Università di Amsterdam

Proponiamo qui un estratto del saggio di Robin CelikatesReinventare la cittadinanza: migrazione irregolare, disobbedienza e (ri)costituzione” pubblicato nel volume Per cosa lottare. Le frontiere del progressismo.


Quando nell’agosto del 1996 la polizia allontanò con la forza trecento migranti irregolarizzati , che avevano occupato la chiesa di San Bernardo a Parigi e si erano ribattezzati sans papiers, le proteste associarono due questioni fino ad allora considerate distinte nella consapevolezza pubblica: migrazione e disobbedienza. Facendosi ascoltare nello spazio pubblico e mettendo in discussione le nozioni di cittadinanza e di disobbedienza civile, questo movimento si trasformò velocemente in un esempio paradigmatico di mobilitazione politica dei rifugiati e di quei migranti senza documenti che chiedevano partecipazione politica. Étienne Balibar fu il primo a riconoscerne sia il significato filosofico sia la portata politica. Attribuendo a quel movimento il merito di ripensare la concezione di cittadinanza, non come status ma come pratica collettiva, scrive che i sans papier diedero all’azione politica una dimensione transnazionale di cui nell’era della globalizzazione si aveva disperatamente bisogno affinché si aprissero prospettive di trasformazione sociale e civile. I sans papier non si presentavano più solo come vittime, ma diventavano una parte attiva della politica democratica: chi non contava né come cittadino né come agente politico sviluppava una nuova forma di cittadinanza che prometteva di essere più adeguata a una costellazione politica che va oltre i confini dello stato-nazione.

Da allora, discutendo – e così politicizzando – sia le assunzioni comuni e spesso non problematizzate sui confini territoriali e le barriere di accesso alla condizione di cittadino sia gli sforzi, sempre più restrittivi, di regolare le entrate da parte degli Stati tanti individui e gruppi hanno seguito le orme dei sans papers. Recentemente due esempi di disobbedienza mossa dal problema migratorio hanno guadagnato l’attenzione internazionale sullo sfondo della cosiddetta “crisi dei rifugiati”, che poi in realtà è una crisi dell’interpretazione statalista dei confini e delle migrazioni. Si ricorda il caso dei rifugiati tenuti bloccati alla stazione Keleti di Budapest. Quelli stessi che nel settembre del 2015 decisero di marciare verso il confine austriaco, esortando così il governo tedesco ad aprire i confini. Penso anche all’esempio di Cédric Herrou, contadino francese e membro dell’associazione Roya Citoyenne a cui venne concessa una sospensione condizionale della pena per aver dato riparo e aiutato dei migranti irregolarizzati ad attraversare il confine italo-francese. In Italia ricordiamo la mobilitazione di cittadini, sindaci e migranti contro il decreto Salvini.

Questi esempi sono accomunati dal fatto che uomini e donne qualunque usano il linguaggio della cittadinanza dal basso e della disobbedienza civile per descrivere tanto le loro tangibili azioni di resistenza all’esclusione e all’invisibilità quanto la battaglia per il riconoscimento politico.

Qui propongo la concettualizzazione della migrazione irregolarizzata – vale a dire l’atto di attraversare irregolarmente dei confini statali da cui deriva lo status di migrante irregolare – come una forma di disobbedienza civile che manifesta una tipologia peculiare di potere costituente, il potere di creare e ricreare i confini e le categorie dell’appartenenza attraverso la loro politicizzazione.

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È importante che questo modo radicale e radicalmente democratico di concepire la disobbedienza civile rimanga “civile”. Ma, contrariamente alla concezione diffusa della parola “civile” nei termini di un’attitudine borghese, civilizzata, di buone maniere, educata e rispettabile, la civiltà è qui concepita come propria dell’azione politica a confronto con quella militare: la disobbedienza civile è una pratica di soggetti politici – cittadini, ma anche chi è governato o soggetto non riconosciuto come cittadino – che vogliono riconfigurare la cittadinanza e le relazioni politiche più in generale. In tal modo si presuppone un legame civile con l’avversario, indebolito o contestato che sia, che rende questa visione incompatibile con il tentativo di distruggere o escludere per sempre un nemico dalla comunità politica.

Questa concezione di civiltà richiama un’idea di legame civile che è più ampia rispetto alle concettualizzazioni tradizionali del legame civile in termini di legami di cittadinanza (formale). Se l’essere un membro riconosciuto della stessa comunità politica è certamente un modo politicamente forte di intendere questo legame, tale appartenenza non è solo riducibile alla cittadinanza formalmente intesa. Ci sono infatti membri della comunità che sono relegati in una sorta di sala d’aspetto, costantemente in procinto di ottenere lo status di cittadini che, mentre rende sempre più difficili le condizioni per ottenere il riconoscimento formale, lo stato potrebbe mantenere come una promessa. C’è poi chi non siede nemmeno nella sala d’aspetto, ma che rimane nel buio di una vita senza appartenenza.

E, ancora, ci sono modi di pensare il legame civile che superano la comunità politica come un’unità temporalmente e spazialmente circoscritta. Nell’ambito dell’estensione spaziale e temporale del legame civile, si pensi a quanto messo in evidenza dal recente attivismo di migranti e rifugiati. L’attivismo richiama un nesso che va oltre il legame strettamente civile tra cittadini dello stesso stato. È civile in un senso ampio poiché unisce il destino dei migranti e dei rifugiati a quello dei cittadini degli stati più ricchi attraverso modalità che sono storicamente profonde – specialmente quando questi paesi sono economicamente e politicamente connessi. In queste lotte, in risposta a un discorso pubblico per il quale migranti e rifugiati sembrano arrivare dal nulla e per ragioni lontane da ognuna delle comunità politiche d’approdo, si invocano sia circostanze e continuità storiche sia durevoli forme di dominio economico e politico oltre lo stato nazione.

Si può dare luogo a quest’ignoranza pubblica – una forma di ignoranza motivata che Charles Mills ribattezza come global white ignorance – solo tralasciando l’intreccio tra colonialismo e imperialismo di cui siamo immancabilmente parte. Per quanto il nesso di civiltà che risulta da tali intrecci possa anche essere più tenue di quello tra membri della stessa comunità politica, rimane comunque difficile rifiutare che imponga delle responsabilità su cui fondare un argomento politico da ritenersi civile. Le esperienze e le pratiche dei migranti formano così la base da cui possiamo concepire un “cosmopolitismo dal basso”.

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Su questo sfondo, perché rivela ingiustizie globali che spesso sono nascoste dalla nostra visuale, la disobbedienza civile transnazionale gioca anche un importante ruolo epistemico.

L’attraversamento irregolarizzato delle frontiere può anche servire a mettere in evidenza contesti storici e continuità davanti alle amnesie diffuse tra i discorsi politici per cui migranti e rifugiati sembrano arrivare dal nulla e per ragioni che sono totalmente disconnesse rispetto alle comunità di approdo – una prospettiva che è possibile solo ignorando il passato coloniale, il presente e le storie imperiali di paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, e Germania. Slogan come “Noi non abbiamo attraversato i confini, i confini hanno attraversato noi” e “Noi siamo qui perché eravamo/siamo là” sottolineano questa connessione storica e le sue implicazioni politiche, ricordando, sia nel passato sia nel presente, il “noi” del mondo occidentale, nell’impegno e nell’agire, nella produzione di condizioni per cui donne e uomini prendono la decisione di migrare e fuggire – tali circostanze non sono spuntate dal nulla, e non sono il risultato di processi davanti ai quali siamo stati solo osservatori passivi. E ancora, l’attivismo dei migranti ricorda a chi possiede un passaporto tra quelli in cima alla classifica “Global Passport Power Rank” che il regime dei confini, proprio perché è enormemente stratificato per classe, razza, genere, e poiché opera sotto il duraturo effetto di imperialismo, colonialismo e dei regimi attuali di irregolarizzazione, non traccia uno spazio omogeneo dove donne e uomini si muovono secondo la stessa logica. La disobbedienza a livello transnazionale, seguendo una distinzione proposta da Leslie Green (2006), può essere vista non solo come un mero correttivo, ma anche come un atto costruttivo e costituente: non solo vuole ri-stabilire un accordo normativo precedente o una forma di regola che è stata rotta o indebolita, ma propone anche un nuovo accordo normativo o una tipologia di regola alternativa. A cosa questo accordo normativo possa assomigliare – oltre all’imperativo di rendere i confini molto più aperti – non può essere stabilito in anticipo, e dipende dal dispiegarsi dello stesso processo costituente.

Alla luce di queste considerazioni possiamo pensare la migrazione irregolare come il prodotto illegittimo di un regime globale dei confini e come una forma di protesta contro tale sistema – nei termini di una forma di disobbedienza civile che dà alla pratica e alla filosofia nuovi agenti, nuove pratiche e nuove obiettivi. Poiché comporta la ricostituzione della comunità politica e del senso di appartenenza formale – sfidando le interpretazioni del sé come un elemento del soggetto di auto-governo alla base dell’idea di potere costituito – offusca il confine tra, o offre un esempio di sintesi tra, disobbedienza civile e potere costituente. È questo il caso dei sans papiers, che occupano chiese e altri edifici, dei rifugiati, che attraversano i confini dell’Europa senza autorizzazione, di Cédric Herrou e Roya Citoyenne, che hanno dato supporto e solidarietà senza aver (ancora) generato un cambio radicale nelle modalità con cui l’Unione Europea e i gli stati membri regolano l’accesso ai loro territori e alla cittadinanza – infatti, la “lunga estate della migrazione” è stata seguita da un periodo di nativismo e insorgenza di destra, repressione e pratiche di confinamento. La sfida promossa dalla politicizzazione delle frontiere, comunque, rimane ancora in piedi, e ogni politica progressista che ignora il potenziale di ricostituzione, secondo modalità più democratiche, dell’ordine politico da parte dei movimenti di rifugiati e migranti lo fa a proprio pericolo.

 

 

 

 

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