di Stefano Ballerio

per il percorso narrativo Cittadini del mondo


Il 29 agosto del 1914, poche settimane dopo l’inizio del conflitto, Romain Rolland pubblicò sul «Journal de Genève» una Lettera aperta a Gerhart Hauptmann che avrebbe avviato una serie di articoli, subito raccolti in un volume intitolato Al di sopra della mischia (Au-dessus de la mêlée), con i quali lo scrittore francese, ma trasferitosi a Ginevra, nella Svizzera neutrale, sarebbe divenuto un portabandiera del pacifismo e dell’opposizione al nazionalismo militarista. Hauptmann – poeta, drammaturgo e romanziere – aveva difeso l’azione dell’esercito tedesco in Belgio, minimizzando le violenze sui civili e le distruzioni di monumenti e adducendo le necessità della guerra. Rolland, che giudicava criminale la politica di guerra del governo tedesco ma assolveva il popolo «che la subiva e se ne faceva il cieco strumento», si rivolse a Hauptmann e agli intellettuali tedeschi perché dissentissero apertamente da quella politica e si schierassero invece per la civiltà: «Non faccio appello al resto del mondo contro di voi. Faccio appello proprio a voi, Hauptmann, in nome della nostra Europa».

Hauptmann risponde a sua volta sulle colonne della «Frankfurter Zeitung», il 12 settembre, e declina l’invito di Rolland: condivide il dolore del suo interlocutore per la perdita dei monumenti e per il pericolo della civiltà europea, ma solo «in termini generali». La visione di Rolland è confusa e distorta, non riconosce che la Germania era accerchiata e minacciata dalle potenze dell’Intesa, crede ingenuamente alle menzogne della stampa occidentale, trascura che i francesi uccidono non meno dei tedeschi, ignora forse che «la guerra è la guerra».

Il 15 settembre, ancora sul «Journal de Genève», Rolland pubblica un nuovo articolo – Al di sopra della mischia – e insiste sul dovere degli intellettuali di promuovere la pace: «noi abbiamo un altro compito, tutti noi, artisti e scrittori, preti e pensatori, di tutte le patrie. Anche una volta scatenata la guerra, è un crimine per l’élite compromettere l’integrità del suo pensiero». Gli intellettuali non devono ridursi a servire le politiche di guerra dei paesi belligeranti. «Élite europea, – prosegue Rolland – noi abbiamo due città: la nostra patria terrena, la città di Dio. Dell’una, siamo gli ospiti; dell’altra, i costruttori. Diamo alla prima i nostri corpi e i nostri cuori fedeli. Ma nulla di ciò che amiamo, famiglia, amici, patria, nulla ha diritto sullo spirito. […] Il dovere è quello di costruire […] le mura della città dove devono raccogliersi le anime fraterne e libere del mondo intero». Gli intellettuali non devono servire la patria, ma l’umanità.

Nelle parole di Rolland, che in Svizzera avrebbe anche partecipato alle attività della Croce Rossa e alle iniziative di soccorso ai prigionieri di guerra, torna l’idea umanistica di une repubblica delle lettere i cui membri devono servire la causa della verità e della giustizia e insieme si afferma l’idea, caratteristica della modernità, che ciò significhi prendere posizione contro le forze della politica e della storia. È una presa di posizione coraggiosa, nei primi mesi della mobilitazione totale, e Rolland deve affrontare insieme le accuse di tradimento dei propri connazionali e le risposte degli intellettuali tedeschi che rifiutano le sue tesi.

Nelle Considerazioni di un impolitico (1918), Thomas Mann ironizza sul «soave Rolland» e sul suo libro che vorrebbe essere «al di sopra della mischia» e invece vi partecipa, secondo Mann, con le accuse che rivolge alla Germania. Mann, di cui Rolland aveva criticato le prese di posizione nazionaliste dei Pensieri di guerra (1914) e di Federico e la grade coalizione (1914), si impegna in una lunga riflessione su Kultur tedesca e civilizzazione occidentale e riafferma le ragioni morali della Germania nella guerra presente. Il suo pensiero è nietzscheano e schopenhaueriano e condivide almeno in parte le posizioni di quella che Hugo von Hoffmansthal, nel 1927, avrebbe chiamato la «rivoluzione conservatrice» tedesca: affermazione di conservatorismo e nazionalismo contro il «progresso» democratico e liberale che, venuto dall’Europa occidentale, minacciava di distruggere l’identità germanica. E si possono negare le responsabilità delle democrazie dell’Intesa? «Colpevole dello stato attuale dell’Europa, della sua anarchia, della lotta di tutti contro tutti, di questa guerra, – scrive Mann nelle Considerazioni – è la democrazia nazionalistica», che antepone l’interesse economico a qualsiasi altro fine e usa la guerra come strumento per i propri scopi economici.

Così gli scrittori europei prendono posizione per l’uno o per l’altro paese, per la pace o per la guerra, per il nazionalismo conservatore o per la democrazia liberale e si espongono agli attacchi di chi sostiene la parte avversa, politica o ideologica, o dei propri connazionali, se contestano il nazionalismo e il militarismo trionfanti. Anche la scelta di restare fuori della mischia e coltivare le lettere ignorando la tempesta non sembra molto agevole: nel tempo della mobilitazione totale, la colpevolizzazione di chi si mostra indifferente ai destini della nazione è immediata. Prendere posizione, e difendere la posizione presa, è ormai una necessità imposta dalla storia.

Stefano Ballerio
Ricercatore del progetto “La Grande Trasformazione 1914-1918”

 

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