«Parecchia rabbia. Molta confusione. Poca felicità». Così Roberto Festa, nel suo L’America del nostro scontento, raccontava nel 2017 l’America all’indomani della vittoria di Donald Trump.
Dieci anni dopo non ci sono molte differenze, solo che il processo di scollamento e di conflitto si è molto acuito.
Ci sono due narrazioni di America. La prima indica una separazione dal sogno. La seconda si propone come l’annuncio di un nuovo mondo possibile. La prima ritiene che America e futuro non si declinino più. La seconda pensa che occorra dare forza a un sogno che si è smarrito, liberandosi della zavorra.
La fine del sogno americano
Cominciamo dalla prima narrazione.
Internazionale della settimana scorsa propone un testo dal titolo Anche i ricchi fuggono, ripreso da The Economist. Dagli Stati Uniti, scrive l’articolista, scappano in molti perché lì non vedono ipotesi di futuro né condividono il futuro che viene proposto.
Contemporaneamente, chi oggi va in America investe in termini del proprio futuro privato, ma non ritiene che quella scelta rappresenti un investimento di vita lì: la vede, più modestamente, come un’opportunità per pensarci dopo. Dovunque.
Dunque, due dimensioni si sono dissolte rispetto al secolo scorso.
- “Darsi un futuro lì” è un’immagine che si è eclissata. Non dico che non potrebbe risorgere, semplicemente non è nell’offerta o nelle aspirazioni del tempo presente.
- Quella voglia di futuro non sembra collocarsi in America nemmeno per quelli che hanno molto e pensano al futuro come perpetuazione e garanzia del proprio presente.
Nel frattempo si scappa dall’America. Ovvero: si va via per non retrocedere.
Non è solo un’emigrazione politica, ma anche economica.
Nel suo 250° anno, l’America, da terra di immigrazione, sta diventando un paese di emigrazione?
Il fenomeno è in crescita da anni, alimentato dall’aumento del costo della vita e dalla ricerca di luoghi più tranquilli, specialmente in Europa (Portogallo, Grecia e Cipro, prima di tutto). Favoriscono questa tendenza l’espansione e l’ascesa del lavoro a distanza.
L’altra America: il progetto neoreazionario
Consideriamo ora la seconda narrazione.
A partire dal 2010, negli Stati Uniti è emersa una nuova controcultura politica di estrema destra, un movimento intellettuale che si definisce “neoreazionario” o “Illuminismo oscuro”. Illuminismo oscuro è il titolo di un libro che Arnaud Miranda, professore a Science Po di Parigi, ha pubblicato di recente e che consente di capire che cosa sia l’America di oggi proprio attraverso un viaggio in questo mondo.
Sostiene Miranda che, nelle sue componenti più significative, questa realtà non ricalchi il modello della Alt America di Steve Bannon, su cui si è caratterizzato il profilo politico-culturale della prima presidenza Trump (2016-2020). I neoreazionari pensano che il futuro sia possibile decomponendo la sovranità popolare e, al tempo stesso, abbandonando la democrazia.
Un profilo politico in cui il sogno non è una società eguale, ma una società fondata su gerarchie rigide. Meglio: solide. Maschilismo, tecnocapitalismo, biologismo.
Un profilo che Alessandro Mulieri aveva descritto pochi mesi fa nel suo Tecnomonarchi. Per questo mondo — che ritroviamo anche nelle riflessioni di Peter Thiel — America significa rilanciare il mito di una libertà senza vincoli, considerata la premessa indispensabile per avere un futuro.
Un mondo che guarda a quelli che si riconoscono nella prima narrazione come a un ingombro, comunque a un peso. Meglio se se ne vanno. Non si meritano l’America. Senza di loro, fare futuro sarà possibile
