L’Italia che collega tutto ma svuota i luoghi


Articolo tratto dal N. 96 di L'esodo è di chi può permetterselo Immagine copertina della newsletter

Oggi, in molti territori italiani, le promesse di infrastrutture funzionanti in luoghi di vita e di lavoro arretrano. Il costruito, nelle sue varie forme, non risponde ai bisogni delle persone nei luoghi. Le infrastrutture ci sono, spesso sono persino nuove, ma sempre più spesso servono a far scorrere le persone, non a farle restare. Un territorio può essere perfettamente collegato e al tempo stesso vuoto di senso per chi ci abita, se quello che arriva insieme alle infrastrutture non è la scuola, l’ambulatorio o il negozio di vicinato, ma solo il flusso di chi lo attraversa.

È, appunto, la differenza tra un luogo costruito per essere vissuto e un luogo pensato per essere consumato. Il primo chiede tempo e manutenzione, possibili solo grazie alla presenza stabile e ai servizi che restano aperti anche quando non c’è la stagione turistica perché sono pensati per l’abitabilità quotidiana dei luoghi (Barbera F., Cersosimo D., De Rossi A. (a cura di), Contro i borghi: Il Belpaese che dimentica i paesi, Donzelli 2022).

Il secondo chiede solo accessibilità e attrattività: basta che si arrivi in fretta, meglio se in auto, e che ci sia qualcosa da vedere o da comprare. Sono due grammatiche del territorio che producono esiti opposti: una fabbrica cittadinanza, l’altra fabbrica flussi. Il rischio, quando la logica del consumo prevale su quella dell’abitare, è che il territorio diventi uno sfondo per il selfie del mondo (d’Eramo M., Il selfie del mondo: indagine sull’età del turismo da Mark Twain al Covid-19, Feltrinelli 2022). 

C’è però un motivo in più, oggi, per non accontentarsi nemmeno della definizione più generosa di abitare come “cittadinanza materiale”. La crisi climatica ha cambiato i termini della domanda che dobbiamo porre all’abitare. Non basta più chiedersi se un luogo permette di costruire diritti veri per le persone che lo abitano: bisogna interrogarsi anche sul rapporto che quel modo di abitare instaura con la terra in senso ampio.

Le due promesse di cui sopra – il costruito e l’economia fondamentale – restano necessarie, ma non sono più sufficienti se pensate solo in chiave umana, come se il territorio fosse una superficie neutra su cui distribuire case, persone, lavoro e servizi. Bruno Latour lo ha scritto meglio di chiunque altro (Latour B., Tracciare la rotta. Come orientarsi in politica, Raffaello Cortina Editore 2018). Mentre sottolineiamo i limiti del consumo dei luoghi, dobbiamo anche capire che il compito che ci aspetta non è più semplicemente abitare un territorio, ma imparare a riabitare il terrestre 

Da promessa incertezza

Abitare un luogo comporta una duplice incertezza. C’è anzitutto una promessa che riguarda il costruito: le case, le strade, gli edifici, le infrastrutture materiali e tutto ciò che si vede come effetto nella trasformazione fisica degli insediamenti umani.

È la promessa più facile da raccontare, si potrebbe dire. Ma non è solo quello. Il costruito è ciò che cambia il volto degli insediamenti, purtroppo spesso in base alla logica della rendita fondiaria e non all’interesse pubblico e ai diritti di cittadinanza. Per questo, la bussola della “città pubblica” che qualifica la città come “quello che c’è tra le case” rimane preziosa (Granata E., Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo, Einaudi 2021). 

Ma sotto, e prima ancora, c’è una seconda promessa: quella dell’economia fondamentale dei luoghi. Non solo welfare in senso stretto, ma tutto ciò che mette in sicurezza la vita quotidiana delle persone. L’acqua, la scuola, l’ambulatorio, il treno, il negozio di alimentari vicino a casa. È l’infrastruttura materiale dell’ordinario e del banale, quella che si nota solo per la sua assenza, come ci ha ricordato il lockdown durante la pandemia. 

Quando queste due promesse si tengono, l’abitare diventa qualcosa di complesso e stratificato. Non un gesto isolato legato al consumo fugace, ma un’azione che dura nel tempo e che permette di costruire un futuro in un luogo invece che limitarsi ad attraversarlo.

Una logica di nodo e radicamento, non una di flusso e scambio. È qui che l’abitare smette di essere solo una questione privata e diventa un pezzo della libertà sostanziale delle persone, come ha spiegato il Forum Disuguaglianze e Diversità. La libera scelta di restare. La restanza come atto vocazionale, come agency tanto individuale che collettiva (Teti V., La restanza, Einaudi 2022).  

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