Il caos della casa


Articolo tratto dal N. 95 di Case impopolari Immagine copertina della newsletter
Avevamo cercato, con un amico, un alloggio in quella zona di piccola borghesia, attorno alla basilica. Non c’era portone senza cartello di “Affittasi”. Affittare le camere è, in un certo senso, una forma, sia pur larvata e simbolica, di prostituzione: un dare per denaro una parte di sé: tutto il quartiere pareva concorde in questa vocazione.
Carlo Levi, L’orologio, 2025 (ed. or. 1950), p. 5.

La ricerca della casa, o di una stanza, nella Roma dopo la Liberazione, come nella Milano del dopo Expo, e in generale nella maggior parte delle città italiane del dopo Covid, è sempre stata e rimane una vera e propria attività sociale.

Lungi dall’essere un atto strettamente neoclassico – dove domanda e offerta si incontrano magicamente, aiutate dalla mano invisibile del mercato –, prender casa non è che la fine di un processo che implica decisioni individuali e familiari, reperimento di mezzi finanziari e di credenziali per poter accedere a crediti, infaticabili ricerche lungo le reti del passaparola, delle piattaforme, delle organizzazioni private, pubbliche o semipubbliche.

In questo processo occorre continuamente dimostrare la propria legittimità e qualità, come buoni pagatori certo, ma anche come buone e buoni cittadini, talvolta cercando di occultare e dissimulare le proprie origini nazionali e sociali (e il mix tra le due, ovviamente, ché ci sono passaporti stranieri che spalancano portoni e altri che invece li rendono invisibili e sbarrati). Cercar casa è un lavoro.

Implica stress, fatica fisica e, raggiunto il traguardo, offre la sensazione di avercela fatta, essere arrivati. Purtroppo è solo l’inizio, perché accedere alla casa apre poi alla questione del mantenerla, che sia in locazione o in proprietà. Inflazione, tassi di interesse, redditi, spese ordinarie e straordinarie, tutto congiura contro una vita serena come quella proposta nella celeberrima Mille lire al mese del 1938, dove il sogno piccolo borghese è quello di lavorare per poter alfin trovare / Tutta la tranquillità / Una casettina in periferia.

Se facciamo un salto di lato e riflettiamo sulle forme di capitalismo e di disuguaglianze sociali che ne derivano in questi anni Venti – alcune delle quali ereditate dal secolo precedente, altre infine nuove –, ci avviciniamo a una prima declinazione di cosa sia il problema della casa oggi.

Tra l’allora e l’oggi ci sono: trasformazioni urbanistiche, mutamenti abitativi e cambiamenti sociali che avvengono in quadri geopolitici – o storici se preferite – differenti. Cerco qui di offrire una didascalica sintesi.

Urbanisticamente, l’Italia del 2026 è non solo ampiamente ricostruita rispetto a quella del 1946, ma anche invertita. Se fino agli anni Settanta i centri storici delle principali città italiane erano dominati dal popolo – ovvero dalle classi popolari, lavoratrici e non –, nel corso degli ultimi tre decenni del Novecento due grandiose spinte rovesceranno questa secolare condizione.

In primo luogo, lo sviluppo urbanistico avviato già negli anni Cinquanta porterà – anche grazie agli effetti dei celebri piani Ina-Casa prima e Gescal poi – alla costruzione di cinture urbane largamente pubbliche, dove saranno spostati sia gli abitanti originari delle singole città sia i nuovi inurbati, provenienti prima dalle campagne circostanti, poi dalle regioni con gravi squilibri demografici e di manodopera e infine da paesi terzi.

In secondo luogo, città che avevano anche avuto una vocazione produttiva passeranno da situazioni industriali a sviluppo terziario. Non accade ovunque, non con le stesse sembianze, non osservando le medesime temporalità, come mostrano i casi così diversi di Roma, rispetto a Genova o Torino. Eppure, queste due grandi e lunghe trasformazioni apriranno lungo tutti gli anni Novanta incredibili opportunità di ideazione politica per “rinascite urbane”.

Queste verranno sostanzialmente interpretate come occasioni per usare la rigenerazione urbana in chiave di sviluppo economico e di leva per risolvere i problemi sociali generati da deindustrializzazione e periferizzazione. Nella maggior parte dei casi, questo porterà a diffusi fenomeni di gentrification e di speculazione immobiliare: raramente l’attore pubblico si porrà la questione di catturare la rendita generata da queste trasformazioni.

I mutamenti abitativi che seguono lo stesso periodo storico sono però altrettanto importanti. Dal secondo dopoguerra in poi l’Italia vedrà crescere – decennio dopo decennio e generazione dopo generazione – la quota dei proprietari di case, che saranno maggioritari persino tra le classi popolari.

Gli equilibri abitativi, in termini sia di accesso alla casa sia di consistenza dello stock abitativo, verranno dunque fortemente alterati a favore della proprietà, a scapito della locazione privata e, soprattutto, della locazione sociale e pubblica.

Nonostante in diverse città rimanga una quota significativa di alloggi pubblici – talvolta attorno al 10% o 15% –, sappiamo che a livello nazionale questa crolla al 2% e per giunta in un quadro di continua cessione di immobili pubblici, sottoinvestimento e assenza totale di nuove costruzioni rivolte ai nuovi bisogni sociali e abitativi del Paese. Altro tassello in questo ragionamento: un Paese di proprietari da diverse generazioni genera una peculiare forma di disuguaglianza, appunto intergenerazionale.

Chi può aspettarsi trasferimenti, sotto forma di donazione o eredità, può usare i beni immobili in maniera sia speculativa sia strategica, rispetto a chi è più povero o è di recente arrivo nel nostro Paese. Il tema della rendita e dei rentiers, non a caso, è tornato a essere centrale, tanto nella realtà quanto nel dibattito pubblico.

Vi è poi un terzo strato di ragionamento, che è più propriamente sociale. Cambiano le città, cambiano case e abitanti, e cambiano anche le popolazioni. Tre fenomeni mi sembrano qui centrali. Il primo è demografico: dal 1976 il nostro paese è sceso sotto il tasso di sostituzione e ha dunque iniziato quel lungo processo di squilibrio demografico per cui troppo pochi giovani, per troppo tempo, sostengono un Paese che invece invecchia, e bene, anno dopo anno.

A questo va aggiunto che la taglia delle famiglie continua a restringersi, mentre la quota di quelle unipersonali aumenta. L’effetto abitativo di tutto questo è un grave squilibrio tra l’offerta di case (e di architetture, di arredi, di servizi, di vani) e la domanda attuale.

Il secondo fenomeno è relativo al mondo del lavoro e dei redditi. Se fino agli anni Ottanta una famiglia di quattro persone riusciva a vivere dignitosamente con uno stipendio, e bene con due, nel momento in cui scriviamo due stipendi medi riescono a malapena a garantire una vita dignitosa per una famiglia di tre persone. Se una di queste perde il posto di lavoro, la caduta in condizione di povertà è certa.

Aggiungiamo la stagnazione salariale cronica in Italia, le riforme dei mercati del lavoro che hanno reso quest’ultimo flessibile sì, ma anche insicuro, incerto e mal pagato, e capiamo che in particolare le giovani famiglie italiane vivono una condizione di grave incertezza economica e sociale.

Terzo, ma non ultimo ragionamento, attiene a una trasformazione sociale e culturale di cui beneficia il nostro paese, come gran parte del pianeta: l’aumento del benessere relativo e la crescita dell’istruzione – due conquiste sociali fondamentali – hanno accresciuto le possibilità reali di mobilità globale, che siano turismo o mobilità medie e lunghe per studio o lavoro. Tutto questo ha generato spirali di pressione turistica e abitativa in generale, che vanno a sommarsi alle difficoltà già evidenziate sin qui.

Ecco, in sintesi, la complessità che “la casa” intercetta.

Non più solamente rifugio, né focolare domestico o investimento economico, non bene aspirazionale o ambito di progettazione politica e sociale, la casa è tutto questo e la sua continua negazione. Non stupisce sia al centro delle preoccupazioni di elettori ed elettrici, cittadini e cittadine, abitanti stabili e temporanei. Allarma però la grave distanza che vediamo tra il dibattito scientifico e politico dal basso, portato avanti da chi vive sulla propria pelle la questione, e il dibattito politico “alto” e istituzionale, interessato a inseguire emergenze e a schivare progettualità.

Ricevi il numero completo di PUBBLICO nella tua casella di posta

Non sei ancora iscritto? Compila il form!