Mohamed abita il pianerottolo.
Blackstone compra il palazzo


Articolo tratto dal N. 95 di Case impopolari Immagine copertina della newsletter

L’estate, si sa, è tempo di repliche. Così il deputato Rossano Sasso ha pensato di riproporci un revival sempreverde: l’analisi comparata delle pulsantiere condominiali, che si trasforma in orrore per i citofoni con su scritto Mohamed o Abdul al posto di Giuseppe e Maria. A lui questa cosa “proprio non va giù”. Indigesto come un sasso, in realtà, è che in piena emergenza abitativa si continui a discutere di chi abita le case anziché di chi possa ancora permettersi di averne una.

Chi può ancora abitare la città?

Una replica estiva di uno sceneggiato politico che continua a cercare nell’esotismo dei vicini le cause dei problemi abitativi che, nel frattempo, hanno assunto una forma e una dimensione che il dibattito pubblico continua ostinatamente a non voler affrontare.

La strategia più semplice, per chi non ha risposte, sembra essere ancora una volta quella di cavalcare il tema della scarsità delle risorse. Generare una competizione che distrae e, inevitabilmente, alimenta il conflitto. 

Intanto le nostre città cambiano volto. I centri storici si svuotano di residenti per fare spazio agli affitti brevi, mentre interi quartieri vengono ripensati per investitori e turisti. Il costo delle case cresce ben oltre la capacità economica di chi in quei luoghi studia, lavora o, semplicemente, vorrebbe continuare a vivere.

La casa smette di essere uno spazio di diritto, sicurezza e prossimità per diventare uno strumento di selezione economica.

La città continua a esistere, ma la variegata comunità che anima il suo cuore viene progressivamente allontanata verso le periferie. Allora, chi può ancora permettersi di avere una casa? Questa è una domanda politica e sociale infinitamente più urgente che scrutinare l’albero genealogico del vicinato.

La rendita ha nomi e cognomi

Nello spostamento del problema si consuma un’efficacissima operazione di distrazione politica del nostro presente. Nel frattempo, le cause dell’emergenza abitativa hanno spesso nomi altrettanto stranieri, ma molto meno evocativi di Mohamed e Abdul. Si chiamano GreystarBlackstoneHines.

Sono soltanto alcuni dei protagonisti della crescente finanziarizzazione immobiliare che sta trasformando la casa da diritto a prodotto finanziario. Fondi immobiliari, acquisti in blocco e rendite speculative stanno contribuendo a rendere le città spazi sempre più selettivi, mentre il diritto all’abitare arretra silenziosamente dal dibattito pubblico.

Non è un caso che, dall’altra parte dell’oceano, una delle campagne politiche che ha saputo mobilitare milioni di persone negli ultimi mesi sia stata costruita proprio attorno al tema dell’affordability

Zohran Mamdani, neo-sindaco di New York, ha scelto di parlare di congelamento degli affitti, edilizia accessibile e diritto a restare in una città economicamente equa per chi la vive. Prima ancora che un tema politico, si tratta di una domanda posta al nostro tempo: chi può ancora permettersi di chiamare casa il luogo in cui vive?

L’insicurezza non nasce dal vicino

Invece, il gioco pericoloso della fabbricazione della minaccia, oltre a mancare totalmente i bisogni reali delle persone, alimenta una rappresentazione tossica della convivenza proprio mentre le nostre città avrebbero bisogno del contrario: politiche capaci di riconoscere nell’abitare una delle condizioni fondamentali della vita democratica. Fomentare diffidenza e disprezzo tra le persone rende le nostre città meno sicure e mina quel patto di fiducia che è il fondamento di ogni comunità.

Il senso di insicurezza che attraversa le nostre società non nasce nel vuoto. È anche l’eredità di decenni di disinteresse verso i bisogni reali delle persone e della progressiva disumanizzazione dell’altro di turno. Una formula esplosiva: nutrire la frustrazione sociale e poi miscelarla con nemici coltivati in laboratorio.

Le città che resistono sono fatte di Persone

Eppure, esistono ancora esperienze che raccontano una storia diversa: movimenti per il diritto alla casa, realtà della società civile che sperimentano forme di abitare condiviso e progetti di rigenerazione urbana che provano a tenere insieme diritti, comunità e cura reciproca.

Esempi come il presidio contro l’esclusione sociale della Fondazione Porta Palazzo a Torino o le esperienze storiche di risanamento e messa a disposizione di alloggi da parte dell’Unione Inquilini e delle prime cooperative di famiglie a Roma. In molti casi, tra le persone che li animano ci sono proprio quei Mohamed e Abdul. Persone. Le stesse che, insieme a tanti altri, si battono spesso per un diritto che dovrebbe essere universale. 

I politici continuano a chiederci di scegliere chi possa stare sul pianerottolo. Nel frattempo, qualcuno ha già deciso chi potrà permettersi l’intero palazzo. 

Ricevi il numero completo di PUBBLICO nella tua casella di posta

Non sei ancora iscritto? Compila il form!