AI, potere e controllo: la traiettoria del dominio tecnologico


Articolo tratto dal N. 92 di Via dagli Stati Uniti Immagine copertina della newsletter

Le origini dell’AI e la centralità americana

1956. Al Darmouth College, New Hampshire si tiene la Summer Research Conference on Artificial Intelligence. Partecipanti: una ventina di studiosi di fisica, matematica, cibernetica, computer science, scienze neurali. Tutti americani, tranne tre (due inglesi, un tedesco) emigrati negli Stati Uniti. Nomi noti come Marvin Minsky, John Nash, Herbert Simon, Claude Shannon (a lui è ora dedicato Claude di Anthropic).

Sono loro che inventeranno gli algoritmi, e le macchine intelligenti del futuro che è oggi. L’inglese Alan Turing, padre delle macchine intelligenti, era morto da poco. Cinque anni prima si era svolta un’analoga riunione in Europa: Les Machines à Calculer et la Pensée Humaine, Parigi, 1951. I partecipanti: francesi, tedeschi, inglesi, americani (due di loro saranno poi a Darmouth). Ma la Conferenza di Parigi non diede risultati.

Da allora, l’AI è americana e tale rimane nei decenni successivi. Non che tutti gli scienziati di AI siano americani (si pensi a Carl Adam Petri in Germania): ma è lì che essa domina. L’incontro tra scienze dell’artificiale e tecnologie militari è alla base di questo dominio. Nella Silicon Valley è il centro del mondo. Che ha attratto i creativi di ogni disciplina da tutto il pianeta, soprattutto dall’Europa: una colossale translatio imperii.

Visioni del futuro e nascita dell’assistente intelligente

L’Europa resta alla finestra. La recente comparsa della Cina non sfida il primato americano ma si dedica alla diffusione. Molti imprenditori AI sono del resto cinesi-americani.

1970. Esce il libro di Alvin Toffler, Future Shock. Parla del futuro, e di AI. Parla di OLIVER, un nome che viene da Oliver Selfridge, l’inglese-americano anch’egli a Darmouth. Toffler scrive di “OLIVER*, che alcuni esperti informatici stanno cercando di sviluppare per aiutarci a gestire il sovraccarico decisionale. Nella sua forma più semplice, OLIVER sarebbe semplicemente un personal computer programmato per fornire all’individuo informazioni e prendere decisioni di minore importanza.

Con l’evolversi dei sistemi informativi computerizzati, attingerebbe a un patrimonio mondiale di dati archiviati in biblioteche, archivi aziendali, ospedali, negozi, banche, agenzie governative e università. Tuttavia, alcuni informatici vedono molto oltre. In teoria, è possibile costruire un OLIVER in grado di analizzare il contenuto delle parole del suo proprietario, esaminare le sue scelte, dedurre il suo sistema di valori, aggiornare il proprio programma per riflettere i cambiamenti nei suoi valori e, in definitiva, gestire per lui decisioni sempre più complesse”.

Thiel e la macchina del controllo globale

2003. Peter Thiel, nato in Germania cresciuto in California, studente di filosofia a Stanford, legge Renè Girard, Leo Strauss e Carl Schmitt: il meglio del pensiero conservatore europeo. Diventa un investitore dell’industria tech, finanzia Facebook, crea PayPal. Nel 2003 crea Palantir, che fa analisi dei Big Data ed è l’impresa di punta della sorveglianza tecnologica civile e militare americana, 4 miliardi di ricavi annui e come clienti tutte le principali aziende del Paese, ma soprattutto il Dipartimento della Difesa e l’esercito americano.

Per mantenere il vantaggio sui nostri avversari, sostiene Palantir, bisogna fornire software veloci a ogni livello della difesa. Palantir ha creato la piattaforma Gotham, finanziata dal fondo In-Q-Tel della CIA. È stata adottata da tutte le amministrazioni americane senza soluzione di continuità, nella gestione dell’informazione del Covid, in Ucraina e a Gaza.

Sono nelle mani di Palantir tutte le infrastrutture di tecnologia dell’informazione per il comando e controllo militare a ogni livello e dipartimento.

Il software è un sistema d’arma, che permette di vigilare «dal cielo fino al fango», di orchestrare la forza di combattimento, di ottenere la superiorità militare guidata dall’AI. Elabora enormi quantità di dati provenienti da fonti diverse, alla ricerca di entità (persone, veicoli, organizzazioni, scuole, residenze…) collegate ad eventi (arresti, attacchi). Il risultato operativo sono istogrammi, mappe, esplorazione di oggetti.

Si agisce mediante i software sulla dotazione del singolo soldato, sul terreno (incluso lo spazio), su ogni mezzo in condizioni estreme (droni, aerei, robot, satelliti). La forza di Palantir sta nell’integrazione a ogni livello dei dati, che permette a molte migliaia di utenti dell’esercito americano di accedere e operare. Lo stesso vale per intelligence e anti-immigrazione (ICE). Ad opera di Thiel la società della sorveglianza diventa qualcosa di concreto, operativo. È un’enorme, globale «laboratorio del controllo».

Crisi del dominio e futuro dell’AI

Il dominio americano, cui Thiel lavora, è però largamente in crisi. L’emergere di un mondo multipolare ha visto gli Stati Uniti impreparati, politicamente e culturalmente. Si affidano alla “strategia della negazione”: contenere l’avversario (Cina) attraverso alleanze militari e politiche in grado di limitarlo. Ma proprio questo non sta avvenendo: dall’Europa al Medio Oriente all’Asia, l’America non è più in grado di fare alleanze.

Soprattutto all’interno le condizioni del dominio si stanno sfaldando. La creazione di una classe dirigente di alto livello nelle migliori università, la attrazione di giovani talenti dal mondo, l’autorità morale derivante da checks and balances durati due secoli e mezzo: questi tre pilastri sono sotto attacco. Le università sono ora “il nemico”. Gli immigrati vengono respinti. I sistemi di controllo, manomessi.

Resiste il primato tecnologico: i “grandi” dell’AI. Fino a quando? Nel passato i breakthrough sono stati fatti da giovani ricercatori con pochi finanziamenti, in ambienti piccoli e organizzazioni decentrate e flessibili. Poi destinate a crescere: come la Apple di Steve Jobs. Erano spesso immigrati i fondatori delle imprese: Peter Thiel, Elon Musk (Tesla e SpaceX), Jan Koum (WhatsApp), Max Levchin (PayPal), gli Amodei (Anthropic), Ilya Sutskever (OpenAI). Sarà anche questo passato abbandonato, nell’epoca dei pochi monopolisti? E dove andranno le “anime creative”? Forse in Europa e nei Sud del mondo?

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