No Kings, America First e l’eredità della Rivoluzione americana


Articolo tratto dal N. 92 di Via dagli Stati Uniti Immagine copertina della newsletter

Nel 1941, il visionario giornalista e fondatore di Time Life Henry Luce scriveva un lungo saggio per spronare gli Stati Uniti a entrare in guerra contro il NazismoIntitolato “The American Century”, il saggio presentava i tratti della futura egemonia americana. “[Il nostro internazionalismo]” scriveva Luce, “deve fondarsi sulla condivisione con tutti i popoli del nostro Bill of Rights, della nostra Dichiarazione d’Indipendenza, della nostra Costituzione, dei nostri magnifici prodotti industriali, delle nostre competenze tecniche. Deve essere un internazionalismo delle persone, fatto dalle persone e per le persone (of the people, by the people and for the people).”  

Il testo di Luce riassumeva meglio di molti documenti politici l’essenza del progetto di potenza degli Stati Uniti: un piano di costruzione di un’egemonia di tipo nuovo, finalizzato sì a promuovere crescita economica e rafforzamento politico globale, ma interessato anche a una più minuziosa opera di penetrazione culturale e sociale del mondo intero. Si trattava di un piano che sublimava l’implicito eccezionalismo del sistema politico-culturale del paese, convinto che gli Stati Uniti fossero una “città sulla collina”, per usare la famosa espressione del colono puritano John Winthrop: un faro di civiltà a cui tutti guardano come esempio di virtù.

Gli Stati Uniti avrebbero guidato il resto del mondo sulla strada dei diritti, della crescita culturale e della prosperità economica, forti della loro economia e della loro cultura fenomenale.   

Il 25 giugno 2026, parlando all’inaugurazione della Great American State Fair che ha dato inizio alle celebrazioni del duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato:  

“Oggi abbiamo la più grande economia del mondo. Abbiamo il più forte esercito al mondo. Abbiamo la tecnologia più potente al mondo. Abbiamo la più grande cultura al mondo. E, soprattutto, abbiamo la migliore gente del mondo. La migliore. Questa sera, alla vigilia dei 250 anni della nostra indipendenza, sono entusiasta di annunciare che l’America è tornata.”  

Stessa esaltazione dell’unicità americana che si trova in Luce, ma orizzonte politico del tutto diverso. Quello che per il fondatore di Time Life era un eccezionalismo espansivo, finalizzato alla diffusione del bene comune, orientato al principio che il successo dell’America sarebbe venuto dalla capacità del paese di far crescere a pari passo il resto del mondo, per Trump si trasforma in un’esaltazione nazionalista di potenza. “Siamo rispettati da tutti. Nessuno ci sta più deridendo,” dice poco dopo nello stesso discorso Trump.

Per il presidente americano, come spiegato in questo e in altri interventi, i rapporti internazionali sono un gioco a somma zero, in cui se gli altri vincono, devono necessariamente perdere gli Stati Uniti. In questo universo transazionale, è impensabile l’idea di costruire un’egemonia distribuendo fondi a pioggia o garantendo protezione a paesi terzi con la propria potenza militare. 

Dove Luce scriveva che “per ogni dollaro speso in armamenti, bisogna spendere almeno dieci centesimi in uno sforzo gigantesco per nutrire il mondo intero”, l’amministrazione Trump taglia i fondi di USAID, condannando a morte decine di migliaia di persone nelle nazioni più povere del mondo. Dove Luce si augurava una leadership globale a guida americana, l’amministrazione Trump fa tutto quanto in suo potere per abbandonare a sé stesse organizzazioni come l’Onu o la Nato 

Le celebrazioni dell’anniversario della nascita della nazione permettono di intravedere i molteplici destini, le diverse proiezioni intellettuali e le più profonde divisioni in filigrana. Trump e MAGA proiettano sulla Rivoluzione americana il loro progetto politico. In una retorica celebrativa invero mai troppo esplicita, i padri fondatori vengono descritti come figure di rottura che hanno sovvertito l’ordine geopolitico del loro tempo per riprendersi la propria autonomia. Sono leader che mettono l’America al centro (“America First”), e che lo fanno a discapito di tutto e tutti. I padri fondatori “attraggono” Trump, perché sono uomini, sono un’élite potente, sono facoltosi e orgogliosi.  

Risponde a questa visione elitista e machista della rivoluzione la piattaforma No Kings, una larga coalizione di associazioni che ha dato vita alle più popolose marce di protesta nella storia del paese tra l’autunno del 2025 e la primavera del 2026. Risponde con l’idea di “We, The People”, le prime tre parole della Costituzione americana, a indicare che il paese è fatto del suo popolo, e che non vi è gruppo al di sopra dei propri cittadini che lo possa governare. Una visione inclusiva e dal basso, aperta alle tante ibridazioni della cultura americana, agli immigrati, alle persone di diversi gruppi etnici e razziali.  

La realtà è che il duecentocinquantesimo “compleanno” del paese arriva in un confusionario momento di passaggio per la storia dello stesso: il modello teorizzato da Luce è in pezzi, crollato sotto il peso delle proprie contraddizioni ancora prima che per la spinta finale che gli ha dato Trump. Ma non è chiaro cosa verrà dopo. La distanza tra le interpretazioni dei miti fondativi americani ci mette in guardia dall’interpretare questa crisi come il crollo dell’ideale di America in quanto tale: se crolla l’egemonia americana post-guerra mondiale non finisce il paese, la cui tensione ideale viene da molto prima e che ha già vissuto tante vite prima di arrivare alla sua incarnazione post-1945 come potenza egemonica globale. Trump e i No Kings ne saranno gli antipodi, ma si trovano su uno stesso spettro, chiaramente definito.

La distanza tra queste interpretazioni, anzi, ci spiega la durevole forza del mito fondativo americano: un modello ideale fortissimo, estremamente capiente, capace di sostenere molteplici punti di vista politici contemporaneamente. “I am large, I contain multitudes,” scriveva Walt Whitman nel 1891. Parlava di sé, ma la possiamo prendere come una descrizione fedele del paese. In questa molteplicità gli Stati Uniti continueranno a forgiare la loro peculiare storia. 

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