conosco molto bene il fenomeno, perché in parte ci sono cresciuto.
Abitare in una casa popolare significava ereditare una città in cui i complessi popolari avevano un peso, perché molte famiglie ne avevano bisogno. Significava crescere dentro una situazione strutturalmente fragile, certo, ma anche dentro contesti molto vissuti, uniti, fatti di vicinato e di rapporti con le persone che si conoscevano.
Questo era qualcosa che compensava molto. Col passare degli anni, però, la fragilità strutturale è diventata sempre più fatiscente. Gli investimenti sono stati pochi, veramente pochi, e questo si è fatto sentire sulla manutenzione e sulla capacità delle case di rispondere ai cambiamenti climatici e alle situazioni che vediamo oggi.
Una questione di classe
A Livorno, quando si parla di casa, il problema centrale è il caldo, più che il freddo. Il caldo entra nelle case, soprattutto nelle più vecchie, e molte persone non hanno strumenti per difendersi. Non tutti possono permettersi di installare un condizionatore; e anche chi lo installa deve poi fare i conti con la questione energetica: tenerlo acceso costa, le bollette aumentano, e per tante famiglie questa è una spesa pesante.
Il condizionatore, oggi, è diventato una questione di classe: chi può permetterlo si difende, chi non può si arrangia. Ventilatori, finestre aperte, notti senza dormire, stanze che restano calde anche quando fuori la temperatura cala. Cose molto concrete, molto quotidiane.
I più esposti sono gli anziani. Spesso vivono in complessi popolari vecchi, senza ascensore o con ascensori che si guastano: anche solo scendere, uscire, cercare un po’ d’aria diventa faticoso. E gli anziani, oggi, sono più soli di un tempo. Prima le famiglie erano più allargate: i nonni, in qualche modo, stavano dentro una rete familiare più presente. Oggi i nuclei sono diversi, più piccoli, più frammentati. E così per molti anziani il caldo in casa diventa un problema serio.
Del resto, tutto ciò che riguarda la vivibilità degli spazi – il caldo, il freddo, i cambiamenti climatici – è legato a una questione di classe. Ci sono famiglie che arrivano a fine mese con fatica e devono centellinare la stufa, il riscaldamento, l’energia. Poi magari arrivano piccoli aiuti, piccoli bonus – qualche sbuffo, diciamo così –, ma servono veramente a poco se la casa resta fragile e il reddito non basta per vivere bene.
La tagliola degli affitti
Oggi nell’edilizia popolare si investe pochissimo. Molta discrezione viene lasciata ai comuni, che con il pareggio di bilancio e i vincoli che hanno fanno una fatica enorme: il margine basta appena per gestire la manutenzione, non certo per costruire nuovi complessi, nuove abitazioni, nuovi quartieri popolari. Gli enti che gestiscono le case fanno i salti mortali per compensare, ma se le risorse non arrivano il problema resta.
A Livorno, nell’era del Movimento 5 Stelle, andò in scena una sorta di gioco delle sedie: si discuteva di chi avesse davvero diritto alla casa popolare, con l’idea che dovesse spettare soltanto agli ultimi, a chi non ha più niente. Chi non ha niente ha certamente bisogno del diritto all’abitare.
Ma non è sano far passare il messaggio che la casa popolare sia soltanto l’ultima soluzione: molte famiglie arrivano alla difficoltà estrema proprio perché prima non hanno trovato risposta. Famiglie che lavorano, che pagano affitti altissimi, che accumulano morosità, vengono sfrattate e finiscono in occupazione per non andare in mezzo alla strada.
Delle occupazioni, spesso, si raccontano solo quelle che fanno comodo alla cronaca più dura: l’abusivo che si appropria della casa degli altri. Ma c’è anche un altro mondo: i sindacati della casa, reti di persone che occupano immobili sfitti di proprietà delle banche o di grandi gruppi finanziari per restituirli a chi ne ha bisogno. È anche questo un modo di combattere un sistema che ha compresso il diritto all’abitare.
Tornare a parlare di edilizia popolare
La priorità politica è sicuramente tornare a investire nell’edilizia popolare. Da tantissimi anni nelle città non si costruiscono palazzi e quartieri popolari; a Livorno, per esempio, un piano vero di questo tipo manca da molto tempo. E deve arrivare dal governo, perché chi conosce un po’ la politica sa bene che i comuni non hanno margine: serve una scelta nazionale, statale.
Invece di spendere milioni in armamenti e in voci che potrebbero essere depennate, si dovrebbe investire sulle case popolari.
È importante cambiare anche il modo in cui se ne parla. Oggi molte famiglie finiscono stritolate nelle grinfie dei palazzinari, che tolgono loro più di mezzo stipendio al mese. Questo comporta una compressione economica di vita che è vergognosa.
Per questo la casa popolare deve tornare a essere una politica larga. Deve servire a chi è in emergenza, certo, ma anche a chi rischia di finirci. A chi lavora, a chi ha figli, a chi invecchia, a chi non può essere lasciato solo davanti agli affitti, al caldo, al freddo, alla manutenzione che non arriva. Perché abitare bene significa vivere con dignità. E questa dignità, oggi, per troppe persone, viene ancora trattata come una cosa secondaria.
