Direttore della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

“Se sembra impossibile, allora si può fare”.

Lo ha detto la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen in occasione del “discorso sullo stato dell’Unione”, un appuntamento ormai atteso per un bilancio sull’operato di questi anni e per un annuncio sulle linee strategiche che orienteranno i lavori delle istituzioni europee. Un appello a realizzare quello in cui si crede, che si unisce a un altro passaggio del discorso, là dove von der Leyen invita gli europei a riscoprire l’orgoglio di appartenere a una comunità che ha saputo restare unita di fronte allo choc della pandemia e che unita ha tracciato la rotta per la ripartenza. Ricordiamo anche le parole di Papa Francesco nei suoi diversi messaggi indirizzati ai Capi di Stato Europeo: “L’Europa deve ritrovare gioventù, sicurezza e speranza”.

 

Non perdere lo slancio ideale, tornare con coraggio a progettare il futuro dell’Unione, a beneficio della nuova generazione europea. È un messaggio che ci sentiamo di sostenere e rilanciare, ma serve fare i conti con le crepe e in alcuni casi le voragini che solcano l’Europa. I mesi segnati dal Covid ci lasciano in eredità un continente ancora più solcato da diseguaglianze sociali, disparità territoriali, l’incremento del numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale (15,4 milioni di persone in più nel 2020 rispetto al 2019, per un totale di circa 91,4 milioni di persone, il 20,9% della popolazione europea).

Malessere sociale, dunque, ma anche tensioni politiche e crisi interne alla Ue, basti pensare al rispetto dello stato di diritto da parte di Paesi come la Polonia e l’Ungheria, o alla gestione condivisa della questione migratoria. Colpisce che a seguito della drammatica crisi afghana, mentre la popolazione civile si apprestava a lasciare il Paese, in diversi Stati dell’Ue, tra i quali Grecia, Polonia e Lituania, si alzassero muri per contrastare l’arrivo di «possibili flussi di migranti» dopo la caduta di Kabul.

E poi ancora: un’Europa che sia capace di reggere l’urto e anzi cogliere con visione le opportunità che possono discendere dalle due grandi trasformazioni che stanno già modificando i nostri modi di lavorare, produrre, consumare: la rivoluzione tecnologica e la transizione ecologica.

Le trasformazioni repentine e radicali di questo nostro tempo non possono essere fonti di nuovi e ancor più acuti divari.

Se le sfide che ci attraversano sono di portata continentale, agire esclusivamente all’interno delle proprie mura domestiche non basta. Per questo siamo convinti che lavorare insieme, in una dimensione di reciproco ascolto e confronto a livello sovranazionale, sia il modo migliore perché l’Europa torni a fare sentire la sua voce. Siamo a un punto della storia in cui le trasformazioni geopolitiche, gli impatti del cambiamento climatico e la rivoluzione digitale rischiano, se non governati, di destabilizzare le nostri fragili democrazie liberali. Rischiano di lasciarci in eredità una democrazia illusoria o, ancor peggio, la sirena convincente di modelli che democratici non sono e che, all’insegna del tutto e subito, smantellano secoli di conquiste economiche e sociali.

Occorre un coraggioso salto di immaginazione politica in cui chi ha il compito di prendere decisioni per l’interesse collettivo si deve intestare la responsabilità di attuare scenari evolutivi più giusti e inclusivi, a partire dal confronto con la realtà e le pratiche.

Verde, democratica, sociale, coesa, a misura dei bisogni e delle attese dei cittadini: ci sembrano questi i principi che possono ispirare la ripresa europea per un progetto politico comunitario che non si limiti a risvegliare il suo passato ma lo reinventi più solido, sostenibile e solidale.

E sono questi i principi che hanno ispirato Ok Europe, un viaggio in quattro grandi città europee che, a partire da Milano, prosegue a Barcellona, Parigi, Berlino e Bruxelles, con l’obiettivo di ricostruire una dimensione di fiducia e stabilità nei confronti dell’Europa. Un percorso di ascolto alla ricerca di modelli di governo locale esportabili nel resto del continente.

Un percorso pubblico e di ricerca assieme a esperti, comunità di pratica locali, speaker internazionali e policy maker attorno a quattro grandi priorità: città, lavoro, rappresentanza, transizione ecologica.

C’è una grande questione che connette prismaticamente questi quattro temi: la partecipazione democratica, non già nella sua accezione istituzionale, ma – come suggerisce Salvatore Veca – nella sua valenza sociale, come spazio delle voci di cittadinanza. L’Europa dei cittadini è per noi quella che riconosce a suo fondamento il diritto alla città, inteso come diritto a godere di un welfare minimo, quella dotazione di prerogative e protezioni, spesso frutto di conquiste di soggetti che si sono attivati per conquistare condizioni di vita più giuste. L’Europa che riscopre nel lavoro il vettore decisivo dell’inclusione sociale e della produzione di sviluppo equo verso una democratizzazione dell’economia e il disegno di un nuovo ruolo da parte dello Stato.

 

 

L’Europa che torna a riconoscersi nel principio dell’interesse generale grazie a una dinamica di rappresentanza che, da un lato, porti a emersione sofferenze e istanze di un corpo sociale eterogeneo e che, dall’altro, organizzi meccanismi di cooperazione sovranazionale adeguati a fronteggiare problemi che non possono trovare soluzione, come già anticipato, entro i confini dei singoli Stati. L’Europa, infine, che prenda sul serio gli imperativi della neutralità climatica e della giustizia ambientale. Centrali in questa prospettiva sono i programmi che costituiscono la dotazione finanziaria del Next Generation Europe ma occorre fare sì che la concretizzazione delle strategie sia frutto di azioni integrate: di pratiche, metodi e modelli innovativi che nascano dal coinvolgimento dei territori e delle comunità locali, delle attività economiche, della società civile, del mondo della ricerca.

Questo modello partecipato è espressione, al fondo, della volontà della nostra Fondazione di sostenere una domanda di buona politica: è per questo che il nostro viaggio parte da Milano – dalle crisi che solcano il tessuto urbano e dalle sue contraddizioni, ma anche dal ruolo che può tornare a reinterpretare in termini di ponte con l’Europa – e che, dopo un percorso di ascolto e raccolta di casi e buone pratiche, torna a Milano con il Colloquio Internazionale che chiude, il primo dicembre, la nostra Stagione di ricerca, Sarabanda 2021.

L’appuntamento del primo dicembre sarà l’occasione per provare a discutere insieme e con spirito riformista delle urgenze ma anche delle soluzioni che oggi si offrono per sostenere un’agenda europea sociale e progressista che ribadisca il valore delle nostre democrazie, tanto imperfette quanto indispensabili. L’agenda dei bisogni e delle risposte, delle ambizioni e della realtà: che non è ciò che abbiamo ereditato ma ciò che, a partire dalla storia che abbiamo alle spalle, siamo chiamate e chiamati a ricostruire ogni giorno.


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