Università Cattolica del Sacro Cuore

Pubblichiamo qui un estratto di Mauro Magatti contenuto nel libro a cura di Paola Piscitielli, Atlante delle città. Nove (ri)tratti urbani per un viaggio planetario, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli 2020.

Sicurezza viene da sine-cura, senza preoccupazione. Ci sono due modi per alleggerire la preoccupazione: delegare ad altri il compito di controllare, e così evitare di coinvolgersi, oppure “prendersi cura”, e in questo modo correre un rischio che paradossalmente riduce il pericolo. In fondo l’ospite (hospes) è il nemico (hostis) di cui ci si prende cura, riducendo la distanza e le ragioni di rancore.

Una società incapace di prendersi cura (dei bambini, degli anziani, dei più fragili) delega l’esercizio del controllo della sicurezza, nello stesso tempo chiamandosi fuori dalle condizioni che determinano lo stato di criticità. Una società dove l’altro diventa una minaccia. Così si corre il rischio di far diventare permanente quello che Agamben[1] chiamava “stato di eccezione”, dove la violenza (fisica, verbale, simbolica) è legittimata, così come la sospensione dei diritti più elementari, anche quelli conquistati nel tempo con fatica. Il rischio della disumanità è dietro ogni angolo della nostra vita quotidiana.

Non ci si prende cura del pianeta, non ci si prende cura delle persone: è questa la logica di quello che Stiegler chiama “populismo industriale” che ha creato le premesse per il populismo politico. Col problema che la società che non si prende cura è anche una società stagnante, dove alla fine prevalgono le logiche mortifere, la rassegnazione, la difesa contro gli altri, la violenza.

L’ossessione per la sicurezza tradisce un rifiuto della vita, mentre dichiara di proteggerla pretendendo di azzerare il rischio. Ma il “rischio zero” non esiste: è solo un’espressione ideologica, falsamente consolatoria e per di più incompatibile con la vita piena. Abbiamo ridotto il rischio alla sua faccia più negativa (il rischio di perdere qualcosa, in ultima istanza il rischio della morte) senza dimenticare che esso articola vita e morte in modo tale che la disponibilità ad accettare la perdita e la morte apre un orizzonte di “più vita”.

La città che sogna il “rischio zero” è una città morta.

Ecco dunque il punto di svolta: se vuole tentare di ripensarsi come un’entità viva, la città contemporanea – epicentro del nostro modello di sviluppo – ha il problema di invertire le spinte disgregatrici che la attraversano, lavorando per far tornare gli spazi di cui è costituita luoghi in cui diventa ancora possibile prendersi cura di sé, degli altri, dell’ambiente.

Tale ripensamento – che trova realizzazione in tante pratiche diffuse, che però non sono ancora diventate paradigma – implica il recupero e la re-istituzionalizzazione del “comune”.

Per quanto proprio tale termine sia ancora oggi usato per denominare i nostri municipi, col tempo il comune ha perso pregnanza, riducendosi per lo più al significato di pubblico – per intendere statale – lungo una deriva che ha svuotato il nesso tra il cittadino e la sua città.

Il comune, infatti, esiste solo come bene relazionale che ha senso e si valorizza proprio in quanto riferibile a una comunità (sia essa un territorio, un’associazione, un’impresa e così via). E in questo senso è l’opposto di quello che, in quanto di tutti, non è di nessuno. Qualcosa, cioè, di cui non ci si deve prendere cura, perché tanto “ci pensa lo Stato”.

D’altro canto, è altrettanto chiaro che privatizzare – termine che etimologicamente indica proprio la sottrazione a una dimensione collettiva – si definisce esattamente come un indebolimento della comunità cui si sottrae, in fondo, la sovranità.

In effetti, il futuro della città ha fondamentalmente a che fare col rovesciamento della spinta regressiva verso la sicurezza. Movimento che è possibile trasformando tale energia, che oggi si sprigiona in forma per lo più dissociativa, in una risorsa ricostituiva dei nostri tessuti urbani.

Ciò che è comune può infatti esistere e generare valore soltanto se tutti coloro che sono interessati se ne occupano.

È questo il passaggio successivo al concetto, più vago ma certo non meno importante, di “bene comune”, che rischia sempre di restare una bella formula senza contenuto. Poiché non è possibile che un cittadino si occupi di tutti i beni comuni di un’intera nazione, è ragionevole supporre che ciascuno sia interessato al territorio in cui si trova, in cui abita e per cui ha un interesse particolare: “non c’è un bene comune del quale possiamo assumerci la gestione o collaborare a essere se non c’è una relazione anche fisica. Non stiamo parlando solamente del grande museo, ma anche del parco cittadino, della biblioteca, del centro sociale, dell’ospedale, del presidio territoriale […] Insomma tutti quegli ambiti nei quali si può esercitare una cittadinanza attiva e imprenditrice in un’ottica di strutturare e consolidare il ben vivere”.[2] Visti in questo orizzonte, proprio il recupero e la re-istituzionalizzazione di ciò che è comune ha tutte le caratteristiche per diventare una delle leve essenziali per l’innovazione sociale urbana dei prossimi anni; un ambito decisivo per la produzione di nuovo valore; luogo di uno scambio positivo tra l’individuo e il suo contesto sociale; snodo di un rinnovato patto sociale intergenerazionale e di una logica economica che fa i conti con la sostenibilità.

Una via che può essere percorsa solo con e dentro le città. Perché più che di riforme legislative (pure importanti) ciò che serve è riuscire ad accompagnare e sostenere nuove “esperienze istituenti”, capaci di sperimentare nuove declinazioni di attenzioni anti- che (quali la mutualità e la solidarietà) e al contempo di tenere insieme ritorno economico, offerta di prestazioni e legami sociali.

È interessante osservare che, in questa prospettiva, l’avvento della società digitale può diventare una piattaforma utile per nuovi modelli di co-produzione e di co-consumo. È l’idea cara a Bernard Stiegler, il quale parla di un’economia della contribuzione che trova nella rete digitale l’infrastruttura tecnologica indispensabile per creare ambienti lavorativi dinamici e plurali in cui si partecipa direttamente al prodotto che in seguito si utilizza, divenendo allo stesso tempo produttori e consumatori. È proprio grazie all’evoluzione che passa attraverso il digitale che c’è la possibilità di far diventare il prodotto un oggetto attorno al quale far nascere una comunità di mutuo interesse. All’interno di un nuovo tipo di orizzonte relazionale basato sulla condivisione di responsabilità e sulla cura reciproca.

Ciò che è conta, e ciò su cui occorre lavorare è il cambiamento degli assetti di governance e di decision-making, che vanno ripensati in una logica di decentramento, coinvolgimento e partecipazione.

Per questa via i quartieri delle nostre città possono diventare veri e propri laboratori per la ricostituzione di sistemi di cura in grado di favorire un nuovo commercio di sussistenza, al servizio di una nuova esistenza. È infatti proprio attraverso la ricomposizione tra ciò che è comune e le nuove tecnologie digitali che diventa possibile definire una nuova relazione tra sistema sociale e sistema tecnico, in cui il primo diventa capace di riappropriarsi delle possibilità offerte dal secondo. Il che presuppone la creazione di nuovi contesti istituzionali basati sulla valorizzazione e lo sviluppo delle forme di sapere disponibili nella pluralità delle esistenze personali e delle memorie collettive (locali, culturali, organizzative).

In definitiva, una nuova economia della contribuzione a base cittadina implica contesti in cui le persone vengono capacitate e in cui vengono messi a disposizione spazi per la loro partecipazione alla crea- zione di valore, alimentando l’innovazione sociale dal basso.

In questa prospettiva, la “contribuzione al comune” rappresenta ciò che la produzione è stata nell’economia neoclassica, cioè il criterio di allocazione delle risorse tra utilizzi possibili, attività diverse, partecipanti potenziali. Intrecciando attività commerciali e non, essa non attribuisce valore unicamente a ciò che ha un prezzo, perché riconosce che, al livello di sviluppo cui siamo arrivati, ci sono beni (specie quelli ad alto contenuto relazionale e sociale) che non possono essere acquisiti attraverso il mercato e la produzione o il consumo individuali.

Tutto ciò non esiste, né è dato per natura. Ma può e deve essere implementato un po’ per volta. Esattamente come accadde nel secolo scorso, quando il consumo, sostituendosi al lavoro come fulcro della vita sociale, fu messo al centro di un vero e proprio progetto sociale ed economico. Allo stesso modo, oggi si tratta di riconoscere l’emergenza della contribuzione come fattore strategico per dare uno sbocco alla vita urbana, vero banco di prova della capacità delle società avanzate di diventare davvero “sostenibili”.

[1] Di Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.

[2] Johnny Dotti e Maurizio Regosa, Buono è giusto. Il welfare che costruiremo insieme, Luca Sossella Editore, Bologna 2015, p. 150.

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