Università degli Studi di Bari
Articolo del percorso: #Cosedisinistra
Per la rubrica editoriale #FuoriLeidee

Introduzione

di Niccolò Donati

 

Nel sesto appuntamento di “Cose di Sinistra” guardiamo allo sviluppo economico italiano da una prospettiva territoriale, concentrandoci sul “Mezzogiorno d’Italia”. Il punto di vista che vogliamo privilegiare è quello di un grande economista keynesiano, Federico Caffè, riletto per l’occasione da un commentatore d’eccezione, il professor Gianfranco Viesti.
Qualche accenno storico può aiutarci a comprendere meglio il contesto in cui si colloca lo scritto di Caffè del 1978, “Il Mezzogiorno e i suoi problemi attuali”. Per quanto la “questione Meridionale” fosse già presente nel dibattito nazionale all’indomani dell’Unità d’Italia, la situazione italiana dell’immediato secondo dopoguerra non appariva straordinaria nel panorama delle democrazie occidentali. Negli Stati Uniti d’America, per esempio, una delle esperienze centrali del New Deal era stata quella della Tennessee Valley Authority, che puntava a creare sviluppo industriale all’interno un bacino idrografico condiviso tra cinque Stati del Sud degli Stati Uniti, in deficit di sviluppo rispetto al Nord. In Francia, nel 1947, Jean-François Gravier pubblica “Paris et le desert françois”, un libro che, secondo il quotidiano Le Monde, diventerà la bibbia della gestione decentralizzata del territorio, preconizzando poi la creazione di una “Politique d’aménagement du territoire” gestita dal ministero DATAR. In Italia, parallelamente, si ha la creazione dello SVIMEZ nel 1946, per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia. Meno conosciuto è il fatto che il fondatore dello SVIMEZ, Pasquale Saraceno, partecipasse al processo ideativo che porterà al Trattato di Roma che istituisce (nel 1957) la Comunità Economica Europea, inserendo nel codice genetico della futura Unione Europea la tematica dello “sviluppo armonioso” del territorio, tema poi rilanciato in Italia anche da Silvio Leonardi. Allo stesso tavolo sedevano economisti d’eccezione come Gunnar Myrdal, di cui Federico Caffè sarà uno dei massimi divulgatori in Italia.

A cavallo degli anni ‘50 si crea quindi un clima favorevole allo sviluppo di una politica regionale che possa creare uno sviluppo territoriale equilibrato sia a livello nazionale che a livello europeo.

Stabiliti gli obiettivi occorre poi passare agli strumenti attuativi. Nel caso italiano, questi si inscrivono nell’esperienza dei “programmatori” anni ’60. Lo Stato si poneva come “equilibratore” nei processi di crescita economica del paese, intervenendo nelle aree con un potenziale di sviluppo inespresso — nel Sud Italia, ma non solo! — impiantando attività industriali. In questo senso, la razionalità economica era quella prescritta dalla teoria dei poli di sviluppo, elaborata nel 1949 da François Perroux: l’idea è quella di creare nuovi poli industriali che stimoleranno l’indotto, creando un tessuto economico in grado di produrre poi sviluppo autogeno. Centri industriali come l’ILVA di Taranto (allora “IV Centro Siderurgico”) o l’Alfasud di Pomigliano d’Arco nascono all’interno di quest’esperienza. Questo approccio subisce una decisiva trasformazione durante gli anni ’70, quando la realtà dei “distretti industriali” mette in luce come i territori abbiano una riserva considerevole di “forze endogene” che, se adeguatamente valorizzate e mobilizzate, possono creare sviluppo autonomo. Con il senno di poi, i distretti si sono rivelati essere meno incisivi di quanto si pensasse: il loro esempio però negli anni ’70 porta a riconsiderare la politica industriale italiana. Si assiste così, specialmente a partire dalla seconda metà degli anni 80 — un importante catalizzatore sarà la politica di coesione europea voluta da Jacques Delors — ad un cambio di paradigma, con un approccio integrato che mette al centro dell’intervento pubblico il territorio che diventa oggetto di diversi interventi settoriali (specialmente politiche sociali, politiche economiche e politiche infrastrutturali) attuati sinergicamente. Il testo di Caffè si inserisce in questa trasformazione. Quello che però viene messo in luce da Viesti è come a questo cambio di paradigma si accompagni una progressiva ritirata dello Stato dagli interventi di politica regionale. La fine dei poli di sviluppo, e le vicende per molti versi drammatiche di Taranto e Pomigliano (tra le altre), non sono tanto da inquadrare in un cambio di paradigma di politica pubblica, quanto piuttosto una progressiva smobilitazione dello Stato nell’economia. Ad inizio anni ’90, con la fine del Ministero delle Partecipazioni Statali e della “catena di comando”, si assiste ad una smobilitazione piuttosto rapida dello Stato rispetto ai poli di sviluppo, che vengono privatizzati. I territori del Sud, privati del sostegno dello Stato nello sviluppo industriale, dovrebbero diventare “responsabili” della propria crescita, sebbene manchino ancora molti dei presupposti — in particolare la capacità amministrativa. Il processo di convergenza tra Nord e Sud Italia si interrompe e si inverte, creando una frattura profondissima. Messe a competere non più solo nel mercato italiano, ma nel mercato comune europeo, le regioni del Sud arrancano e perdono benessere economico e sociale costruito faticosamente in anni di pianificazione regionale.
Il testo di Federico Caffè si colloca a ridosso di questa smobilitazione. Ripartire dal quadro che Caffè aveva sotto gli occhi — nel 1978 — può aiutarci a riflettere su come recuperare l’immenso ritardo accumulato negli ultimi trent’anni di politica regionale italiana.


Il Mezzogiorno dimenticato. Modelli di sviluppo nazionale a confronto – di Gianfranco Viesti


Ricordando lo straordinario spessore dell’uomo e dello studioso, non sorprende la lucidità di questa nota, del 1978, di Federico Caffè. E, data la sua collocazione ideale, sorprende ancora meno che al suo interno emergano almeno due fondamentali nodi politici del dibattito, allora come oggi, intorno alle questioni dello sviluppo territoriale italiano e del Mezzogiorno in particolare.

Il primo è sul mercato del lavoro. Terminata la fase più intensa, tumultuosa e positiva dello sviluppo economico italiano, con le grandi trasformazioni dell’economia e della società (che Caffè mette bene in luce ricordando progressi indubbi come quelli relativi alle condizioni femminili) la situazione del Mezzogiorno viene a caratterizzarsi con un arresto del processo di industrializzazione e l’emergere di una vasta area di disoccupazione e sottoccupazione. Viene alla luce un tema di priorità politiche: quanto il raggiungimento di migliori condizioni occupazionali debba essere centrale nell’agenda del paese. E di confronto di prospettive: raggiungere migliori livelli di sviluppo per una parte (sociale, territoriale) del Paese accettando che un’altra resti indietro e in difficoltà, o provare a disegnare un processo di crescita maggiormente inclusivo, a maggiore contenuto di occupazione? La preferenza di Caffè va nettamente alla seconda ipotesi: non per frenare la crescita con misure di sostegno, ma per mettere a valore, nell’interesse di tutto il paese, le risorse umane inutilizzate al Sud.
Il secondo è sull’importanza cruciale dei servizi sociali e dell’istruzione. Gli anni Settanta cominciano a disvelare un tema che intacca le fiduciose convinzioni precedenti: e cioè che il progresso economico, dei redditi, fosse l’unico motore davvero importante anche dei progressi sociali: e che esso avrebbe progressivamente ma certamente portato con sé miglioramenti nelle complessive condizioni di vita. Caffè, acuto osservatore della realtà, nota che così non è. E che alle leve che agiscono sul cambiamento economico, devono aggiungersi leve specifiche di miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini: un intervento indiretto sullo sviluppo, attraverso il potenziamento di dotazioni e servizi sociali. Anche qui, non per frenare l’economia: ma per accompagnarla in una visione più completa dei processi di sviluppo. Emerge nettamente la centralità dei processi di istruzione, che in Italia hanno conosciuto una estensione territoriale lentissima e che ancora, allora come oggi, presentano forti divari. L’istruzione è fine in sé delle politiche di sviluppo, ma anche motore che dà nuove capacità ai cittadini e ne aumenta la capacità di contribuire sul piano economico.
In entrambi i casi, Caffè ci chiarisce bene come la politica economica non sia mera questione di attuazione di indirizzi condivisi: approccio che purtroppo ha poi preso uno straordinario vigore nei decenni successivi e che ha accompagnato la triste parabola dell’Italia. La politica economica è scelta politica fra opzioni diverse che discendono da priorità diverse. Priorità che discendono da visioni, che non possono che essere almeno in parte conflittuali, sulla società e sul futuro che si può desiderare e che si ritengono possibili. Il Mezzogiorno, allora come oggi, è grande questione politica e non materia solo per tecnici: ha a che fare direttamente con la complessiva visione del paese.

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Il Mezzogiorno e i suoi problemi attuali, brano tratto da “La dignità del lavoro”, Federico Caffè
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