Se Trump sale in cattedra


Articolo tratto dal N. 92 di Via dagli Stati Uniti Immagine copertina della newsletter

L’egemonia accademica americana e le sue disuguaglianze

Se c’è una cosa da invidiare agli Stati Uniti sono le università: l’amministrazione Trump ne sta però minando sia la funzione scientifica sia quella democratica. Egoisticamente, l’Europa potrebbe approfittarne. Farlo, però, richiederebbe non solo programmi per incentivare i proverbiali cervelli in fuga a trasferirsi qui, ma cambiamenti strutturali e culturali capaci di rendere le proprie università alternative appetibili.

Una premessa è d’obbligo: anche per quanto concerne le università, gli Stati Uniti restano campioni di disuguaglianza. Il 20% degli atenei più ricchi possiede circa l’80% del valore complessivo degli endowment, mentre il 20% più povero ne detiene appena l’1%. Una ristretta élite di università concentra quindi gran parte delle risorse e del potere di attrarre studenti e docenti da tutto il mondo.

Sono queste le università che suscitano ammirazione: dispongono di fondi per la ricerca ingenti, offrono stipendi competitivi, periodi sabbatici regolari e una cultura organizzativa orientata a valorizzare creatività, autonomia intellettuale e merito. Sono inoltre ambienti generalmente per lo più inclusivi per donne e studiosi stranieri. Storicamente hanno rappresentato anche luoghi cruciali di mobilitazione politica, dal Sessantotto di Berkeley alle proteste contro la guerra del Vietnam.

Il doppio attacco: ricerca e libertà accademica

Non sorprende quindi che l’amministrazione Trump ne abbia fatto un bersaglio. Colpire le istituzioni che producono conoscenza e capacità critica è una dinamica frequente nei regimi autoritari. L’amministrazione si è però spinta oltre, fino a colpire anche enti pubblici, cruciali per la ricerca medica, come il National Institutes of Health, spesso risparmiati anche dai populismi di destra più radicali.

I tagli alla ricerca scientifica sono stati tra i provvedimenti più drastici. Nel 2025 l’amministrazione ha congelato o cancellato oltre 7.800 finanziamenti, mentre circa 25.000 persone hanno lasciato le agenzie federali che sovrintendono alla ricerca. Il National Institutes of Health ha bloccato 2,3 miliardi di dollari di sussidi già approvati e la National Science Foundation altri 700 milioni. A essere colpiti sono stati soprattutto studi su vaccini, malattie infettive, disinformazione e gruppi minoritari, talvolta penalizzati semplicemente per la presenza di parole come “trans” nei titoli dei progetti.

Gli Stati e le università percepiti come roccaforti progressiste hanno subito i tagli maggiori. Harvard si è vista congelare 2,2 miliardi di dollari dopo aver rifiutato delle richieste, da parte del governo federale, di informazioni sensibili sugli studenti internazionali. Columbia, Brown, Cornell, Northwestern e Johns Hopkins hanno invece negoziato con l’amministrazione, accettando accordi economici in cambio dello sblocco dei fondi.

Alle pressioni economiche si sono aggiunte quelle ideologiche. L’ordine esecutivo del gennaio 2025 contro diversità e inclusione ha prodotto dimissioni forzate, come quelle del presidente dell’University of Virginia, e un clima di sorveglianza ben oltre la ricerca. Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, almeno una dozzina di docenti è stata licenziata per post pubblicati sui social. I sondaggi mostrano un forte deterioramento della libertà accademica: oltre un terzo dei docenti si sente oggi meno libero di insegnare o intervenire nel dibattito pubblico.

La crisi della libertà accademica e il futuro europeo

Il terzo fronte riguarda gli studenti stranieri. Nella primavera del 2025 oltre 1.600 visti sono stati revocati e migliaia di permessi di studio cancellati, prima che alcune sentenze costringessero il governo a fare marcia indietro. Le nuove iscrizioni internazionali sono diminuite del 17%, con un calo del 12% tra i dottorati. Un sondaggio di Nature mostra inoltre che circa tre quarti degli scienziati intervistati dichiarano di prendere in considerazione l’idea di lasciare gli Stati Uniti.

Quante di queste intenzioni si tradurranno in partenze reali? Non lo sappiamo. Le candidature ai programmi europei sono aumentate, ma restano numericamente limitate. Bisogna inoltre riconoscere che le università americane continuano a offrire condizioni di lavoro difficilmente eguagliabili. I costi lavorativi per chi lascia l’America possono essere compensati da un miglioramento della qualità di vita (il lifestyle europeo è considerato da molti superiore) o dalla possibilità di ritornare al proprio paese di origine. Un taglio salariale può inoltre essere compensato da scuola e sanità pubbliche e da un costo della vita più basso. Per attirare chi desidera partire, l’Europa dovrebbe quindi non solo aumentare gli incentivi economici, ma investire seriamente nello stato sociale e nelle proprie università.

L’ostacolo principale infatti è proprio lo stato dei sistemi universitari europei. Molti governi hanno ridotto i finanziamenti pubblici alle università negli ultimi anni; Brexit ha notevolmente indebolito le università inglesi; ovunque prevalgono assetti manageriali che limitano l’autonomia dei ricercatori. Governi sovranisti hanno introdotto obblighi linguistici che scoraggiano gli stranieri. Alcuni paesi continuano ad avere sistemi di reclutamento poco trasparenti o chiusi all’internazionalizzazione. Trump ha creato un’opportunità rara. L’Europa, finora, sta facendo troppo poco per coglierla.

Ma Trump non sta minando soltanto la ricerca. Sta anche distruggendo la funzione democratica delle università. La repressione degli accampamenti pro-Palestina, gli arresti e le espulsioni di studenti e le minacce di revoca dei visti hanno prodotto un clima di diffusa autocensura. Chiunque visiti campus quali Berkeley, CUNY, Harvard, Yale o l’Università di Chicago verrà colpito dall’assenza quasi totale di qualsiasi traccia di dissenso: nessuna bandiera, nessuna scritta, nessun simbolo. L’accesso alle università d’élite richiede investimenti enormi in capitale umano e il costo dell’essere espulsi per gli studenti è altissimo. La paura ha dunque completamente spento l’attivismo nato con gli encampments.

Ecco quindi che l’amministrazione Trump non sta provocando soltanto una fuga di cervelli. Sta producendo anche una fuga dalla vita politica, colpendo la funzione storica delle università come scuole di cittadinanza e luoghi di apprendimento del dissenso. Nel Paese che Tocqueville aveva indicato come modello di vitalità civica, questa è forse la perdita più grave.

Ricevi il numero completo di PUBBLICO nella tua casella di posta

Non sei ancora iscritto? Compila il form!