Il 30 novembre 1999 furono in migliaia a scendere nelle strade di Seattle, bloccandone gli incroci presto trasformati in teatro di duri scontri con la polizia. Erano migliaia e protestavano contro quei fenomeni che all’epoca, al di fuori degli ambienti alternativi e più critici, ancora in pochi coglievano nella loro complessità, nonostante già da un decennio stessero mostrando il loro lato oscuro. A Seattle si protestava contro il potere crescente di élite sentite come mondiali che, senza legittimità e sempre più distanti dal popolo, toglievano (e tolgono) influenza alle comunità, alla cittadinanza attiva, alle persone. I manifestanti si mobilitavano contro forze economiche e politiche tanto onnipresenti quanto intangibili che dall’alto imponevano quelle politiche neoliberali che, dalla fine degli anni Settanta in avanti, hanno solamente aumentato le disuguaglianze, sia all’interno delle comunità locali e nazionali, sia tra il Nord e il Sud del mondo.
Sin dagli esordi nel 1988 a Berlino, in reazione al meeting del FMI, passando per Parigi, Madrid e Londra nei primi anni Novanta, quello che poi divenne il Movimento di Seattle era animato da giovani che scelsero di sfruttare i meeting delle grandi istituzioni internazionali come piattaforma simbolica per convocare quanti si sentivano parte di una nuova generazione finalmente in movimento. Infatti alle azioni di protesta partecipavano forze diverse (anticapitaliste, anarchiche, autonome ed autogestite) il cui trait d’union trans-ideologico era quello di un sentimento comune di adesione ad una protesta specifica, per quanto non propriamente focalizzata, per la creazione di un mondo più equo, giusto e solidale. Gli incontri strategici successivi si concentrarono nel 2001, a Davos, a Napoli, a Göteborg e, naturalmente, a Genova in concomitanza con il G8. In questa occasione, vera e propria cesura per il Movimento No-Global, il livello dello scontro con le forze dell’ordine, già elevato a Seattle, aumentò in maniera drammatica, tanto che Amnesty International giudicò l’intervento violento della polizia come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”.
Da un punto di vista fenomenologico, quello concretizzatosi a Seattle era, nei fatti, un movimento estremamente inclusivo che consisteva, e lo si è visto soprattutto a Genova, di gruppi eterogenei con tradizioni e metodi di protesta radicalmente diversi. Questa caratteristica di trasversalità e contemporanea pluralità fu per qualche anno l’elemento che più di altri permise al movimento no-global di essere al centro del dibattito politico, diventando parte del linguaggio e della cultura mainstream. Tuttavia proprio i “fatti del G8 di Genova” determinarono, soprattutto per via della profonda polarizzazione mediatica attorno alla continua repressione delle sue varie forme, la successiva disgregazione del Movimento no-global (e non solo). Essa però non significò necessariamente una sua dispersione generale e quindi la sua fine, quanto una sua fluidificazione e individualizzazione, già presenti in nuce sia a Seattle sia a Genova. Vero però è anche che dopo Genova 2001 le grandi manifestazioni di protesta che negli anni Novanta ed i primi Duemila avevano portato alla ribalta delle piazze ambizioni e speranze di cambiamento, anticipando gran parte delle problematiche oggi diventate urgenze globali, si ridussero drasticamente di numero e dimensione, rimanendo per almeno un decennio eclissate rispetto alla scena politica e mediatica globale. Non va dimenticato in questo senso il ruolo avuto dagli eventi seguiti al 9/11 che negli USA comportò una successiva ulteriore militarizzazione dello spazio pubblico.
A dieci anni da quegli eventi si ebbe la prima conferma che la scomparsa del Movimento No-Global fosse stata solo una eclissi e non fosse stato spazzato via del tutto. Sebbene sotto altre forme, la sua tradizione la ritroviamo in quelli che possono essere a ragione considerati i suoi eredi 2.0, ovvero il movimento Occupy Wallstreet e, più recentemente, il Friday for Future guidato da Greta Thunberg. Animati da nuove generazioni di giovani, essi presentano infatti alcune differenze sostanziali che possono riassumersi nell’ulteriore globalizzazione delle istanze e nella graduale soggettivizzazione delle soluzioni ai problemi al centro delle proteste.
Nel novembre 2011 con Occupy Wallstreet scese in piazza, da New York a Madrid, da Francoforte a Milano un ideale (ed idealizzato) “99 per cento” della società globale, ovvero quella parte che se ne sentiva espressione ed avanguardia, per comunicare ai signori (e signore) della finanza globale, che essi non avrebbero pagato la crisi finanziaria di cui erano evidentemente responsabili.
Come quello di Seattle, anche il movimento Occupy è stato sicuramente un fenomeno di protesta globale fortemente segnato dalla trasversalità ideologica e dalla diffusione (per certi versi frammentazione) territoriale. A differenza del Movimento del 1999, quello del 2011 scelse però di superare la transitorietà dei grandi vertici mondiali, utilizzati come bersaglio e piattaforma di incontro, passando all’occupazione di luoghi simbolo e trasformando la mobilitazione in permanente. Rivolgendosi contro Wall Street, sintetizzato quale simbolo e motore delle disuguaglianze economiche e sociali nel mondo, la protesta diventava senza data di scadenza. Diffondendosi globalmente, sia nelle piazze reali che in quelle del cyberspazio, grazie e soprattutto ai social network ed ai nuovi media nel frattempo diventati di uso comune, la protesta diventava sempre attiva, sempre online. Ed è proprio in questo modo che Occupy riuscì ad accogliere in maniera molto più “emozionale ed estetica” dei suoi predecessori “anime” ancora più eterogenee di Seattle. Tuttavia furono proprio l’estrema orizzontalizzazione del movimento e soprattutto la sua emozionalizzazione (tratti distintivi dei movimenti sociali globali successivi) a determinarne la sostanziale fine. Indubbiamente il motore principale nell’adesione al movimento Occupy era sostanziata dai manifestanti nella protesta contro il divario economico e sociale provocato dalle politiche neoliberali dei decenni precedenti.

Se infatti durante la fase di Seattle la critica alla globalizzazione si sviluppava in un contesto generale che ne elogiava invece le prospettive di benessere, mobilità, pace e libertà, dal 2008 in avanti invece questo entusiasmo era generalmente già venuto, lasciando spazio nella società a scetticismo ed indignazione. In questo senso, soprattutto negli Stati Uniti, si mobilitarono tutti coloro che, condividendo la percezione di essere stati traditi rispetto alle proprie prospettive future dal dominante “1%” della società, potevano anche condividere il sentimento di esserne il restante “99%”. Di fatto quindi furono proprio i sentimenti condivisi di scandalo e di indignazione per le violazioni morali che tali politiche avevano generato a costituire il vero fil-rouge del movimento nelle varie piazze del mondo. L’emozionalizzazione delle istanze fu per Occupy un fattore tanto determinante per la sua diffusione quanto causa di evidenti difficoltà nello sviluppo di una piattaforma di azione programmatica concreta capace di portare la protesta ad un livello successivo (che infatti non ci fu). In questo senso infatti l’effetto principale della campagna Occupy non è stato quello di offrire soluzioni concrete alla crisi finanziaria (ed alle sue cause), quanto di portarla, attraverso l’indignazione per le dinamiche e gli scandali che l’hanno provocata, fuori da un contesto prettamente tecnocratico ed elitario. Tuttavia anche Occupy come i movimenti precedenti non è riuscito a trovare un vero e proprio spazio di interlocuzione con la politica e con le istituzioni globali, portando in qualche modo le proprie istanze nell’agenda globale. Ciò sembra invece essere il primo grande risultato del movimento giovanile Friday For Future che è riuscito invece a portare il tema ambientale (strettamente connesso a quello della critica alla globalizzazione) dalla nicchia ecologista in cui era relegato dagli anni Settanta, al mainstream dell’opinione pubblica mondiale, fino a provocare la reazione (quanto meno mediatica) delle élite economiche e politiche del pianeta, accusate di non fare abbastanza per salvarlo dalla catastrofe imminente.
A dieci anni di distanza da Occupy e venti da Seattle, pur con forme di protesta profondamente cambiate, FFF si colloca dunque nella stessa tradizione dei suoi predecessori, non da ultimo perché al momento esso rappresenta l’unico movimento, tra quelli occidentali, a criticare in prospettiva globale cause ed effetti delle dinamiche legate alla globalizzazione, in questo caso sull’ambiente e sul clima, rivendicando la necessità di trovare soluzioni altrettanto globali. Questa è una profonda differenza con quei movimenti tipo gli Indignados in Spagna o i Gilet Gialli in Francia, che solo apparentemente si muovono nello stesso solco critico. Al netto dei tratti comuni delle forme più recenti, quali indignazione ed emozionalizzazione del discorso, mobilitazione permanente e diffusa nonché individualizzazione delle sue forme, essi si distanziano infatti profondamente dalla tradizione no-global, non solo per una composizione anagrafica (come nel caso dei Gilet Gialli) che non vede i giovani in prima linea, ma soprattutto perché focalizzano la loro protesta solo sugli effetti (precarizzazione, migrazioni, diseguaglianze, retrocessione sociale) delle dinamiche politiche e finanziarie globalizzate proponendo soluzioni locali che non di rado sfociano in posizioni nazionali e nazionaliste, poco solidaristiche e molto più spesso comunitaristiche.
Al contrario invece, molto più di Occupy e del del Movimento No-Global delle origini, il movimento FFF è riuscito, nell’arco di un solo anno, a globalizzare definitivamente la protesta, sia nella stretta focalizzazione dei temi attorno ad ambiente e clima, sia nelle forme di mobilitazione (l’assenza da scuola), riuscendo per la prima volta (anche per la giovanissima età degli attivisti) a eliminare ogni forma di violenza. Da un lato FFF si presenta come un tipico movimento Grassroot con forti elementi di democrazia diretta, dall’altro però esso è più strutturato dei suoi predecessori. Passando dalla piazza social a quella reale, parallelamente ad un coordinamento generale che avviene principalmente attraverso i social-media ed i servizi di messaggeria online, in alcuni casi FFF si è però strutturato in gruppi locali (come in Germania) con un vero e proprio sistema di delegati. Ulteriori tratti di novità rispetto ad esperienze passate e, non di rado, di problematicità non possono essere tuttavia posti in secondo piano. Uno di essi riguarda l’impostazione tra il messianico ed il millenaristico del movimento. Messianico perché esso è estremamente imperniato sulla figura per certi versi salvifica di Greta Thunberg che, forse anche per questo si trova nel fuoco incrociato di critiche durissime. Millenaristico perché buona parte del discorso prodotto ha un’impostazione incentrata sull’indignazione morale e la critica (forse giustamente) catastrofista. In questo senso vanno intese sia le parole estremamente cariche emotivamente di Greta Thunberg (“Avete rubato i miei sogni e l’infanzia con le vostre parole vuote”), sia i cartelli spesso macabramente ironici sul “non abbiamo più tempo” che si vedono nei cortei in giro per il mondo. La problematicità di questo approccio sta nel fatto che, nonostante le solide evidenze scientifiche alla base del discorso prodotto del movimento, una parte considerevole dei suoi detrattori liquidano l’azione del FFF come irrazionale ed emozionale. Una ulteriore critica mossa al movimento riguarda le sue posizioni circa la necessità di assumere forme soggettivizzate di contrasto ai cambiamenti climatici, incentrate su di un radicale cambiamento dei comportamenti individuali e privati. È su questo punto infatti che viene imperniata la polemica, animata da singole personalità pubbliche e rilanciata dai media, circa la mancata formulazione diretta da parte del movimento di soluzioni per i problemi portati in evidenza. Al contempo però le istanze del movimento stanno sperimentando una penetrazione ed una accoglienza nelle agende delle élite globali inedite per questo tipo di movimenti. La Gran Bretagna, l’Irlanda, la Francia e la Catalogna ad esempio, così come molte città tedesche ed italiane, hanno proclamato durante il 2019 lo stato d’emergenza climatica. Tuttavia, se da un lato l’esperienza attuale sta riconfermando l’obbligo specifico da parte della Politica, intesa come sistema integrato di nazioni, istituzioni globali e scienza e non dei movimenti, di trovare soluzioni ai problemi globali, dall’altro però è un po’ svanita nel tempo, anche attraverso la soggettivazione di cui si diceva, una critica specifica al sistema capitalistico ed alle sue forme di produzione, ridistribuzione e consumo, dalle quali anche il discorso ambientalista non può esimersi e che, nelle auspicabili forme future del movimento no-global, andrebbe recuperata. Segni importanti in questo senso arrivano al momento da Hong Kong, dall’Ecuador ed Haiti, da Porto Rico, dal Libano e dal Cile, dove le rivolte e proteste in corso contro corruzione ed austerità contengono spesso una dura critica del capitalismo collegata alla lotta per un mondo più sostenibile.

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