“Riteniamo che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili; che fra questi sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della felicità. Che per garantire questi diritti sono istituiti fra gli uomini governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”.
È l’inizio del testo più rivoluzionario dell’epoca moderna: la Dichiarazione d’Indipendenza che precede la Costituzione che gettò le basi della democrazia negli Stati Uniti, ed ebbe un immenso impatto sulla storia di quello che oggi chiamiamo Occidente.
La celebrazione della sua firma, il 4 luglio 1776, si ripete ogni 50 anni. Il momento più identitario del paese, un omaggio all’Unità e all’Uguaglianza dei popoli, che il 4 luglio di quest’anno, per la prima volta, sarà celebrato da due diverse manifestazioni.
A Washington due eventi fianco a fianco: America250, con mostre Smithsoniane, e il tradizionale Sail250 con velieri da tutto il mondo inclusa la Vespucci, e poi Boston Harborfest, block party in 7 città, e concerti a $17.76, sotto la bandiera “unità, riflessione e rinnovato orgoglio civico”.
Non lontano ci sarà Freedom 250: linea nazionalista e spettacolare, festeggiamenti sul prato della Casa Bianca, “Great American State Fair” al National Mall, Patriot Games da $250.000. Un omaggio ad America First, l’esatto opposto di quanto si affermava nella Dichiarazione. Nonostante la Corte suprema proprio a poche ore dal 4 luglio si sia espressa contro Trump che vuole cancellare lo ius soli.
Un paese in declino?
È il primo compleanno dal 1776 in cui la Nazione ammette – volendolo – di sentirsi defraudata e in difensiva. Un altro segnale della sua crisi?
Di prima mattina mi arriva una nota da Feltrinelli su mail: “l’egemonia americana non è stata soltanto economica: è stata la capacità di convincere milioni di persone che il futuro si producesse lì. La domanda è: cosa resta di una superpotenza quando smette di essere il luogo in cui il mondo va per immaginare il futuro?”
Sapete, queste note feltrinelliane sono gentilissime e brusche come un’ingiunzione legale. Domanda fatta e risposta data. Niente passione woke da quelle parti!
Stavolta mi sa però che siamo in totale disaccordo. No, carissimi amici di Feltrinelli non è vero che il futuro non è più negli Stati Uniti. È ancora lì con tutte le varianti che avete descritto. Solo che quel drammatico mondo che pare raccontarci la fine del futuro, è il futuro. Eccetto che ci fa paura.
Sull’economia resta n.1 al mondo. Gli Usa rappresentano solo il 4% della popolazione globale ma il 26% del Pil mondiale e oltre metà delle aziende leader. Nel 2025 la crescita è stata del 2%, trainata da forte produttività. Per il 2026 si prevede un’accelerazione modesta grazie a politica fiscale espansiva e tagli ai tassi.
American nightmare
L’innovazione rimane, però, il punto più forte – ed è la tendenza che ci fa vedere il futuro: dal 1776 gli americani hanno creato o sostenuto 76 delle 100 invenzioni più importanti, dagli smartphone all’IA generativa.
Dati positivi. Ma, la verità che questi numeri raccontano deve essere misurata con altri numeri. Quelli che misurano gli umori del popolo americano che non coincidono con i numeri che abbiamo riportato.
Nonostante il Pil pro-capite sia 6 volte quello cinese e registri il +30% rispetto a Regno Unito o Germania, nel paese cresce il pessimismo: solo il 38% pensa che “i giorni migliori” siano davanti. Il 78% dice che l’American Dream è più difficile di una generazione fa. Ci sono preoccupazioni per debito pubblico, infrastrutture, istruzione, disparità di reddito e deindustrializzazione.
Potremmo azzardare una semplificazione per capire questo pessimismo: una potenza che si indebolisce sembra togliere a un intero paese quell’agio psicologico che dà il sentirsi dalla parte del giusto, della ragione e del progresso, appunto il futuro. Lo scossone di questa perdita produce incertezza, ansia e infine, in quel terreno di battaglia che è la società americana, risentimento: perché è capitato a me, chi ha rubato le certezze, chi ha fallito?
Molti descrivono gli Usa come un paese “diviso in livelli di privilegio, accesso, influenza”. La “Cultura della Critica” è diventata quotidiana. Il 66% degli americani è almeno “abbastanza orgoglioso” del paese, ma solo poco più della metà è ottimista sul futuro della democrazia. Molti giovani non considerano “essere americano” parte centrale della propria identità.
L’epoca del risentimento
Cosa produce questo clima? “Risentimento” è la parola che oggi in Usa è una delle più usate in politica. Sì, perché nella crisi americana non si parla più oggi di classi, bensì di identità. O meglio di identità cancellate.
Certo la crisi attuale ha a che fare con il denaro. Quando si parla di crisi di sfiducia si pensa a salari non più in movimento, futuro scolastico dei figli, il divario che avanza. Curiosamente alcune delle discussioni più amare in Usa hanno a che fare con il fatto che i giovani Usa della classe media (in Usa nella classe media sono considerati anche gli operai) non hanno oggi la possibilità di comprare la propria casa a 30 anni. E vigorosa è anche la discussione sul senso del proprio lavoro: insomma, la crisi della società americana è anche quella del valore di ogni cittadino. In una società individualistica, affezionata sia all’idea di essere misurati dal proprio successo che dal proprio contributo alla crescita del paese, non è solo un disagio psicologico. È la fine del proprio ruolo, cioè del proprio valore intimo. Per questo vale per ogni soggetto: che sia il suo lavoro manuale o intellettuale.
In questo senso si può dire che l’America di oggi è definita da dinamiche del tutto nuove. Il mondo in cui si muove è dominato da un altro “bene”. Non è più l’acciaio che ha definito il grande sviluppo iniziato nell’800 e durato quasi due secoli. Sono le nuove tecnologie il materiale che sta dando forma al futuro. Trainano il valore del denaro, il cambio del sapere da acquisire, e definiscono i rapporti sociali.
Purtroppo, le tecnologie sono una creazione elitaria. È stata inventata da pochi e interpretabile da un numero ancora ristretto nell’accesso – cose che hanno cambiato non solo il costo della vita, ma la funzionalità e il modo di usare il sapere.
Il futuro non è un’alternativa
Questa è la nuova America di Donald Trump. Ma guai a pensare che l’abbia inventata e promossa lui. Semmai Trump ne è il promotore al fine di fare del suo ruolo quello di un Presidente che risponde a queste tensioni aumentando il disagio sociale. Dare a Trump il padrinato dell’America attuale oscurerebbe la grandezza e la gravità del processo in corso in Usa e significherebbe immaginare che finito il secondo turno di Trump tutto tornerebbe normale. I riflessi autoritari delle nuove definizioni di America hanno riscontri in tutto il mondo, a cominciare dall’Europa che essa stesse conosce una drammatica deriva a destra.
La verità con cui dobbiamo dunque fare i conti, cari amici della Feltrinelli, è ben peggiore: il futuro è quello che vediamo quando apriamo le finestre, ed è così selettivo, così veloce, così impossibile da viverci, da voler farci richiudere definitivamente i vetri, e ritornare in cucina a prenderci un’altra tazza di caffè. Sperando in Rossella O’Hara: “domani è un altro giorno”.
