Università di Gent

La crisi sanitaria provocata dalla pandemia COVID19, e la susseguente recessione economica ha avuto, ed avrà, negli anni a venire un impatto devastante sulle nostre società ed in particolare sui bambini e gli adolescenti, aumentando ancor più il divario tra coloro i quali hanno accesso a reti di protezione sociale, opportunità educative e color i quali ne sono invece privati.  Una disuguaglianza dagli effetti duraturi, perché è proprio durante i primi anni di vita che si formano le competenze (e la coscienza, civile, democratica, ambientale) essenziali per crescere, vivere, un mondo sempre più complesso, ma anche essere agenti del cambiamento dello stesso, verso società più giuste e sostenibili.

La rapidità dei mutamenti a livello globale, infatti, rende necessario rafforzare, tra gli individui,  non solo le competenze cognitive ‘tradizionali’ (ad esempio lettura, scienza e matematica), ma anche le  cosiddette competenze “non cognitive” – ad esempio , pensiero critico, problem solving, comunicazione e collaborazione, curiosità, iniziativa – e  la consapevolezza e la coscienza, sociale e ambientale, che consentono loro di plasmare, guidare tali cambiamenti, più che esserne spettatori passivi.

Tali competenze (e coscienze) si formano in larga parte prima dell’entrata nella scuola primaria. Ed anche le disuguaglianze. La distribuzione delle stesse infatti non è eguale, ed è largamente influenzata da aspetti ‘ereditari’, in particolare dalla qualità delle interazioni che un bambino ha con l’ambiente circostante. La povertà, l’emarginazione e l’esclusione sociale (delle famiglie di provenienza) incidono negativamente sugli stimoli che ricevono i bambini, generando divari, che si accumuleranno nel tempo, sia nell’acquisizione delle competenze utili al proseguimento del percorso educativo, o lavorativo, che della coscienza e consapevolezza social ed ambientale, e con essa, del ruolo di agente del cambiamento.

La trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze (dai genitori ai bambini, che da adulti trasmetteranno la privazione ai propri figli) non è né inevitabile né irreversibile. I programmi di educazione e cura per la prima infanzia, quali nidi, e scuole dell’infanzia, se di qualità, possono essere interventi efficaci per ridurre il divario nelle competenze, tra i minori e rafforzare la loro consapevolezza e coscienza civile, democratica ed ambientale. Gli effetti positivi di tale partecipazione perdurano durante l’adolescenza e fino all’età adulta, e sono particolarmente significativi per i bambini che vivono in famiglie socioeconomiche svantaggiate. Secondo uno studio recentemente condotto dalla Fondazione per gli Studi Progressisti Europei, “Towards a Child Union. Reducing Inequalities in the EU through investment in children’s early years”, i bambini europei che provengono da famiglie con reddito basso, ma frequentano il nido all’età di 1-2 anni, hanno circa il 15% in più di probabilità di raggiungere, da adolescenti, lo stesso livello di competenze (misurate attraverso i test PISA) dei loro coetanei.

Tuttavia, lo stesso studio, sottolinea l’importanza di integrare i servizi per la prima infanzia in un quadro di politiche di welfare e del lavoro volte a ridurre le disuguaglianze strutturali, in particolare quelle di reddito, tra le famiglie, attraverso la promozione dell’occupazione femminile, l’istituzione di un salario minimo, sostegno al reddito per i meno abbienti, politiche di congedi parentali. Questo, al fine di contrastare i fattori materiali determinanti la disuguaglianza tra i minori, ed anche garantire tempo e qualità dell’interazione tra genitori e bambini, elemento essenziale nello sviluppo dei questi ultimi.

Allo stesso tempo, è fondamentale non soltanto che i minori possano partecipare a programmi educativi e di cura nei primi anni di vita, ma anche far si che tali programmi promuovano da un lato le competenze del 21º secolo, dall’altro la coscienza civile e democratica dei bambini, ed il loro ruolo di agenti del cambiamento. La qualità dei programmi si misura quindi rispetto alla capacità degli stessi di emancipare i bambini (come l’educazione primaria emancipò le generazioni precedenti).

La chiave dell’emancipazione sta in un approccio pedagogico, che si basi sull’idea che la conoscenza non debba essere semplicemente trasmessa da un adulto ad un bambino, ma co-costruita. Un esempio in tal senso è il progetto educativo sviluppato a Reggio Emilia. Nel Reggio Children Approach, il contenuto e programma di apprendimento viene discusso e costruito con i bambini attraverso un processo democratico, che tiene conto dell’età ma anche delle diverse traiettorie educative, culturali e sociali del minore. L’apprendimento è sviluppato attraverso una serie di esperienze, giochi e attività ludiche in grado di connettere i bambini tra loro, prima di tutto, e con il “mondo esterno”, la famiglia, la comunità e la natura. Tale processo, inclusivo, perché ‘incontra il bambino’ nel suo percorso educativo (non lo forza a percorsi prestabiliti), rafforza le competenze di tutti i bambini, anche coloro i quali vengono da contesti svantaggiati, nonché la loro coscienza e consapevolezza sociale ed ambientale, ma anche quella degli educatori e dei genitori.

Inoltre, facilita la comprensione da parte dei servizi educativi del mondo che circonda il bambino, e con essa, favorisce le interazioni positive con altri servizi e politiche di welfare, al fine di costruire programmi efficaci di contrasto alle disuguaglianze strutturali.

Tali processi richiedono però una revisione del ruolo (e delle competenze) degli adulti che lavorano nei servizi di cura ed educazione per la prima infanzia (ma lo stesso potrebbe essere esteso agli altri gradi del sistema educativo). Un ruolo più di osservatori e facilitatori, in grado di comprendere (e rispettare) i bambini e la loro diversità, stimolare la naturale curiosità, promuovere la partecipazione e la cooperazione, anziché la semplice trasmissione di nozioni.

Un percorso di riforma educativo complesso, ambizioso, ma necessario, per contrastare le disuguaglianze, ed cambiare un modello economico e sociale, sempre più fragile ed inadeguato di fronte alle crisi, che tali disuguaglianze le alimenta. Un cambiamento possibile, che va costruito a partire dai bambini, con i bambini.

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