Se vivete sulle colline delle Langhe e non avete la macchina (magari perché non avete ancora, o non avete più, la patente) potete muovervi con dei mezzi pubblici in tre momenti ben precisi della giornata: al mattino presto; all’ora di pranzo; intorno alle sei-sette di sera. Sono le fasce orarie in cui si entra a scuola o al lavoro, e in cui si torna a casa.
Non sono previste deviazioni, sorprese, imprevisti. Se andate a scuola ad Alba e volete fermarvi a un’assemblea o a un corso di teatro dopo la scuola, poi vi toccherà restare lì fino alle 18. Se invece siete anziani e dovete fare una visita all’ospedale di Verduno, sul cucuzzolo di una collina, vi conviene avere dei figli che possano prendere un permesso e accompagnarvi in macchina. In settimana c’è qualche navetta, nel weekend si sta a casa o si prende un taxi.
Funziona così la mobilità nelle cosiddette aree interne, lontane dai centri – le città – in cui si aggregano i servizi e dunque le persone. Funziona così e grosso modo vale allo stesso modo in una zona remota del Molise o in un posto come le Langhe, ambito dai turisti, pieno festival, prodotti DOP e attenzioni mediatiche.
In entrambi i casi, al di là del fascino delle vigne o dell’immagine romantica dei ritmi lenti della campagna, per chi ci vive e deve andare a scuola, al lavoro, ma anche all’ospedale, a un’assemblea politica, a un corso di teatro, la vita è difficilissima. È difficile perché si fonda su una cura obbligata: qualcuno ti deve accompagnare, l’indipendenza diventa un lusso, l’auto una necessità.
Ripensare la mobilità è difficile perché territori diversi hanno bisogni e specificità che richiedono soluzioni estremamente creative ed estremamente puntuali. Si possono però osservare le trovate che si inventano gli altri, provare a scalarle, a replicarle o adattarle.
ConTrasporto: Liberare gli “orari rigidi” nelle Langhe
Fra Guarene e Langhe Roero, per esempio, nel 2024 è nata la cooperativa di comunità conTrasporto: fa parte di LegaCoop e si occupa di mobilità condivisa. Come racconta la presidente Lucia Savino, è nata in co-progettazione con l’ospedale di Verduno, che attorno al 2020-2021 ha sostituito le sedi di Alba e Bra, più facilmente raggiungibili: «Chi prima poteva andarci a piedi ora deve usare l’auto, affrontando anche il problema dei parcheggi».
Dal 2025 conTrasporto supplisce alla mancanza di mezzi pubblici e si occupa di andare a prendere le persone e portarle dove devono andare. Dispone di quattro furgoni da otto posti, di cui uno elettrico, e cerca di coordinare orari e tragitti compatibili.
La risposta dal territorio è stata fin da subito positiva, soprattutto da chi lavora in ospedale e deve gestire turni che non sempre corrispondono alla rigida ripartizione della giornata scolastica e lavorativa standard. Poi ci sono i pazienti: anziani e persone che devono fare visite o controlli rischiando di dipendere dai figli. E poi famiglie, ragazzi e lavoratori: «è un servizio che permette ai giovani di partecipare alle attività pomeridiane e aiuta chi lavora in aziende raggiungibili solo in auto, in particolare stagionali e persone senza patente o macchina.
Per utilizzarlo, basta diventare soci: dopo il tesseramento ci si abbona a una piattaforma online e poi le richieste di trasporto possono essere inviate via WhatsApp con due giorni di anticipo» spiega Savino.
È una forma a suo modo flessibile di trasporto che può dissodare le abitudini degli abitanti, convincere i ragazzi a stare un’ora in più in paese dopo la scuola, o ad andare a trovare un amico. La cooperativa vuole sviluppare anche i trasporti serali: «I mezzi notturni significherebbero più sicurezza stradale e la possibilità di uscire senza dover guidare dopo aver bevuto».
Una palestra di cura
Perché le cose funzionino dovranno man mano aumentare i soci e le richieste, per riempire i pullmini e costruire un vero servizio a chiamata. L’obiettivo è raggiungere la sostenibilità in due anni e poi rendere il modello replicabile in altri territori rurali, fra Italia e la vicina Francia. In territori simili si possono pensare e adattare modelli simili di trasporto.
Modelli che, a pensarci bene, riducono i mezzi sul territorio, quindi l’inquinamento, l’emissione di anidride carbonica, anche il bisogno di possedere più auto in una stessa famiglia. Ma aumentare la mobilità è anche un modo per redistribuire autonomia, indipendenza, salute (perché, come racconta Lucai Savino, il rischio è che le visite mediche vengano rimandate perché raggiungere l’ospedale è complicato, e così fare prevenzione diventa impossibile). Redistribuisce il diritto alla curiosità, a stare fuori di casa, di giorno o di notte, e tornare, al sicuro, senza una macchina da guidare o qualcuno da cui dipendere.
Redistribuisce infine il diritto alla comunità, a non essere lasciati soli, ad aiutare e ad aiutarsi. Lucia Savino racconta che «per gli anziani questo è un servizio di supporto nel momento del bisogno. Succede che un malato oncologico venga accompagnato sempre o spesso dallo stesso autista: necessariamente si creano legami. E i legami nascono anche offrendo un po’ di flessibilità ai bisogni altrui. Se due persone devono andare in ospedale, una alle 8 e una alle 8.30, si chiederà alla seconda di arrivare in ospedale un po’ prima in modo da farle viaggiare assieme». E anche questo è un modo diverso di stare assieme, di farsi flessibili, aspettarsi: una palestra di cura.
TerraMea: fare mobilità nella terra dello spopolamento
Dall’altra parte dello stivale, la cooperativa TerraMea, sempre parte di Legacoop, affronta una realtà altrettanto complessa ma diversissima, nelle aree interne del Molise.
«Il Molise è totalmente scollegato, ma non perché non esistano infrastrutture. Il punto è la mancanza di volontà politica» racconta il presidente della cooperativa, Marco Scarpitti. «Dal 2012 non ci sono più treni ad uso della popolazione locale, ma la linea è aperta, viene usata per turismo ferroviario».
In molte aree d’Italia il turismo è una piaga, ma in una zona affetta da grave spopolamento, racconta Marco Scarpitti, non rischia di consumare il territorio: al contrario, permette forse di farlo vivere. «Altrove aumentare i collegamenti vuol dire essere invasi dai turisti, qui vorrebbe dire stare semplicemente meglio. Poi pianificare e progettare il futuro è un lavoro che spetta agli abitanti del territorio».
Ed è quello che provano a fare loro: «Cerchiamo di creare futuro migliorando e sviluppando le peculiarità latenti del territorio, spesso poco sfruttate per pigrizia, ma senza trasformarle in attrattori di folle e masse. L’obiettivo è valorizzarle senza snaturare il territorio. Collaboriamo con un tour operator specializzato in turismo ferroviario. Sulla tratta passa la cosiddetta “Transiberiana d’Italia”, con treni d’epoca che portano i viaggiatori nei borghi. Li chiamiamo viaggiatori e non turisti, è un modo diverso di attraversare il territorio.
Noi proponiamo diversi modi per conoscerlo, con guide qualificate, a piedi o in bici, fra un borgo e l’altro. Accompagniamo le persone nelle botteghe artigiane, nei siti archeologici e culturali, oltre che nei siti patrimonio Unesco e nella riserva di Collemeluccio-Montedimezzo, una delle prime create in Italia». Da qui nasce anche la cooperativa CasaMea che aiuta i proprietari di casa ad affacciarsi al mondo degli affitti brevi.
Di nuovo: verrebbe da pensare che gli affitti brevi siano fra i mali della nostra società, e spesso è vero, però la realtà è sempre più complessa e variegata di qualsiasi sentenza. Come racconta Marco Scarpitti, negli Appennini molisani il problema è lo spopolamento: sempre più immobili (con pochissimo valore economico ma inevitabili costi di mantenimento) ricadono su sempre meno persone, che devono affrontare da sole gli oneri: eredità e storia che diventano fatica, intralcio, spese e burocrazia.
La cooperativa li aiuta in tutti gli aspetti, dalla preparazione dell’appartamento alle pratiche alla manutenzione ordinaria: «Questo non aiuta solo il turismo canonico. Permette anche a persone originarie di qui, ma che vivono fuori e tornano saltuariamente, di rientrare più facilmente, favorendo permanenze più lunghe e più frequenti. E poi ci avvaliamo delle maestranze locali, dall’idraulico alla lavanderia: è un modo per dare ossigeno all’economia locale».
Dare vita a un territorio
TerraMea è nata nel 2020, e come racconta Scarpitti: «le cooperative spesse nascono da un servizio mancante, da qualcosa che non c’è. In questo caso, alla mancanza si aggiungeva la necessità di collegare quel che di positivo c’è ma è isolato». Quindi fra le prime cose fatte, la cooperativa si è occupata di comprare una flotta di bici a pedalata assistita e di aprire una ciclofficina, facendo formare un meccanico nella miglior scuola di meccanica ciclistica in Italia.
E poi hanno fatto un sentiero: insieme a un circolo Acli hanno ridato vita a un vecchio percorso che collegava la stazione ferroviaria di Carovilli, punto nodale del territorio, a un’altra stazione distante circa tre chilometri e a un’ex chiesa situata su un colle, una delle attrazioni del luogo, rendendo nuovamente percorribile questo itinerario a piedi, in bicicletta e a cavallo.
Creare mobilità è dare vita a un territorio, e ci sono modi diversi di farlo, in Piemonte o in Molise, in territori colpiti dalla spersonalizzazione del turismo o dalla piaga altrettanto grave dello spopolamento. «La mancanza di infrastrutture legate alla mobilità arreca un danno proprio come la mancanza di servizi sanitari e istruzione. E deve essere, appunto, un servizio: se il treno ha pochi passeggeri deve funzionare lo stesso, per quei pochi.
I biglietti non servono a ripagarlo, si paga con la spesa pubblica perché genera benefici indiretti anche economici sul territorio: lo fa vivere, lo apre». L’idea proposta da Marco Scarpitti è insomma che il cambiamento richieda tempo e che ogni piccolo miglioramento contribuisca a innescarne un altro: «se cresce il territorio, crescono tutti».
