Università degli Studi di Pavia

Come ogni crisi, l’emergenza sanitaria in corso è un processo profondo e multidimensionale: da un lato, essa fa emergere e (ri-)mette in discussione gli elementi normativi, regolativi e distributivi che danno forma e significato alla vita associata; dall’altro, essa chiama in causa una grande pluralità di sfere di attività così come i meccanismi con cui tali sfere sono poste in relazione e si influenzano. Si tratta, in altri termini, di un’emergenza di natura strutturale che, in quanto tale, innesca una serie di effetti contraddittori. In almeno due sensi: effetti che sono contraddittori poiché pongono in essere trade-off fra valori o scopi di cui occorre trovare una combinazione sostenibile; effetti che ci appaiono contraddittori poiché non riusciamo a capire come le tendenze in atto -apparentemente opposte- produrranno (quali) esiti stabili nel medio-lungo periodo.

Da una prospettiva internazionalistica, due temi relativi alla seconda direzione di riflessione sembrano particolarmente interessanti poiché toccano categorie cruciali della politica internazionale moderna e dei suoi cambiamenti di fondo come quelle di “globalizzazione”, “territorio” e “confine”. Entrambi i temi rimandano alla possibile tensione fra i processi in corso e le conseguenze che dovremmo/potremmo aspettarci dal loro sviluppo.

Il primo tema è quello delle conseguenze politiche della de-politicizzazione e rimanda al ruolo degli esperti e degli scienziati nel processo decisionale pubblico. Questo ruolo è sotto gli occhi di tutti nella cronaca politica domestica e appare rilevante anche nelle dinamiche internazionali, dove ha preso una forma quasi spettacolare negli interventi di risposta all’emergenza sanitaria dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS). Le funzioni svolte dall’OMS sono state di grande importanza: la classificazione dello stato di emergenza come pandemia; la stesura di linee guida giudicate utili a coordinare una risposta globale efficace; il monitoraggio della loro applicazione e la raccolta di informazioni sull’andamento della pandemia.

Secondo gli studi sulla politica estera, quanto più l’oggetto della decisione pubblica ha natura tecnico-scientifica o si presenta come poco politicizzato, quanto più ampio sarebbe il margine d’azione degli scienziati e più rilevante la loro influenza sul processo decisionale. Di conseguenza, la politica estera su questi temi sarebbe più orientata al reperimento di soluzioni funzionali e meno influenzata dalla competizione politica. Ci si potrebbe aspettare che tutto ciò si possa applicare all’emergenza del Covid-19, dal momento che questa si è imposta come una sfida collettiva politicamente neutra. Invece, l’OMS è diventata sempre più bersaglio politico, dapprima a seguito di sporadici spunti polemici verso gli interventi “esterni”; quindi, a seguito della delegittimazione del suo ruolo “neutro” e, cioè, della sua trasformazione da attore “istituzionale” in attore “politico”. A questo riguardo, può rilevare che le funzioni svolte dall’OMS hanno portato a una comparazione fra le strategie di intervento nazionali per contrastare la pandemia. In sintesi, la natura “scientifica” dell’OMS ha permesso un confronto (apparentemente) oggettivo del modo in cui modelli politici alternativi sono stati capaci di gestire la pandemia. Di qui le ricadute politiche che hanno “premiato” alcuni paesi e “incriminato” altri, toccando il prestigio internazionale e forse anche la stabilità interna dei diversi tipi di ordine politico. La decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’OMS poiché ritenuta politicamente schierata segnala la rilevanza di questo effetto internazionale.

Il secondo tema è quello della tensione fra creazione e superamento dei confini. La pandemia è un dirompente portato della globalizzazione e per controllare la pandemia si è tentato di frenare o almeno tenere sotto controllo altri basilari vettori di questo processo, a partire dai flussi della mobilità individuale. Questi sforzi hanno a loro volta intaccato altre dimensioni del processo di cui il commercio internazionali è solo il più macroscopico esempio. Insomma, si potrebbe pensare che la gestione dell’emergenza sanitaria porterà, specie nel caso in cui non siano disponibili in tempi brevi o prevedibili le conoscenze per disinnescarla stabilmente, a (ri-)affermare le variabili territoriali e gli attori che devono la loro centralità a una relazione qualificata con un certo territorio, come gli stati.

Questa prospettiva tendenzialmente binaria può incontrare almeno tre tipi di obiezioni. In primo luogo, si può notare che la pandemia è un altrettanto dirompente incentivo per i processi di internazionalizzazione, dal momento che essa non può essere gestita su scala nazionale. Dunque, la pandemia anche come fattore di approfondimento dei vettori di superamento dei confini. In secondo luogo, si può pensare che, dopo la fase iniziale dell’emergenza, siano possibili risposte organizzativamente e tecnologicamente adeguate a un mondo globalizzato. Qui, la globalizzazione nonostante la pandemia. Infine, e in modo forse contro-intuitivo, si può pensare che la pandemia sia un vettore di costruzione di confini e che proprio in ciò risieda la sua più significativa carica di frammentazione della dimensione territoriale intesa in senso tradizionale – o statuale.

Le risposte di contenimento e di distanziamento sociale hanno fatto proliferare i confini che i cittadini sperimentano quotidianamente. Ci sono certo i confini fra gli stati. Ma, per parlare di noi, ci sono i confini della soglia di casa, dei 200 metri nei pressi dell’abitazione, delle zone rosse. Ci sono anche i confini disegnati dalle limitazioni poste da autorità locali/regionali differenti. I confini che l’autorità politica (im-)pone ai cittadini (suprema cifra della sovranità) sono dunque un esito della pandemia. In altri termini, si può pensare che la pandemia (im-)ponga la costruzione di nuovi confini e che questo sia una dimostrazione della forza di penetrazione dei fattori internazionali. Perciò, i nuovi confini come globalizzazione.

In quest’ultimo senso, la pandemia avrebbe un portato geopolitico vero e proprio, avendo a che vedere con il modo in cui l’autorità politica disegna e ridisegna il rapporto fra la comunità politica e il territorio. Ma anche la nozione lassa di geopolitica – quella sempre più in uso – sarebbe chiamata in causa dal dibattito fra queste idee alternative. Infatti, stati o formazioni politiche potrebbero affidarsi a una raffigurazione binaria del rapporto fra pandemia/globalizzazione e confini, anche per le ricadute distributivamente diseguali che ne discenderebbero. Il bilancio geopolitico complessivo, tuttavia, richiederebbe di considerare anche i costi e i benefici delle risposte “internazionalizzate” all’emergenza del Covid-19.

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